Un manager ha lasciato OpenAI lanciando un monito inquietante. “Stanno arrivando tempi infelici”. Il motivo? L’azienda ChatGPT starebbe prendendo la stessa china già intrapresa da Meta, puntando tutto sulle inserzioni pubblicitarie a discapito dell’esperienza utente. La differenza però è che ChatGPT avrebbe accesso a segreti degli utenti ancora più intimi di quelli posseduti da Facebook e Instagram.
Le accuse di Zoe Hitzig
Zoë Hitzig, economista, poetessa e ricercatrice che per due anni ha lavorato sullo sviluppo e sul modello economico dei sistemi dell’azienda, ha annunciato le dimissioni con un editoriale sul New York Times pubblicato lo stesso giorno in cui sono iniziati i test degli annunci.
La studiosa non contesta l’idea della pubblicità in sé. Il punto, spiega, è la natura dei dati coinvolti. Secondo Hitzig gli utenti hanno condiviso con il chatbot paure mediche, problemi relazionali e convinzioni religiose proprio perché convinti di parlare con un sistema privo di secondi fini. Ha definito questo patrimonio informativo “un archivio di sincerità umana senza precedenti”.
Nel suo intervento scrive: “Una volta credevo di poter aiutare chi costruisce l’intelligenza artificiale ad anticipare i problemi che avrebbe creato. Questa settimana ha confermato la mia lenta presa di coscienza: OpenAI sembra aver smesso di porsi le domande a cui mi ero unita per contribuire”.
Il timore principale è una deriva simile a quella vissuta da Facebook negli anni Dieci. All’epoca il social prometteva controllo sui dati e partecipazione degli utenti alle decisioni. Con il tempo quelle garanzie si sono erose, e la Federal Trade Commission stabilì che modifiche presentate come strumenti di tutela della privacy producevano l’effetto opposto.
Hitzig avverte: “Credo che la prima versione degli annunci seguirà quei principi. Ma temo che le successive non lo faranno, perché l’azienda sta costruendo un motore economico che crea forti incentivi a superare le proprie regole”.