Guardare la TV fa bene al pianeta

Un nuovo lavoro su Annals of Botany, pubblicato dalla Oxford University Press, indica che la visione di documentari naturalistici rende le persone più interessate alle piante, provocando potenzialmente un coinvolgimento nella botanica e nell’ecologia. Circa il 40% delle specie vegetali è a rischio di estinzione. Le piante che non sono direttamente utili all’uomo sono particolarmente vulnerabili. Spesso le persone non riconoscono l’importanza di molte piante a causa di un pregiudizio cognitivo talvolta chiamato “cecità vegetale” o “disparità di consapevolezza vegetale”.

Mentre gli esseri umani si preoccupano generalmente degli animali in pericolo, le minacce alle piante sono più difficili da riconoscere e affrontare. Negli Stati Uniti, ad esempio, le piante ricevono meno del 4% dei finanziamenti federali per le specie minacciate, nonostante rappresentino il 57% dell’elenco delle specie minacciate.

 

I ricercatori hanno notato che in passato diverse produzioni di storia naturale, tra cui Pianeta Terra II, Pianeta Blu II, Sette Mondi e Un Pianeta, hanno reso gli spettatori molto più consapevoli cica la vita e la biologia degli animali presenti nei programmi. Sebbene gli scienziati non siano in grado di stabilire un legame chiaro tra questi programmi televisivi e gli sforzi di conservazione, i documentari naturalistici rappresentano un modo diretto per raggiungere il pubblico di massa e coinvolgerlo.

Mentre gli esseri umani si preoccupano generalmente degli animali in pericolo, le minacce alle piante sono più difficili da riconoscere e affrontare. Negli Stati Uniti, ad esempio, le piante ricevono meno del 4% dei finanziamenti federali per le specie minacciate, nonostante rappresentino il 57% dell’elenco delle specie minacciate.

Le analisi dei ricercatori sui documentari

In questo caso, i ricercatori hanno studiato se i documentari naturalistici possono promuovere la conoscenza delle piante, questo con l’obiettivo di aumentare l’impegno del pubblico nei confronti dei programmi di conservazione delle piante. Si sono concentrati su Green Planet, un documentario della BBC del 2022 narrato da Sir David Attenborough. Il programma, visto da quasi 5 milioni di persone nel Regno Unito, presentava la vasta diversità di specie vegetali, evidenziando la vegetazione delle foreste pluviali tropicali, degli ambienti acquatici, delle terre stagionali, dei deserti e degli spazi urbani. Il programma affrontava anche direttamente le problematiche ambientali, esaminando i pericoli delle monocolture invasive e della deforestazione. I ricercatori hanno misurato se Green Planet avesse suscitato interesse per le piante esplorando il comportamento online delle persone nel periodo della trasmissione. In primo luogo, hanno annotato le specie apparse nel programma e l’ora in cui ciascuna di esse è apparsa sullo schermo. Poi hanno estratto i risultati di Google Trends e di Wikipedia per quelle stesse specie prima e dopo la messa in onda degli episodi del documentario. I ricercatori hanno riscontrato un effetto sostanziale di Green Planet sulla consapevolezza e sull’interesse degli spettatori per le specie vegetali ritratte. Circa il 28,1% dei termini di ricerca che rappresentano le piante citate nel documentario della BBC ha avuto un picco di popolarità nel Regno Unito, misurato utilizzando Google Trends, la settimana successiva alla trasmissione dell’episodio in questione. Anche i dati di Wikipedia lo dimostrano. Quasi un terzo (31,3%) delle pagine di Wikipedia relative alle piante citate in Green Planet ha registrato un aumento delle visite nella settimana successiva alla trasmissione. I ricercatori notano anche che le persone erano più propense a fare ricerche online per le piante che avevano goduto di più tempo sullo schermo di Green Planet.

“I nostri risultati suggeriscono anche che gli spettatori hanno trovato alcune specie di piante particolarmente affascinanti. Queste piante potrebbero essere utilizzate per promuovere gli sforzi di conservazione delle piante e contrastare l’allarmante perdita di biodiversità vegetale” così commenta l’autrice principale dello studio, Joanna Kacprzyk.

 

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