Arrivati ormai ai giorni conclusivi e, quindi, ultimi film del concorso, siamo giunti al momento di una delle pellicole più attese di questo Festival di Venezia. Ma ve lo dico subito, mentre scrivo questa recensione di Blonde, non posso fare a meno di pensare alla complessità di questo film e a quanto, nel bene e nel male, resterete stupiti post visione.

No, Blonde di Andrew Dominik non è quello che potreste aspettarvi. Ridurlo anche solo semplicemente nel genere “biopic” sarebbe troppo poco. È un’opera complessa, molto più complessa di quello che potreste immaginare. E proprio per questo motivo estremamente divisiva. Per una volta, ci siamo concessi qualche momento in più per pensare. La frenesia dei Festival spesso e volentieri non concede il giusto tempo per elaborare un film, assimilarlo, digerirlo. Siamo tutti presi dall’isterismo del battere il pezzo il più velocemente possibile, bombardati di richieste per reaction a caldo. Ma alcune pellicole hanno bisogno di decantare, spesso anche di dormirci su.

Blonde non è un film immediato, ma uno di quelli che cresce col tempo. Lo abbiamo provato lo scorso anno con l’America Latina dei Fratelli D’Innocenzo. È il classico film che, in un modo o nell’altro, divide il festival. Questo ce lo aspettavamo. Se lo aspettava perfino il regista, Netflix e probabilmente anche il comitato di selezionatori di Venezia. Per la sua protagonista, la sua storia e i personaggi coinvolti, per le situazioni controverse, non può assolutamente essere un film che mette tutti quanti d’accordo.

 

In questi due giorni sono volati apprezzamenti e disprezzamenti. Ma qual è la verità? Quella probabilmente lo capirete voi, a seconda del vostro gusto e sensibilità, il 28 Settembre su Netflix. Quello che con questa recensione possiamo fare, come del resto si è sempre fatto, è fornire una chiave di lettura di un film che senza ombra di dubbio è una pellicola scomoda, non completamente veritiera e molto, molto disturbante.

Ciò che colpisce per prima cosa in Blonde è il senso di disagio che si prova dall’inizio alla fine. Il sentirsi sporchi, colpevoli della strumentalizzazione di un corpo che viene disumanizzato. Privo di anima. Privo di qualsiasi identità o dignità. Mero oggetto di invidia, piacere e desiderio.

Modello di bellezza e di stile, ma proprio per questo reso involucro, manipolato e abusato.

Un corpo su cui tutti possono dire la loro, tranne che la diretta interessata. Un corpo plasmato dagli uomini che lo circondano, colpevolizzato dalle figure femminili sullo sfondo.

Probabilmente l’aspetto più controverso di Blonde, e al tempo stesso la chiave di lettura, è proprio il punto di vista con cui viene inquadrato questo film e la sua protagonista: un occhio carnefice, affamato e feroce. Un occhio morboso e disumanizzato, ovvero quello dello spettatore che idolatra e disumanizza, appunto. Dominik da una parte ci colpevolizza, ma dall’altra lui stesso diventa carnefice esaltando la spettacolarizzazione di quell’icona che viene fatta a pezzi, esaltando quella sensazione scomoda di senso di colpa che prende alla bocca dello stomaco, ed è destinata a crescere minuto dopo minuto.

Possiamo fingere che questa sia una pellicola misogina, ma la realtà è un’altra e molto più complessa di così. Nessuno esce illeso da questo film, né la sua protagonista, né i personaggi maschili e femminili, né tanto meno il pubblico.

Non fatevi spaventare dalla durata della pellicola, parliamo di due ore e quaranta minuti, scorrono talmente tanto velocemente che ne resterete sorpresi.

Andrew Dominik parte dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates che, a differenza di quanto si crede, non è assolutamente la biografia ufficiale di Marilyn Monroe. La maggior parte dei fatti, della vita, dei retroscena e degli eventi più scandalosi legati alla vita dell’attrice sono veri e accompagnati da repertorio fotografico d’epoca che Dominik usa per dare una traccia di colore alla pellicola, che appunto si muove tra il bianco e il nero e il colore, ma sicuramente alcune situazioni sono estremizzate e usate più da denuncia per il sistema corrotto hollywoodiano dell’epoca (e non solo).

Potremmo quasi dire che il corpo di Marilyn Monroe viene portato sullo schermo esattamente come veniva visto prima dell’icona in sé per sé che è divenuta in seguito: un pezzo di carne idealizzato da bramare e invidiare. Nessuno si è davvero mai posto il problema di chi fosse, cosa ci fosse oltre il capello biondissimo cotonato, i fianchi morbidi e lo sguardo da gatta. Nessuno si chiede mai cosa si nasconda davvero dietro una celebrità, idealizzandoli a stelle e scordando la loro natura umana, a volte umiliata, altre abusata.

Norma vs Marilyn

recensione di Blonde

Continuando questa recensione di Blonde forse è il caso di sottolineare come questo film non sia la storia di Marilyn Monroe, ma bensì quella di Norma Jeane Baker e della sua continua lotta contro quell’alter ego creato nella speranza di una vita migliore ma che, invece, drammaticamente l’ha portata verso un vero e proprio incubo ad occhi aperti.

In fondo non è così raro che il momento di celebrità più alto per un artista coincida spesso e volentieri con quello più basso per la sua persona, e se c’è una cosa che non è mancato nella vita di questa donna dove tutti sono stati molto bravi a prendere delle decisioni per lei ma mai lei per se stessa, sono i momenti bassi.

Fin dal principio Andrew Dominik ci mette nella condizione di spioni, guardoni, vouyer che poggiano l’occhio contro lo spioncino della porta dell’album di ricordi di Norma Jeane, fin dai suoi primi anni di vita e il complesso rapporto con la madre e l’assenza del padre. In un certo qual senso, l’assenza di una figura genitoriale maschile nella vita di Norma, e i continui abusi psicologici da parte della madre sottolineando quanto non sia stata voluta (il suo concepimento resta ancora un mistero, vagliando diverse possibili versioni che però nel film non vengono note, se non giocando con la millantata relazione tra la madre e un noto impresario cinematografico che le ha abbandonate scoprendo della gravidanza), le hanno fatto sviluppare il complesso d’Elettra, portandola ad una vera e propria dipendenza dalla figura maschile.

Non è un caso se quindi gli uomini di questo film, a cui lei si abbandona come una bambina e nei quali ricerca sempre una sorta di figura paterna appellandoli con il nomignolo di “Daddy”, vengono spesso inquadrati come dei mostri che si sono approfittati di lei, la manipolano, ne abusano, chi un modo chi nell’altro. Certo, alcune situazioni vengono assolutamente estremizzate, ma questo perché il film si muove costantemente nella dimensione tra il sogno e la realtà, in particolar modo negli anni di dipendenza maggiore dai farmaci.

recensione di Blonde

Blonde. L to R: Xavier Samuel as Cass Chaplin, Ana de Armas as Marilyn Monroe and Evan Williams as Eddy G. Robinson Jr.. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022

Dove finiscono i sogni, inizia la follia.

Molti sono gli uomini presenti nella vita di Norma, dagli agenti ai mariti, eppure sembra quasi che nessuno, perfino quelli meno tossici, le sia mai stato davvero amico, abbia davvero compreso la complessità e la profondità delle sue ferite.

Nasce in questo modo Marilyn Monroe, ovvero quell’icona di brillantezza, perfezione, felicità. Il sogno nel cassetto di chiunque, tanto di un uomo quanto di una donna. Desiderata dall’uno, invidiata dall’altra. È interessante come le figure femminili che in questo caso la circondano la facciano sentire in colpa per quell’infelicità costantemente provata, per quegli occhi lucidi e colmi di solitudine. Un senso di vuoto che mangia dall’interno Norma, a tal punto da non riconoscersi più in quello più affilato di Marilyn.

In scena viene messo un vero e proprio sdoppiamento di personalità, spesso con scelte narrative tanto raffinate quanto inquietanti come lo sguardo rotto dalle lacrime nel reale e subito dopo il riflesso compiaciuto e sensuale nello specchio; infatti, se generalmente gli alter ego nati da situazioni traumatiche sono un po’ il rifugio o lo scudo della vittima, in questo caso Marilyn Monroe diventa la stessa carnefice di Norma, portandola a compiere scelte che non faranno altro che gravare ancora di più sulla sua precaria condizione.

Un conflitto spietato e feroce, che sembra quasi essere messo in scena dall’uso del bianco e nero apparentemente usato per il sogno e quindi la vita di Marilyn, e quello del colore per gli eventi privati di Norma; ed invece Dominik parte proprio dall’iconografia della Monroe per spezzettarla sullo schermo, usando il cambio tono e colore del film a seconda di come ci viene presentato il repertorio fotografico dell’epoca dell’attrice.

L’importanza del corpo

recensione di Blonde

In un certo qual senso, Andrew Dominik, un po’ simile allo Spencer di Pablo Larrain, usa la figura di questa icona, o meglio il suo aspetto più umano, per disegnare una condizione umana nella quale molte donne si ritrovano. Non possiamo definirlo un vero e proprio film di denuncia, ma piuttosto un film che con la spettacolorizzazione del corpo, della carne e del dolore, sottolinea la tossicità e violenza di un mondo come quello dello star system che, altro non è, se non il riflesso di quello che accade anche in altri ambienti, familiari e lavorativi, solo meno sotto i riflettori.

Ciò che sciocca, angoscia e inquieta in questo film è il fatto che tutto questo sia accaduto – più o meno verosimilmente a come raccontano film e libro – ad una persona come Norma Jeane; o meglio, sia accaduto a Marilyn Monroe. Ma, in fondo, è proprio per questo che il film assume un aspetto molto più profondo, molto più violento.

Andrew Dominik vuole turbare scardinando, massacrando il corpo di Marilyn e accendendo i fari sulla vita di Norma, ma non solo! Provoca lo spettatore con il senso di colpa, con quella sensazione di disagio, mettendolo alla gogna, deformandolo, così come vengono deformate anche le altre icone presenti in questo film, dal mondo della letteratura a quello del sport, passando ovviamente per la politica.

La regia si muove nella dimensione dell’onirico, del perturbante, dell’onirico, alternando quello sguardo vouyeristico che sul finale assume un significato ancora più morboso, ancora più devastante, a quello alternato dall’autolesionismo che la protagonista prova su di sè.

Il corpo è il centro di tutto corpo. Quel corpo che viene spogliato, deumanizzato. È solo un’icona. Una figura sulla sfondo. Marilyn Monroe non è una donna. Non è un essere umano. È un corpo da desiderare, da possedere, da emulare, da eguagliare.

Ancora oggi viene presa come riferimento per quel canone classico di bellezza vintage, ma al tempo tempo smantellato perché secondo i canoni estetici più contemporanei “grassa”.

recensione di Blonde

La perfetta definizione di bambola bionda e senza cervello. La rappresentazione dei provini sono l’aspetto più interessante, dove l’interpretazione lascia il posto ai commenti più beceri sul corpo. Sempre quel corpo. Oppure lo scetticismo nei confronti di una citazione colta, di una parallelismo tra la Magda di Arthur Miller e “Le tre Sorelle” di Čechov. Come può una bomba sexy come la Monroe, una donna il cui corpo viene messo sotto lo sguardo di tutti e dove tutti possono decidere di cosa fare di quel corpo, poter comprendere o anche solo interessarsi alla letteratura?

La violenza più feroce, quella che lascia perfino più infastiditi più per il modo di raccontarla che per l’avvenimento in se per se, è la maternità negata. La violenza degli aborti a cui viene costretta o si costringe, dissociandosi completamente dalla realtà. Andrew Dominik esalta la dimensione dell’incubo in questo caso, soprattutto sul finale, dando sfumature quasi in bilico tra il cinema di Murnau e quello di David Lynch, dove le ombre si allungano e diventano minacciose e dove è quasi impossibile distinguere la realtà dalla finzione. Del resto, così come sua madre, la stessa Norma Jeane soffriva di paranoia e disturbi mentali, rendendola ancora più soggetta al volere degli altri e poco presente a se stessa.

Dominik decide di rappresentare visivamente il feto, gli da perfino una voce e usa il punto di vista dell’utero proprio per esaltare ancora di più questa sensazione di penetrazione, violazione del corpo di Norma. L’escamotage non riesce però fino in fondo, diventando uno dei punti più critici del film. Eccessivamente morboso, fin troppo performativo e fine a se stesso. Un elemento di cui si poteva fare a meno senza però sminuire l’importanza legata a quella maternità negata di cui ha tanto sofferto Norma, finendo con gli anni per accusare il suo alter ego. Del resto, esattamente come suo padre e sua madre non la volevano, la sua Marilyn all’apice della carriera non può mandare all’aria tutto per un figlio. Qualcosa di ingombrante. Insignificante. Qualcosa privo di dignità, esattamente come si è sentita e come si sente anche in quel presente.

Norma Jeane non è mai davvero madre, se non madre delle molteplici visioni degli occhi esterni nei confronti di Marilyn Monroe. Di quella continua, e ancora presente, idealizzazione che l’ha portata a consumarsi e farsi consumare.

A star is born (again)

recensione di Blonde

Blonde. Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Netflix © 2022

Andando oltre la regia di Dominik (sicuramente l’aspetto che fa discutere di più), le magnifiche scenografie di Erin Fite o l’accuratezza storica dei costumi di Jennifer Johnson, così come le musiche realizzate da Nick Cave e Warren Ellis che esaltano ancora di più quella dimensione in bilico tra l’incubo e il sogno del film, dobbiamo parlare del vero elemento, che probabilmente, metterà d’accordo tutti: Ana de Armas.

Quanta e che incredibile strada che ha fatto questa ragazza da i suoi primi film più scanzonati dove, forse proprio come il personaggio che con umiltà ed enorme rispetto si è ritrovata ad interpretare, saltava all’occhio più per il suo aspetto che per le sue doti interpretative.

Andando al di là della somiglianza estetica, dove indubbiamente il lavoro di trucco e parrucco è di altissimo livello, quello della De Armas non è il classico “tale e quale show” che fin troppo spesso vediamo (e spensate, ci vincono perfino l’Oscar per le interpretazioni al limite del macchiettistico), ma un lavoro di studio profondissimo tanto su Norma quanto su Marilyn.

Ciò che colpisce prima di tutto è la voce. L’attrice stessa ha dichiarato di aver lavorato mesi e mesi sul tono di voce, sull’intonazione ed intensità, passando da quello più morbido, fanciullesco e sbarazzino di Marilyn a quello più graffiato, appesantito e rotto di Norma.

Mentre Marilyn è come se parlasse in un continuo sussurro al sapor di zucchero filato, Norma usa parole più taglienti, più pesanti e perfino volgari. Norma urla, si dispera, cerca approvazione. È così intenso il lavoro fatto da mettere i brividi. Ma c’è anche quello sul corpo e sullo sguardo, soprattutto lo sguardo. È come se Ana De Armas fosse davvero riuscita a cogliere l’essenza, l’anima dell’attrice prematuramente scomparsa. Le sensazioni, l’emozioni di quegli anni in uno stato di continuo bilico tra dolore e disperata ricerca di felicità.

Ogni sfumatura, ogni cambio repentino tra Norma e Marilyn, viene perfettamente interpretato dall’attrice spagnola e poi congelato nella macchina da presa, trasmettendo allo stesso spettatore quel tipo di emozione. Riesce davvero a catturare il momento, a farlo suo e restituirlo a modo proprio. Una visione bellissima e al tempo stesso tragica.

recensione di Blonde

In conclusione di questa recensione di Blonde, sicuramente possiamo affermare che Andrew Dominik non confeziona una pellicola semplice, ma anzi un prodotto che si presta a molteplici chiavi di lettura ed interpretative. Non è una biografia e per quanto l’immagine disturbi e la rappresentazione indigni, la regia di Andrew Dominik estremizza gli eccessi per poter raccontare un universo femminile partendo dall’iconografia di una delle figure più importanti della storia del cinema e anche di quella americana.

Blonde ci mette di fronte ad una realtà diversa da quella con cui immaginiamo quelle figure che idealizziamo, dividendoli dalla loro anima, dalla loro essenza umana. In un modo o nell’altro, siamo tutti complici e lo siamo ancora oggi, non solo nei confronti di una donna come Marilyn Monroe o di un qualsiasi altro artista su cui ci sentiamo in diritto di poter dire se il suo corpo ci piace o meno, se approviamo le sue scelte oppure no, se la sua tristezza è giustificata nonostante il suo successo; ma anche nei confronti delle persone in generale.

Quando ricerchiamo la foto di una morte brutale, quando condividiamo il video di una violenza o di un’aggressione, quando filmiamo quella stessa violenza senza chiedere aiuto, quando i corpi femminili e maschili vengono oggettificati, resi carne da macello esposta sul bancone, pronti a scegliere il pezzo migliore.

Blonde parla esattamente di questo, dell’incapacità di provare empatia, della brutalità del giudizio e del desiderio, dell’incapacità di andare oltre il filtro o un sorriso, del chiedersi cosa succede davvero quando i riflettori si spengono.

È un film che parla delle diverse forme di abuso, anche quello più passivo, quello più “innocente”, quello che noi stessi – compresa chi scrive – attuiamo sugli altri e su di noi senza rendercene conto, perché così schiavi di un retaggio culturale che, purtroppo, continua a impedirci di andare oltre il nostro naso.

Forse Blonde sarà un film che vi farà incazzare più del previsto, vi farà sentire sporchi più di quanto possiate credere o scioccati per come Marilyn Monroe viene rappresentata, ma sicuramente sarà un film che difficilmente, difficilmente dimenticherete.

Blonde vi aspetta su Netflix dal 28 Settembre

 

 

80
Blonde
Recensione di Gabriella Giliberti

Blonde è il dramma di una donna. Un film doloroso, scomodo e violento. Una vera e propria tragedia con protagonista un’icona immortale ma che Dominik ci fa osservare da una prospettiva completamente diversa. Noi siamo sempre lì, impassibili ed insaziabili osservatori desiderosi di carne fresca, ma la camera ha smesso di girare, le luci si sono spente e non c’è più una diva, ma solo una bambina, una ragazzina fragile, debole, abusata, lasciata a se stessa. Non tutti i diamanti sono come quelli che appaiono e Blonde ne è la prova.

ME GUSTA
  • Ana De Armas è in totale stato di grazia. Tragica, impetuosa, fragile. Straordinaria in ogni sfumatura che riesce a dare a questo personaggio così sfaccettato.
  • La regia di Andrew Dominik e il punto di vista “voujeristico” dona al film quel senso più disturbante ed inquietante del film, facendo passare lo spettatore dalla parte del carneficine
  • L’uso del bianco nero alternato al colore, da una parte riprende le fotografie d'epoca, dall'altra da una percezione di divisione tra la realtà di Marilyn Monroe e di Norma Jeane.
  • Le musiche di Nick Cave e Warren Ellis che creano l’atmosfera in bilico tra il sogno e l’incubo
FAIL
  • Le scene legate alla rappresentazione del feto e il voice over di questo non particolarmente riuscite
  • La morbosità delle sguardo potrebbe risultare troppo disturbante per qualcuno, ma resta funzionale alla narrazione