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Nuovi dati sul Parkinson: l’intestino diventa il punto di partenza per nuove terapie

Proteine tossiche, cellule immunitarie e linfociti indicano ai ricercatori nuove strade di prevenzione e terapie contro una malattia cronica e invalidante. Tutti i dettagli sullo studio.

Nuovi dati sul Parkinson: l’intestino diventa il punto di partenza per nuove terapie

Test su topi condotti da ricercatori inglesi dimostrano che il Parkinson può iniziare dall’intestino e diffondersi in tutto il corpo per alcune cellule immunitarie specializzate. L’UK Dementia Research Institute così ha trovato l’aggancio per arrivare a una nuova strategia terapeutica. Si ipotizzava da tempo l’origine nell’intestino di questa malattia cronica invalidante, che porta il nome del suo primo studioso. La prova clinica era necessaria, perché una delle prime aree ad essere colpita dal morbo è il cervello, poi il motore dorsale del nervo vago collegato all’intestino.

Il test dell’università inglese serviva a comprendere il percorso della malattia nel cervello. Qui hanno scoperto come altro punto iniziale l’apparato intestinale. Le cellule immunitarie che contribuiscono al suo cammino nel corpo si chiamano macrofagi intestinali: sono dei soccorritori che distruggono organismi considerati invasori. Agiscono mangiando e inglobando; nella loro azione contribuiscono a passare le proteine tossiche dall’intestino al cervello. Bloccando questo meccanismo si può fermare lo sviluppo più grave del Parkinson. A scrivere dei primi approcci terapeutici contro il morbo, Chan Zuckerberg Initiative su Nature.

Parkinson

La modulazione dei macrofagi intestinali nei modelli animali ha ridotto la diffusione delle proteine tossiche, i ricercatori hanno aggiunto test sull’alfa sinucleina per neutralizzarla

Chan non agisce interrompendo del tutto un processo importante delle cellule immunitarie, ma diminuendo i macrofagi intestinali. Nei topi ha portato a un miglioramento con la riduzione della diffusione delle proteine tossiche. Sull’uomo potrebbe portare a prevenire la malattia molto prima dei sintomi. Questo significa che saranno necessari anche degli screening preventivi, ad esempio su chi ha predisposizione genetica e ereditaria per la malattia.

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La ricerca ha fatto anche un’altra cosa: si è isolata la proteina tossica che provoca il Parkinson, si chiama alfa-sinucleina. Prelevata da persone decedute per il morbo, è stata inserita in piccole quantità nell’intestino tenue dei topi. I macrofagi intestinali contrastando la proteina, cominciavano a generare segni del morbo. Il loro ruolo è stato evidente nell’interazione con i linfociti T. I topi che hanno risposto meglio alla proteina del morbo avevano precedentemente diminuito il numero di macrofagi.

Lo studio non è finito: i ricercatori vogliono approfondire altri aspetti sul sistema immunitario e il suo rapporto con il cervello prima e durante la malattia. Questo porterà anche a valutare i marcatori di infiammazione nel sangue, primo test di diagnosi che porta alla scoperta precoce del Parkinson.

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