La recensione di The Dark Picture Anthology: The Devil in me ci trasporta nei meandri di un inquietante hotel degli orrori, tra trappole mortali, giochi sadici e pareti semoventi. Con una storia che si ispira liberamente alle vicende dell’efferato serial killer statunintense H.H. Holmes e ai grandi capolavori cinematografici del genere horror come Saw e Shining, The Devil in Me approda su PC e console con la promessa di essere il capitolo definitivo per la saga narrativa di Supermassive. 

Forte di un intreccio narrativo che segue le dinamiche del genere slasher e di nuove aggiunte al gameplay, The Devil in Me tenta di rinnovare l’ormai ben collaudata formula ludica per offrire ai fan della serie un prodotto ancor più solido nelle meccaniche e finalmente maturo. Ce l’avrà fatta Supermassive a regalarci il tanto atteso gran finale? Scopriamolo insieme.

Benvenuti nel Castello della Morte

La storia di The Devil in Me ruota attorno alle vicende di una scapestrata troupe televisiva, composta ancora una volta da 5 personaggi. Dopo aver ricevuto un misterioso invito a visitare la fedele riproduzione del “Castello della morte” del serial killer H.H. Holmes, il gruppo si ritrova ad avere finalmente tra le mani l’occasione che stava aspettando da una vita: realizzare un documentario in grande stile.

Sfortunamente, però, non tutto andrà secondo i piani: ben presto infatti i protagonisti scopriranno di essere caduti nella trappola di un misterioso serial killer, rinchiusi tra le mura di un inquietante hotel, popolato da animatronic che prendono vita e folli prove in cui ogni scelta sbagliata porterà inevitabilmente alla morte di uno di loro. 

Per confezionare questo quarto ed ultimo capitolo della serie di The Dark Pictures Anthology, Supermassive sceglie di mettere da parte le tematiche sovrannaturali e le leggende popolari per dare forma ad una rappresentazione dell’orrore dai contorni più cruenti che affonda le sue radici nella storia e nei fatti di cronaca realmente accaduti. Ciò che rende veramente affascinante il plot di The Devil in Me è proprio la fonte d’ispirazione da cui trae origine, ossia la vera storia di H.H. Holmes e del suo celebre “Castello della Morte”. Per chi non lo sapesse, il noto serial killer uccise e torturò più di 200 persone tra il 1892 ed il 1894 all’interno di un gigantesco hotel da lui costruito, una vera trappola mortale ricolma di pareti semoventi, passaggi segreti, botole e tanto altro ancora. A Holmes, tra l’altro, piaceva assicurarsi sempre un posto in prima fila per godersi il suo macabro show per questo aveva scelto di installare anche tutta una serie di spioncini all’interno delle varie stanze. 

Nel corso dell’avventura, che dura complessivamente tra le 8 e le 9 ore, i protagonisti si ritroveranno a vivere lo stesso identico incubo vissuto dalle vittime del noto serial killer, cercando di sfuggire ad una misteriosa figura che si rivelerà essere proprio una sorta di nuovo H.H. Holmes. Un incipit estremamente affascinante che, però, lascia spazio ad una narrazione che fatica a trovare il suo equilibrio nei contenuti quanto nei ritmi. 

Ciò che manca a The Devil in Me, infatti, non è tanto la scintilla creativa, quanto piuttosto il coraggio e la volontà di dare spessore ad una storia che fatica a coinvolgere sin dalle prime fasi dell’avventura.

I cinque protagonisti – Charlie, Mark, Erin, Jamie e Kate – non riescono né ad essere pienamente credibili nelle loro azioni né ad instaurare un legame empatico con il giocatore. Complice senza dubbio anche la presenza di animazioni facciali ancora troppo rigide ed incapaci dunque di riprodurre le emozioni sul volto dei protagonisti. Ovviamente, però, l’elemento che pesa di più non è tanto la presenza di alcune scelte narrative piuttosto discutibili, quanto l’assenza di una solida caratterizzazione dei personaggi che risulta invece soltanto abbozzata, soprattutto se guardiamo ad alcuni personaggi come Erin che risulta essere un personaggio piuttosto piatto e dimenticabile. Tra l’altro, anche tutta l’impalcatura delle relazioni tra i vari protagonisti, che nei precedenti capitoli occupava un posto di rilievo all’interno dell’esperienza ludica, in The Devil in Me viene messa da parte per dare maggior risalto alla narrazione. 

Se la scrittura però risulta priva di guizzi, anche il cambiamento di ritmo e la dilatazione dei tempi del racconto contribuiscono a rendere l’intreccio del gioco meno coinvolgente rispetto al passato. The Devil in Me, rispetto ai precedenti episodi, è infatti contraddistinto da una maggiore libertà di interazione con l’ambiente e una maggiore enfasi sull’esplorazione: e sono proprio queste lunghe fasi esplorative a ridurre drasticamente il carico di tensione. Sebbene sia apprezzabile il tentavo del team di portare il giocatore a seguire dei percorsi esplorativi meno rigidi, il risultato finale è quella di ritrovarsi improvvisamente di fronte a delle sezioni che fungono da meri riempitivi, assolutamente non necessari ai fini della narrazione. 

Ed è un vero peccato che The Devil in Me fallisca proprio dove avrebbe potuto fare la differenza rispetto al passato ossia nel tentativo di dare una maggiore spinta alla costruzione narrativa che purtroppo rimane debole e altalenante in più punti della narrazione. Come dicevamo, però, il grande merito di The Devil in Me è quello di aver cercato di introdurre anche anche tutta una serie di novità interessanti sul fronte ludico amplificando notevolmente l’interazione ambientale e implementando meccaniche del tutto inedite per la serie.

Una di queste riguarda la possibilità di utilizzare oggetti unici per ogni personaggio. Ognuno dei 5 protagonisti possiede specifici strumenti che possono essere utilizzati all’occorrenza per aprire porte, sbloccare cassetti chiusi a chiave e tanto altro ancora. Sebbene si tratti di una novità concettualmente interessante, l’uso degli oggetti rimane comunque limitato e contestualizzato in base alle varie situazioni. Insomma, stiamo parlando comunque di una meccaniche non rappresenta un’aggiunta sostanziale al gameplay ma che potrebbe essere ampliata nelle caratteristiche nella seconda stagione di The Dark Pictures Anthology, già confermata di recente.

Oltre ad una maggiore mobilità, che soffre ancora di una legnosità delle animazioni abbastanza pronunciata, in questo secondo capitolo viene introdotta anche la possibilità di spostare oggetti al fine di risolvere piccoli puzzle. Un ulteriore tentativo per spingere l’utente ad interagire maggiormente con l’ambiente e le possibilità espresse da questo nuovo approccio all’esplorazione. 

Per il resto, The Devil in Me rimane ancorato a tutta una serie di limitazioni dovute in sostanza alla sua tipica struttura: ancora una volta è possibile morire alla prima scelta, QTE sbagliato o con un respiro non trattenuto a dovere e questo è con ogni probabilità l’aspetto della produzione che più avrebbe necessitato di una rifinitura.

Ovviamente si tratta di un’espediente che ha tra gli altri l’obiettivo di aumentare la rigiocabilità del titolo, ma alla fine finisce soltanto per creare una certa frustrazione nel giocatore che si ritrova spesso e volentieri ad assistere alla morte prematura di un personaggio, secondo una logica che sembra essere del tutto assente. Insomma, l’impressione generale è che The Devil in Me provi a fare qualche timido passo in avanti per svecchiare ed evolvere la sua formula, senza riuscire mai però a sfruttarne il pieno potenziale. Date le ottime premesse, ci saremmo aspettati maggiore coraggio da parte del team che invece ha preferito optare per una linea piuttosto conservativa, malgrado le idee messe sul piatto.

Segnaliamo, infine, che come sempre è possibile nel recuperare tutta una serie di collezionabili per sbloccare alcuni extra dal menù, oltre agli immancabili segreti e premonizioni. 

“Voglio fare un gioco con te”

Se però il lavoro svolto da Supermassive Games sul piano della costruzione narrativa e della caratterizzazione dei personaggi si rivela privo di sostanza, tutto l’impianto stilistico invece risulta a dir poco impeccabile.

La ricostruzione degli ambienti dell’hotel, che ricalca fedelmente quella del terrificante castello della morte di H.H.Holmes, è frutto di una minuziosa ed estesa ricerca storiografica che ha portato il team ha consultare diversi materiali, a partire dalle riproduzioni storiche di veri alberghi dell’epoca, fino ad arrivare alle descrizioni e alla piantina del Castello.

L’hotel costruito nel 1892 da H.H.Holmes a Chicago, era un palazzo costruito su tre piani, capace di nascondere al suo interno delle vere trappole mortali: il secondo e terzo piano erano composti da un vero e proprio labirinto fatto di camere collegate tra loro attraverso passaggi segreti, spioncini, porte blindate, botole con scivoli e persino un enorme vasca piena di acido e calce viva. Supermassive ha cercato di ricreare quell’orrore, ricostruendo in chiave ludica la gigantesca trappola mortale di Holmes, non senza concedersi qualche libertà creativa. 

Il tocco molto interessante che propone Supermassive sotto questo profilo, infatti, è l’accostamento – azzeccassimo – di una storia che si ispira ad eventi di cronaca realmente accaduti con temi ed espedienti narrativi provenienti dalla saga cinematografica di Saw. Lo stesso Du’met incarna una figura che risulta essere una sorta di mix tra H.H.Holmes, Michael Myers e Jigsaw, ma mai capace di incutere timore dino in fondo poiché privo di tutti quegli elementi capaci di donargli carisma e spessore. 

La saga di Saw, però, non rivive solo nella figura dell’antagonista: molte delle trappole presenti nel gioco altro non sono che delle perfette rivisitazioni ludiche di quelle progettate dal celebre enigmista. Ad esempio, la trappola che tiene legati per il collo i due animatronics presente nei sotterranei dell’hotel richiama subito alla mente la trappola del mausoleo già vista in Saw 4, solo per citarne una. 

Dal punto di vista tecnico, invece, The Devil in Me non si discosta molto dai precedenti capitoli, rivelandosi più che soddisfacente anche per quanto riguarda l’illuminazione e la resa dei modelli. Bisogna, però, segnalare anche la presenza di tutta una serie di fastidiosissime problematiche dovute ad una scarsa ottimizzazione della versione PS5 con frequenti cali di frame rate in modalità performance, glitch e bug di localizzazione. Nulla che non possa essere risolto con il rilascio di una corposa patch correttiva, che speriamo a questo punto possa essere rilasciata nel minor tempo possibile. 

70
The Dark Pictures Anthology
Recensione di Roberta Pagnotta

The Devil in me propone alcuni miglioramenti rispetto ai tre precedenti capitoli di The Dark Pictures Anthology, senza però riuscire a compiere quel balzo qualitativo che si aspettava da quest’ultimo capitolo della serie. Se da un lato il lavoro svolto sulle ambientazioni e sulla costruzione dell’atmosfera resta impeccabile, dall’altro la narrazione si rivela altalenante in termini di ritmo e anche tutta l’impalcatura improntata alle relazioni tra i vari personaggi viene messa da parte. Ovviamente, se siete amanti del genere slasher e dei film interattivi, apprezzerete in ogni caso l’ultima produzione di Supermassive; ma se, al contrario, speravate di vedere un salto di qualità per la serie, purtroppo ne resterete ancora una volta delusi.

ME GUSTA
  • Riproduzione fedele del Castello di H.H. Holmes
  • Le citazioni e i riferimenti alla saga cinematografica di Saw l’Enigmista
  • Gli effetti sonori e la messa in scena regalano momenti da brivido
FAIL
  • Pesanti cali di ritmo nelle fasi esplorative
  • Le relazioni tra i personaggi vengono messe da parte
  • Fastidiosissimi Glitch e bug di localizzazione