Il mostro dei mari, la recensione: a caccia della balena rossa

2 mesi fa

6 minuti

Il mostro dei mari

Per la recensione de Il mostro dei mari, il nuovo film d’animazione Netflix scritto e diretto da Chris Williams e disponibile in catalogo dall’8 luglio 2022, dobbiamo partire un po’ da lontano.

Il regista premio Oscar (nel 2015, per la regia di Big Hero 6) non ha mai fatto mistero di essere un amante delle pellicole di avventura e che un suo enorme desiderio, da diverso tempo ormai, era riuscire a lavorare ad un titolo che gli permettesse di approfondire questa sua passione e creare un immaginario che lo soddisfacesse. Se ci fate caso già in Oceania (di cui Williams è stato sceneggiatore) è presente un tentativo, seppur timido, in questo senso.

Il classico “faccio un film che prima di tutto vorrei vedere io“.

Dunque non solo raccontare una storia, ma avere la possibilità di creare un vero e proprio mondo, con le sue regole, le sue logiche, un suo storico e delle sue strutture. È bene avere questo in testa perché una delle forze e delle caratteristiche su cui il titolo punta rientrano in questa ottica qua.

Per ottenere il suo scopo necessitava di un certo margine di manovra e dunque non sorprende la sua decisione di svincolarsi dalle regole di “mamma” Disney per affidarsi allo streamer del TUDUM e a Sony, ai quali è riuscito a proporre anche una collaborazione con uno dei produttori di Dragon Trainer – Il mondo nascosto, ultimo capitolo del franchise firmato Dreamworks e Paramount, con il quale la pellicola d’animazione di cui ci occupiamo ha, a ben vedere, più di qualcosa in comune.

Volendo riassumere all’osso, Il mostro dei mari è proprio questo: l’espressione di un desiderio, in cui convogliano tutti quanti gli elementi provenienti dagli immaginari di Williams e delle persone, scelte ad hoc, di cui si è circondato per realizzarlo.

I complimenti vanno in particolar modo alla sceneggiatrice Nell Benjamin, che di solito fa musical, pensate.

Una Moby Dick di rosso vestita

Che fatica la vita da cacciatore di mostri.

Tutte le mattine ti svegli all’alba, lotti con il post sbronza, cazzi la randa, assicuri le cime, spazzi la coffa, svegli il timoniere e la cosa più alta a cui puoi aspirare è morire di una morte gloriosa per mano del gigantesco mostro di turno che ti si para davanti. In più, se non muori, l’unica soddisfazione che ti porti a casa è un pezzo del suo corno. Ci credo che poi bullizzi il primo mozzo che ti si para davanti.

DISCLAIMER: questa recensione è da considerarsi strettamente legata all’analisi della pellicola e non vuole in nessun caso incitare a qualsiasi forma di maltrattamento di mozzi o sguatteri vari.

Eppure è la vita che sognano tutti i ragazzi dai 10/15 anni in giù, specialmente se vivono in un orfanotrofio.

Il mostro dei mari

Prendete il caso di Maisie per esempio: il suo sogno è quello di potere, un giorno, imbarcarsi sull’Inevitabile, la migliore tra le navi cacciatrici, comandata dal leggendario Capitano Crow, terrore di tutti i mostri dei (Sette, ci sta sempre bene) mari del Dregmorr, il cui unico scopo è catturare la Furia Rossa (ecco Dragon Trainer), la sua personalissima Moby Dick. Un intento che condivide con il resto della sua irriducibile ciurma e, soprattutto, con il suo secondo in comando, il giovane Jacob, rimasto in infanzia vittima della furia (ah ah) della terribile creatura.

Jacob, biondo naturale, lancia affilatissima e cuore tenero.

Non è però tutto oro quel che luccica, perché i sovrani del regno dei Tre Ponti, coloro che hanno inaugurato la stagione della caccia ai mostri, rei di avere dato inizio per primi ad una guerra contro l’umanità, sono pronti ad andare oltre l’ordine dei cacciatori nonostante i non trascurabili successi. Questo perché ancorati, a dire loro, dei codici ormai desueti per far fronte alla sanguinosità raggiunta dal conflitto.

Traduzione: saltiamo l’intermediario, facciamo noi e via.

I nervi sono dunque tesi sull’Inevitabile, chiamata non solo a catturare la Furia Rossa, ma a riscattare la credibilità della confraternita tutta. Capite bene che la presenza di una bambina arrogante e vivace potrebbe non aiutare, specialmente quando l’incontro con il mostro si rivela tutto fuorché facile.

Un nuovo mondo

L’idea di Williams era quella di creare un universo coerente e credibile. Nel farlo egli dà fondo a tutte le sue conoscenze e passioni, proponendo allo spettatore un titolo che prende dal videogioco, dall’anime, dal kaijū movie e da Dreamworks (è anche presente uno dei direttori artistici della casa di produzione), senza rinunciare a quel nucleo narrativo prettamente disneyano. C’è anche un animaletto per fa innamorare grandi e piccini.

Al centro viene posto uno scontro generazionale che nasce dalla solita formula del confronto con una versione più giovane di se stessi e arriva fino al sovvertimento di un ordine prestabilito che ostacola la possibilità di un futuro.

Il mostro dei mari

Eppure vi è anche un non so che di contemplativo in questo titolo. Qualcosa che esula dall’animazione 3D o dal character deisgn classico (vintage suvvia) o dalla scelta di accostarlo ad un realismo iper-ricercato o, ancora, dalle imperiose scenografie o, (e poi me la smetto, giuro) dai momenti comici e drammatici di cui si riempiono i dialoghi dai personaggi.

Questo lato si annida nei momenti di silenzio, in cui la camera si allarga e ci mostra lo scontro / confronto tra l’uomo e la natura (rappresentata dai mostri), disegnando delle immagini imponenti, la cui efficacia passa per una loro esclusività rispetto al resto del montato, ovvero quella di riempire improvvisamente lo schermo solamente con questi due elementi.

Questo è ciò che caratterizza la pellicola più di tutto il resto e restituisce in un certo senso anche quella meraviglia da cui Williams e soci sono partiti nella concezione iniziale.

Intorno ad essi e in funzione di essi, per farli risplendere ancora di più, si è creato un universo vivo, tangibile, concreto; per legarli è stata invece scelta una storia funzionale, tutto sommato semplice, già vista, e con una risoluzione che funge in qualche modo da confessione del suo fare accessorio o, comunque, secondario.

Il mostro dei mari è il tentativo di costruzione di un immaginario immersivo ed in questo senso è da considerare la sua riuscita o meno. Il fatto che un approccio all’animazione simile a questo potrebbe essere visto come, se un passo indietro, quanto meno un guardare indietro, è un altro discorso. Si tratta di una questione di scelte.

Il mostro dei mari è disponibile su Netflix dall’8 luglio 2022.

70
Il mostro dei mari
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Il mostro dei mari è il nuovo film d'animazione firmato Netflix e Sony, creato dal premio Oscar Chris Williams. Si tratta di un titolo di stampo classico, nato dalla grande passione del regista per i racconti d'avventura e che, per questo, trasuda impegno e amore da ogni dove. Lo scopo era quello di costruire un mondo immersivo, coerente, imponente e, magari lanciare un nuovo franchise. La sua forza sta nella cura di questo aspetto e nella proposizione di un sottotesto uomo / natura che vive il suo lato più riuscito nelle inquadrature silenti più che nella storia in sé, funzionale, ma tutto sommato già vista, come il messaggio di fondo. Titolo ben realizzato anche dal punto di vista tecnico, ma che guarda un po' indietro .

ME GUSTA
  • L'immaginario, frutto di tanti altri ben mescolati, è credibile e avvincente.
  • La pellicola trasuda passione e impegno da ogni poro.
  • La vicenda è classica, ma funzionale.
  • Delle inquadrature "meditative" davvero suggestive.
FAIL
  • La storia è tutto sommato semplice e già vista, così come il suo nucleo, non troverete sussulti qui.
  • Tutto il character design è di stampo classico, il cui connubio con un contesto improntato al realismo non soddisferà chi vuole che il futuro dell'animazione sia Spider-Man: un nuovo universo.
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