Master Gardener, la recensione: No Garden for Old Men

5 mesi fa

6 minuti

Master Gardener

Non c’è due senza tre ed infatti per la terza volta di fila Paul Schrader, dopo First Reformed – La creazione a rischio e Il collezionista di carte, decide di presentare il suo nuovo lungometraggio al Festival del Cinema di Venezia, edizione in cui verrà premiato, tra l’altro, con il meritatissimo Leone d’oro alla carriera. Non è però solo questa tendenza a rimanere la stessa, perché anche in questa pellicola ritroviamo tutti quelli che sono i topoi della poetica cinematografica dell’autore. La novità sta nel divertimento che traspare nella sua regia e nella libertà visiva di cui sembra aver goduto durante la lavorazione.

Nella recensione di Master Gardener vi parliamo del film, fuori concorso a Venezia79, di una delle firme storiche della New Hollywood, nonché testimonianza di una mente creativa ancora rilevante e presente a se stessa, nonostante a volte il continuare a riproporre variazioni sullo stesso tema non permette che ci sia una riuscita sempre completa. Infatti, nel paragone tra le affinità con il suo ultimo film, comprese anche nelle strutture più banali, come la prossemica del protagonista, alcune inquadrature, sequenze lisergiche e la decisione di un diario voice over per accompagnare la narrazione, esso risulti sempre il più debole.

Eccezion fatta invece per il concetto di nuovo giardino dell’Eden, che permette una costruzione del mondo identificabile e una comprensibile ideazione del futuro. Una trovata altrettanto efficace, al pari se non più accattivante, delle precedenti.

Il protagonista è il tipico schraderiano, spiato dalla camera quando è chiuso nella sua stanza illuminata solo dalla luce della lampada da scrivania, stavolta interpretato da un inedito Joel Edgerton, controllatissimo outsider dal passato oscuro in cerca di redenzione, al centro di un triangolo composto dall’inflessibile regina di Scozia Sigourney Weaver (affascinantissima) e la malerba pronipote della suddetta, impersonata da Quintessa Sindwell.

Dalle malerbe nascono i fiori

La cura del giardino è un’attività umana millenaria e forse ancora più antica.

In tale esercizio è possibile soddisfare il proprio bisogno di controllo e creatività. La possibilità di trovare un raziocinio nella formazione del mondo che di solito è invece caotica, imprevedibile e distruttiva, se non si sta attenti. Di più, insegnare a se stessi l’arte della pazienza, sia nei propri confronti che di ciò che si decide di far crescere. Un luogo idilliaco, non a caso prima dimora pensata dall’Altissimo per il suo figlio prediletto, poi tramutatosi in un premio a cui non poter neanche aspirare, data la purezza che richiede il poter prendere domicilio presso di esso.

La prima regola per dar vita ad un giardino colorato, rigoglioso e ordinato è quello di estirpare le malerbe.

Un po’ quello che ha sempre fatto Narvel Roth (Edgerton), prima ancora di arrivare a diventare responsabile orticoltore dei Gracewood Gardens, Eden ateo gestito dalla ricca vedova Mrs. Norma Haverhill (Weaver), dea blasfema il cui giudizio fa tremare i gambi e i tronchi di tutta la vegetazione, i vetri di tutte le serre e i cuori di tutti coloro che lavorano per lei. Tutti tranne Narvel, che cerca quotidianamente di mascherare quei terreni con le fattezze del paradiso, anche se in cuor suo essi non possono essere nulla più che purgatorio.

Meglio, perché non sono certo gli angeli ciò con cui si identifica o ciò in cui potrebbe cercare compagnia, meglio esseri di altra natura.

Tutto cambia quando in loco arriva la visita della pronipote della vedova, la signorina Maya (Sindwell), anima smarrita che la donna affida al suo orticoltore di fiducia, in modo da rendere anch’essa parte integrante di quell’ecosistema controllato che è il suo regno.

Per la prima volta però la dea risulterà ingenua perché non solo aprirà le porte ad un caos seminale, ma non sarà neanche in grado di leggere le conseguenze che tale presenza potrebbe portare in Narvel, da lei sempre considerato, stupidamente, un libro aperto. E pensare che ha avuto modo più volte di leggerlo, illuminato da un paio di candele. Si raccoglie quello che si semina dopo tutto, lo dovrebbe sapere una proprietaria di giardini.

Che sia la ragazza la strada per trasformare questo limbo in un paradiso reale?

L’eleganza delle crepe

Nell’ideare questa pellicola sembra sia partito da una delle passeggiate che ci immaginiamo faccia nella sua villa, Schrader, oppure l’ha concepita mentre era seduto su una delle sedie di legno del suo porticato, assorto in una delle luminose serate in veranda. Poco importa, questo film trasuda una calma e un passo (e anche un ottimismo) che è la cosa veramente nuova rispetto al recente passato.

Tralasciando il profilo del protagonista, dato che ormai sono praticamente una serie di volti delle medesima persona (addirittura hanno tutti i capelli laccati, le camicie grigie e le cravatte nere), Schrader torna a raccontare una storia in cui si analizzano le crepe delle strutture umane, in questo caso ancora più evidente nella metafora tra dimensione interna ed esterna.

La trama è meno enigmatica e l’ennesima trasformazione della medesima traccia rischia di risultare stantia per chi Schrader lo conosce e un po’ banale per i neofiti.

Le frasi del voice over sulle piante, sui semi e sulle tipologie di giardino sono però, francamente, adorabili. Tutta la parte di sceneggiatura dedicata alla cura di fiori e dei semi è la più riuscita, perché riesce a dimostrare li potenziale ricchissimo dell’spirato accostamento tra la cura del giardino e il controllo della propria vita. La storia e il suo sviluppo risulta, comunque, in definitiva, in difetto rispetto a ciò a cui siamo stati abituati dall’autore.

La regia, seppur ancorata al solito registro linguistico, invece non stanca veramente mai.

Sempre posata, elegante, elementare e comunque sorprendente, enfatizzata da un montaggio visivo e del tappeto sonoro integrati benissimo anche con il parlato della recitazione degli attori, diretti veramente tutti molto bene e al completo servizio del tono della pellicola. Si starebbe ore a guardare i personaggi che si muovono per gli ambienti perfettamente aderenti ai loro movimenti e ai loro stati d’animo.

Master Gardener è un film schraderiano in piena regola, anche molto ispirato sia nella forma che nell’idea di base, ma risulta invece più fiacco rispetto ai titoli procedenti nell’andamento, che presenta un meccanismo di ripresa alla mitologia divina interessante, ma che non lo eleva in toto a titolo di riferimento dell’autore. Dove perde in potenza però la pellicola guadagna in eleganza di messa in scena, facendo venire il dubbio che ciò che non si coglie durante la visione sia dovuto alla nostra mancanza di pazienza nell’assistere alla crescita del film, più che ad una mancanza reale nella sua fioritura.

Segui la nostra copertura del Festival di Venezia dal 31 Agosto al 10 Settembre direttamente dal Lido sul nostro hub dedicato: leganerd.com/venezia79

75
Master Gardener
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Master Gardener è la pellicola di Paul Schrader con protagonisti Joel Edgerton, Sigourney Weaver e Quintessa Sindwell, presentata fuori concorso a Venezia79. Si tratta di un titolo al 100% schraderiano, partendo dal profilo del suo protagonista, fino alle scelte tematiche e lo svolgimento meccanico del racconto. Le mille metafore che il giardino racconta e porta con sé sono interessanti, sottili e raffinate, così com'è raffinata la messa in scena, impreziosita da una regia ispirata e una direzione attoriale validissima. Il resto lo fa il montaggio sonoro, bilanciato e in armonia con il tono della pellicola tutta. All'apparenza dunque un'opera minore del cineasta, ripetitiva perché meno potente delle altre, ma la sua essenzialità è un valore cinematografico e artistico, oppure siamo noi che dobbiamo avere la stessa pazienza che necessita un fiore per sbocciare.

ME GUSTA
  • L'eleganza della regia, l'efficacia della direzione attoriale e l'ottima fotografia.
  • Il montaggio del tappeto sonoro, perfettamente in armonia con il tono del film.
  • Le mille metafore con il senso che può assumere il giardino, ricche, sottili e raffinate.
  • Tra tutte, la gestione della ripresa della mitologia cristiana, sempre un cliente scomodo da integrare.
  • Il cinema di Schrader è sempre un'esperienza appagante.
FAIL
  • La pellicola non segna una particolare novità nella poetica schraderiana, anzi.
  • Può risultare ripetitiva perché meno potente rispetto alle altre.
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