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Alle origini del mito: una giornata particolare all’Istituto Árni Magnússon di Reykjavík

1 mese fa

15 minuti

Vichinghi, Æsir, Jötun, rune. Tutti termini che in questi ultimi anni abbiamo visto moltiplicarsi all’interno del panorama mediale contemporaneo. Il mondo dell’intrattenimento ha fagocitato la cultura norrena con voracità, portando a una concentrazione di prodotti dai toni e dalle atmosfere similari, pieni di fascino per un passato incerto, del quale abbiamo relativamente poche fonti documentate. Questo universo civile, diviso tra realtà e sogno, scienza e magia, ci avvinghia quasi ogni giorno, tra serie tv, libri, fumetti e film. Ma da dove nasce tutto?

Qual è l’origine di questi personaggi, di questi eventi, di questi miti? Ce lo siamo chiesti per molto tempo, studiando quanto era possibile trovare in rete o stampato su carta. Ma vedere un Van Gogh riprodotto su un libro non equivale a trovarselo dianzi ai propri occhi, immerso nella realtà delle cose. Così, abbiamo preso un volo e ci siamo diretti verso la terra del ghiaccio e del fuoco, destinazione l’Istituto Árni Magnússon di Reykjavík, dove sono conservati i più importanti documenti della storia norrena.

Faccia a faccia con la storia

Árni Magnússon

Ad accoglierci nell’Istituto è il capo del dipartimento folkloristico Gísli Sigurðsson, ricercatore e professore
specializzato in storia medievale e cultura islandese. Lo seguiamo lungo i corridoi dell’Árni Magnússon fino
a una piccola stanza con le pareti ricoperte da librerie strabordanti di testi, sia antichi che moderni. La luce
è molto fioca, così da non rovinare i tre manoscritti che stazionano, sontuosi, sul tavolo al centro della
stanza. Una volta accomodati, il professore ci introduce immediatamente all’interno di questo mondo
frammentario, fatto di poche testimonianze, ma estremamente ben conservate. Gísli:

Tutto quello che vedi qui è stato scritto nel XIII secolo. Le fonti principali che abbiamo sono due: l’Edda in prosa e l’Edda poetica. La prima è stata scritta da Snorri Sturluson, mentre l’altra è anonima.

Snorri è morto nel 1241 e la raccolta di poemi è stata redatta intorno al 1270, quindi li separano almeno trent’anni di storia. L’opera di Snorri è sempre stata molto conosciuta, tanto che abbiamo ben quattro manoscritti medievali, sia con il testo completo, sia in versioni più corte. I poemi non erano altrettanto ben conosciuti durante il periodo medievale, ma dopo la riforma [protestante] molti hanno iniziato a trascrivere sia l’Edda poetica che quella in prosa, con anche l’aggiunta di alcune immagini inedite.

La terminologia che Snorri utilizza nella sua opera continua a vivere nella tradizione degli altri scaldi, perché questi continuano a utilizzare il linguaggio poetico spiegato nell’Edda di Snorri anche nei secoli a seguire, all’interno dei componimenti lirici che realizzano. Questa tradizione va avanti fino al Novecento, il che dimostra l’interesse per la gente comune nei confronti di questo tipo di conoscenza, tanto che hanno continuato a trascrivere tali manoscritti con la stessa dizione poetica e la stesso punto di vista cosmologico.

Quindi, si può dire che sia un’usanza popolare, ma tra il XVII e il XVIII secolo questi testi iniziano a essere catalogati all’interno di musei, librerie, anche universitarie, come la collezione Árni Magnússon o la collezione reale di Copenaghen, che è la più grande.

L’Edda poetica

Il professor Sigurðsson, dopo questa breve introduzione, si volta verso i tre tomi e avvicina a sé quello più a sinistra. Questo è uno dei primi manoscritti che l’Islanda donò al re di Danimarca (fu sotto il dominio
danese dal 1397 fino al 1944) nel XVII secolo: è l’Edda poetica. Folgorati dallo splendore storico di quel
piccolo libro, rilegato nuovamente a causa dello sfaldamento della precedente copertina, ammiriamo il

professore sfogliare delicatamente le sue pagine, scurite dal tempo, un po’ stropicciate, che sembrerebbero
quasi in procinto di sfaldarsi nell’aria se non fossero così rigide e spesse. La nuova rilegatura, più lenta e
maneggevole, è in legno e pelle. Gísli:

“Ecco come appare l’Edda poetica. Questo è l’unico manoscritto parziale di origine medievale con la maggior parte dei poemi. Vǫluspá, il primo poema, è anche in un altro manoscritto, risalente al XIV secolo, ma Hávamál, quello seguente, è presente solo qui. Ci sono frammenti dei poemi mitologici in altri scritti, però la maggior parte si trovano interamente solo qui. Ciò rende questo manoscritto così importante e
prezioso.

Vedi: è ben leggibile. Però, c’è una lacuna; manca tutta una sezione. Non sappiamo quando ciò sia accaduto o dove si trovi la parte mancante”.

Mentre il professore gira le pagine con cura, alla ricerca della lacuna, ci fa notare come il testo non sia
affatto decorato. Solo le lettere iniziali sono un po’ più grandi ed elaborate, ma non ci sono colori diversi o
illustrazioni di alcun tipo. Questo perché era un testo pensato principalmente per lo studio, con anche una
disposizione dei contenuti molto accorta. Infatti, il testo si divide in due sezioni principali: quella mitologica
e quella eroica (i cui poemi sono molto simili a quelli contenuti nel Nibelungenlied tedesco). Trovata la
lacuna, Gísli ci mostra poi una sezione della Vǫluspá, la “profezia della veggente”, probabilmente il più
importante e famoso documento riguardante il folklore norreno attualmente disponibile.

Ascoltiamo il professore mentre declama quietamente alcune delle stanze più importanti dell’opera, spiegandoci come questo poema è stato interpretato sia come un ricevimento indetto personalmente da Odino con una vǫlva (una divinatrice, appunto), oppure come il racconto di quest’ultima a un gruppo di persone, rimembrando un incontro avuto con il “Padre del Tutto” tempo addietro. Dopodiché, come un incantesimo spezzato a metà della sua evocazione, il professore chiude il tomo e lo ripone nel suo contenitore con cura, per poi avvicinare a se quello di mezzo.

La trascrizione di Jakob Sigurðsson

Questo secondo manoscritto è molto più recente. Infatti, è stato realizzato intorno al XVIII secolo da un
contadino della zona orientale dell’Islanda, Jakob Sigurðsson. Questa versione, contenente sia l’Edda
poetica che quella prosastica, oltre a tutta una serie di conoscenze enciclopediche che potevano tornare
utili per la gestione della sua fattoria, è passata di mano in mano fino a raggiungere le coste canadesi.
Gísli:

Questo manoscritto è stato custodito da diverse persone, che hanno scritto il loro nome su un foglio di carta che non fa parte della rilegatura attuale, ma che si trova in quella originale. L’ultima proprietaria, la figlia di uno scienziato, l’ha portato insieme a lei e ai suoi cinque figli in Canada, alla fine del XIX secolo. È stato copiato da un’edizione stampata; uno dei tanti esempi della “cultura dei manoscritti”.

Le persone trascrivevano le proprie versioni dei libri stampati perché non avevano soldi per acquistarli. Quindi, abbiamo i poemi eddici, sempre divisi in mitologici ed eroici, e poi abbiamo questi magnifici disegni nel mezzo. Da qui, invece, inizia l’Edda in prosa e, dopo di questa, troviamo tutta una serie di altre elementi alla fine del manoscritto: calendari, formule matematiche. Insomma, un sapere enciclopedico che poteva tornare utile a Jakob per la fattoria.

Il manoscritto è rimasto nella famiglia di questa vedova, ereditato di generazione in generazione. Alla fine, lo vendettero al nostro consolato onorario di Minneapolis, che poi lo ha donato all’Istituto verso la fine del millennio. Ora è qui da un po’ per scopi di ricerca ed è entrato a far parte della nostra collezione.

Le pagine si susseguono mentre i nostri occhi uniscono le immagini come se si trattasse di una pellicola che passa in moviola. Vediamo la capra Heiðrún mentre mangia le foglie dell’albero Læraðr per produrre
l’idromele destinato agli einherjar, i guerrieri caduti che banchettano nel Valhalla. Vediamo Odino in sella al
formidabile Sleipnir diretto verso le porte di Hell. Vediamo la tragica uccisione di Baldr, la gigantessa Skaði
al fianco di Odino, Thor e il suo fidato Mjöllnir, Gylfi al cospetto dei tre esseri divini ai quali chiede tutto
sull’universo. Come pitture rupestri, i miti e le leggende sembrano prendere primitivamente vita dinanzi ai
nostri occhi.

Edda oblongata

La trascrizione del contadino Jakob viene riposta, mentre viene estratta dalla sua custodia una versione
tanto famosa quanto spettacolare dell’Edda. Questa trascrizione, che prende il nome dalla sua forma
insolitamente allungata, è composta da tredici pagine adornate da ventitré illustrazioni.
Gísli:

Probabilmente avrai visto foto provenienti anche da questo lungo manoscritto, dato che vengono utilizzate spesso. È decorato con alcuni di questi segni magici popolari. Qui si trova l’unica conferma di dove sono posizionate queste creature mitologiche nel cielo. La bocca del lupo [Fenrir] corrisponde alle Iadi, che fanno parte della costellazione del Toro.

Quindi, il sole passa attraverso la bocca del lupo ogni anno, a giugno, e bisogna temere che questi serri le proprie fauci, cosa che non accadrà fino all’arrivo del Ragnarök. Per questo ogni anno si festeggia il Midsommar [la mezza estate] dopo che il sole è sfuggito alla bocca del lupo.

Il processo di conservazione

Per quanto fossimo catturati dai racconti del professor Sigurðsson, ci siamo diretti all’Istituto non solo per
conoscere in modo più approfondito i contenuti di queste formidabili testimonianze, ma anche le tecniche
utilizzate per preservare tali opere, così ben conservate. Gísli:

Per lo più li conserviamo in un luogo relativamente fresco e umido. Reagiscono molto velocemente alla luce e all’aria asciutta. Poi, se sono danneggiati, come alcuni di quelli che abbiamo appena visto – vedi, la rilegatura di questo [la prima Edda visionata] era molto stretta, così l’abbiamo allentata; la colla con cui è arrivato da Copenaghen è stata tolta e ciò che doveva essere riparato è stato trattato con un materiale naturale viscoso che, se fatto bollire, diventa simile alla colla ed è in grado di attaccarsi alle sezioni da riparare.

Nel caso dell’Edda di Jakob, le immagini erano molto più rovinate di qualsiasi altro elemento del libro. Nei secoli le persone hanno guardato molto di più queste ultime rispetto al testo stesso. Come puoi vedere, [le pagine] sono state riparate con l’aggiunta di carta, così da prevenire un deterioramento maggiore. È un lavoro abbastanza ben fatto, senza l’aggiunta di colla, che altrimenti avrebbe compromesso il manoscritto. Il lavoro di conservazione, comunque, è costante.

Interpretare le voci del passato

Un fatto che ci ha sempre affascinato dello studio di questi testi antichi è il processo di interpretazione
delle parole e del modo in cui vengono utilizzate, per esempio nei peculiari kenning (sostituzioni tramite
perifrasi di nomi di persone o cose). Così, abbiamo chiesto al professore di raccontarci un po’ le difficoltà
nell’analizzare e nel portare su un piano di studio contemporaneo tali fonti culturali. Gísli:

Beh, basta leggere il testo; conoscere le lettere e ciò che indicano. La lingua non è molto problematica perché è simile all’islandese moderno. A esserlo è la poetica. Lo è sempre stato. Gli scribi medievali spesso non capivano la poesia eddica. Praticamente non avevano idea di cosa stessero scrivendo, il che rende difficile interpretare tali testi, anche perché è probabile che chi li ha trascritti abbia commesso errori, dato che non ne capiva il contenuto. Se hai fiducia che lo scriba sapesse cosa stesse facendo, allora il lavoro è molto più semplice. Quindi sì, quella è la parte problematica, ma capire l’Edda poetica e in prosa non è complesso. Ovviamente, ci sono manoscritti più rovinati di altri, il che a volte li rende illeggibili.

Spesso ci possono essere dei dubbi riguardo alcune parole perché la calligrafia è confusa ed è difficile capire se si tratti di una o più parole – non è sempre chiaro dove le parole si dividano. Ma, in generale, è un lavoro abbastanza semplice.

Perché l’Islanda

Pietra Runica

La collocazione di questi testi così importanti per lo studio e la documentazione della mitologia norrena
quasi esclusivamente sul territorio islandese è un’incognita estremamente stimolante. Perché tali tradizioni
scritte non si sono diffuse anche (e principalmente) nella Scandinavia continentale, dove la cultura norrena
fioriva e infuriava? Gísli:

Innanzitutto, le popolazioni norvegesi, svedesi e danesi non trascrivevano i materiali mitologici durante il periodo medievale. Quindi, rimanevano solo le testimonianze islandesi. Ma perché proprio l’Islanda? È una domanda molto complessa. Per qualche motivo, questa forma d’arte verbale, l’arte di raccontare storie e comporre poesie a livello professionale, era molto apprezzata sul territorio insulare, probabilmente per via dei collegamenti con le isole britanniche e con i poeti di corte che giocavano un
ruolo importante nel contesto sociale irlandese.

Così, potrebbero essere stati influenzati dall’idea che ogni sovrano che volesse essere preso sul serio dovesse ingaggiare un poeta professionale che componesse canzoni su di lui. Lo stretto legame tra l’Islanda e i panorami culturali dei possedimenti britannici ha portato anche molti stranieri provenienti da tali terre a stabilirsi qui e a monopolizzare questa posizione nelle corti scandinave. Era loro il compito di recuperare quella cultura mitologica, che rappresentava le fondamenta linguistiche e metaforiche che utilizzavano nei loro componimenti. Quindi, ciò ha dato all’Islanda un vantaggio, ovvero avere persone che praticano quest’arte. E quando l’educazione arriva, le persone iniziano ad accorgersi che possono scrivere ciò che pensano, le loro storie e la loro conoscenza mitologica, che è stata, ovviamente, tramandata oralmente per millenni.

Qualcuno che non era un professionista ha capito che poteva utilizzare questa nuova tecnica per tramandare la sua tradizione orale. Tutte le culture europee che venivano cristianizzate durante il periodo medievale avevano la propria mitologia. E questo ci porta a Snorri Sturluson, un poeta e uomo di legge. Al tempo in cui la forma del libro scritto stava prendendo il sopravvento, gli islandesi erano molto legati alla cultura norvegese e alla sua tradizione. Molti altri, invece, stavano studiando per diventare preti o per servire la Chiesa in altro modo.

Snorri si accorse che questi ultimi prendevano tutta la conoscenza a partire da libri di testo, mentre lui doveva imparare tutto ciò che stava studiando a livello orale. Quindi, ormai grande, gli venne in mente: “Perché non sviluppo ulteriormente quest’idea?”. Dopotutto, scrivere testi storiografici riguardanti i sovrani norvegesi era un’usanza già affermata, simile a quanto veniva fatto altrove. Ma scrivere un manuale sulla mitologia norrena e un libro di testo per poeti professionisti è stata un’idea decisamente nuova. L’aver scritto la saga in prosa ha dato il via a molte altre opere. “Se abbiamo scritto questa, perché non possiamo scrivere anche altre saghe, come l’Laxdœla saga e così via?”.

Non conosciamo le ragioni esatte, ma è una moda che inizia nel cerchio culturale di Snorri Sturluson. E una volta che un tendenza inizia a prendere piede, le persone
iniziano a vedere un prestigio sociale a essa legata. È una questione di moda. Tutte le culture posseggono l’arte del narrare, ma questa tendenza è unicamente islandese. Ciò che penso sia unico è proprio la professionalità nella composizione poetica. Hanno capito che era qualcosa di significativo. Non è come costruire un grande edificio o avere grandi flotte, ma essere in grado di creare delle ottime poesie ti portava in una buona posizione nella vita. Oggi abbiamo musicisti pop. Se uno di questi sa il fatto suo, vivrà felice e contento per sempre – a patto che rimanga lontano dalle droghe. In ogni momento storico c’è sempre qualcosa che ti può rendere ricco. Al tempo di Snorri era padroneggiare l’arte scaldica.

L’adattamento di una cultura

Incisioni rupestri di Tanum, Svezia

Spinto dal nostro legame con il mondo dell’intrattenimento, il professore ha voluto sottolineare un
concetto all’apparenza scontato, ma molto importante e fin troppo spesso dimenticato, dedicato ai
processi di adattamento che si basano su mitologie come quella norrena. Gísli:

Oggi abbiamo ogni tipo di videogioco, cartoni animati e così via con personaggi mitologici e rivisitazioni pensate anche per i più piccoli. Partendo da una prospettiva pre-cristiana, la terminologia mitologica e i relativi miti sono l’espressione di quella che chiameremmo la “conoscenza scientifica” del tempo: idee dell’ordine cosmico, come appare il mondo nel quale viviamo e quali sono le forze che alimentano il tutto. Ed è quello che vediamo espresso in questi testi.

Abbiamo la tendenza a considerarli la “versione corretta”, mentre tutti i videogiochi, per esempio, dovrebbero essere sbagliati. Tuttavia, questi sono solo testi che riflettono uno stadio della conoscenza di questi materiali e, nel caso di Snorri, di un singolo individuo. Se un altro essere umano in un’altra parte d’Islanda nello stesso periodo avesse preso l’impegno di scrivere un testo simile, non sarebbe affatto stato lo stesso testo. Quindi, non esistono versioni giuste o corrette di un mito.

A volte, abbiamo perfino più di una versione nelle fonti a noi pervenute, come nel caso di Snorri o, in Danimarca, nei lavori di Saxo Grammaticus, ma anche nelle poesie scaldiche. Esistono molte variazioni, sia a livello cronologico che geografico. L’unica cosa che conta è che l’universo tiene insieme il sistema. Descrivono tutti la stessa visione del mondo, ma in quelle visioni ci si può muovere, adattare e modificare le storie che si raccontano.

In un battito di ciglia, sono già passati quarantacinque minuti, chiusi in una piccola, buia e silenziosa stanza
dell’Istituto Árni Magnússon a parlare di mitologia norrena con uno dei massimi esperti in materia.

Ripercorriamo quel lungo corridoio in compagnia del professor Sigurðsson, le sue parole che ci
rimbombano nella testa, specialmente le ultime. Ci congediamo all’altezza della porta che divide due
mondi, ugualmente pieni di magia e misteri. Varchiamo la soglia e, a malincuore, eccoci nuovamente alla
realtà. Però, vi facciamo ritorno con un pizzico di stupore in più nei nostri occhi e la consapevolezza che le
storie, quelle che contano veramente, superano il singolo per immergersi in una collettività senza tempo,
capace di condividere, temere e amare allo stesso modo e con la stessa intensità.

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