Nessun personaggio del Marvel Cinematic Universe è cambiato tanto quanto il dio del tuono. Non soltanto perché è l’unico Avenger al quale siano stati dedicati quattro film. Dalla sua prima apparizione sul grande schermo nel 2011 è passato dall’eroe shakespeariano immaginato da Kenneth Branagh al fricchettone coloratissimo di Taika Waititi. Nel mezzo c’è stato il passaggio ibrido di Thor: The Dark World, ma forse è meglio dimenticarlo. La recensione di Thor: Love and Thunder, nelle sale italiane dal 6 luglio, parte con una domanda fondamentale: avete accettato serenamente il fatto che il figlio di Odino al cinema sia diventato un simpatico cazzone? Se la risposta è no, allora questo film non fa per voi. Se invece siete pronti ad abbracciare questa versione “zio eccentrico” di Thor potreste godervi parecchio il quarto capitolo delle sue avventure in solitaria.

Che poi “in solitaria” è un parolone (va bene, sono due): Thor: Love and Thunder è un film molto affollato. Ritroviamo il nostro di nuovo in perfetta forma fisica (lo avevamo lasciato appesantito e demoralizzato in Avengers: Endgame, qui è a prova di catalogo Calvin Klein), ma senza uno scopo nella vita. E soprattutto senza amore: non si dà pace per questo. Tutte le persone importanti per lui sono morte tra atroci sofferenze, oppure lo hanno lasciato. Proprio come l’unica donna che abbia davvero amato: Jane Foster (il premio Oscar Natalie Portman). Mentre appende i sentimenti al chiodo, si unisce ai Guardiani della Galassia per salvare chi è in difficoltà. Ma anche lì: è troppo invadente e fracassone. Star-Lord (Chris Pratt) e i suoi ci mettono un attimo a piantarlo.

Senza amore, senza scopo e senza Mjöllnir (distrutto da Hela, sorella sua e di Loki, in Thor: Ragnarok), la saga di Thor sembrerebbe finita. Ci pensa un antagonista, che non è il solito villain intenzionato a conquistare il mondo, a ridare pepe alle sue giornate: Gorr il macellatore di dei, uno con un nome che è tutto un programma, che vuole uccidere tutte le divinità. A interpretarlo un sempre meno riconoscibile Christian Bale, a suo agio con qualunque genere e sempre maestoso. Peccato per il pessimo doppiaggio italiano che ne affossa la brillante prova. Già un avversario del genere riempie le giornate, in più si aggiunge il grande ritorno di Jane: la scienziata è arrivata a New Asgard proprio per l’ex martello di Thor. Mjöllnir l’ha chiamata a sé, trasformandola in Mighty Thor, dea del tuono.

Thor: Chris Hemsworth è il simbolo del cambiamento, almeno al cinema

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Una parte di lettori storcerà sicuramente il naso alla vista di queste parole. Ma se ci pensate l’evoluzione che la Marvel e l’attore Chris Hemsowrth hanno fatto fare a Thor è in linea con le discussioni di questi anni sul cambiamento del punto di vista al cinema e nelle serie tv. Thor è il “maschio, bianco etero” per eccellenza: per di più è anche un dio! Potrebbe fare il bello e il cattivo tempo, essere un leader con cui non si discute. Invece è diventato il migliore amico dei fan della Marvel. Messo in discussione dal padre, dal fratello, dai suoi compagni di lotta, dal suo amore. Nessuno prende per oro colato le sue parole. Anzi. È diventato sempre più comico, ridicolo, quasi fuori tempo massimo. In Thor: Love and Thunder Taika Waititi gli dà un look che sembra uscito dalle cover degli album metal anni ’80 (e lo fa anche spogliare, come in passato sarebbe successo alla protagonista femminile): sembra una reliquia di un’altra epoca, che è stata leggendaria, ma oggi deve cambiare.

È qui il punto chiave: se non piace il fatto che Thor, nonostante il suo fisico iper muscolare, sia anche un eroe fragile e pieno di insicurezze, questa versione non può che far arrabbiare un pubblico non in grado di accettare che i tempi stiano (molto lentamente) cambiando.

Chiede sempre consiglio, qui sopratutto a due donne, si interroga continuamente, si mette in discussione da solo. Questo Thor ascolta molto prima di agire. Qualcosa che i classici eroi action non fanno praticamente mai. Non è lo scapolo senza legami che non deve chiedere mai, alla James Bond: desidera una famiglia, magari anche diventare padre. Un modello di eroe maschile nuovo, che non a caso sfida l’autorità del “grande padre” per eccellenza: Zeus. A interpretarlo un Russell Crowe mai così crapulone, che pensa più a fare orge che a salvare l’umanità (vi ricorda qualcuno? Forse i nomi che vengono in mente sono tristemente più di uno). Zitto, zitto, grazie a uno degli attori che più incarna lo stereotipo “del maschio, bianco, etero”, questo Thor sfida il patriarcato. Ok, l’abbiamo detto.

Thor: Love and Thunder, una commedia per famiglie

In modo opposto e più dark (letteralmente: Gorr è praticamente privo di colori, al contrario del nostro dio del tuono che, come suggerisce l’immortale canzone Rainbow in the dark di Ronnie James Dio, tassello di una colonna sonora strepitosa, è invece un tripudio di sfumature), Il macellatore di dei fa lo stesso. Estremamente religioso, quando scopre che il dio a cui ha dedicato la sua vita, e quella della sua famiglia, non si è mai curato di loro, si ribella all’autorità divina, che promette senza mai dare nulla in cambio, anzi, pretendendo devozione assoluta invano.

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Di tutt’altra pasta invece le donne di Thor: Love and Thunder: Jane, che in realtà nasconde un segreto terribile, quando ottiene i poteri li usa soltanto per aiutare gli altri. È probabilmente questo a renderla degna: non pensa solo a sé, è disposta a sacrificarsi. E quanto è bello vedere Natalie Portman convinta e divertita da questo personaggio in passato rinnegato: forse è la prima volta che si concede così tanto alla commedia. Ed è perfetta. Anche Valchiria (Tessa Thompson), è più che degna: ha accettato di guidare gli asgardiani quando il suo leader legittimo non si è sentito all’altezza del compito.

Perdita della fede e dell’amore, depressione, malattia, lutto: sotto la scorza rock e colorata il film di Taika Waititi affronta temi enormi e pesanti, stemperando il dramma con il suo ormai proverbiale umorismo, che tanto fa arrabbiare alcuni e invece diverte altri.

A differenza di Thor: Ragnarok questa volta tutto è più bilanciato, forse proprio grazie a quel film: ormai sappiamo che il regista, sceneggiatore, attore e comico (in originale è lui a doppiare Korg, ovvero la voce narrante) mescola in un amalgama quasi indistinguibile risate e lacrime. E stavolta fa davvero breccia: questo quarto capitolo su Thor sarà anche esagerato, kitsch e squilibrato (che poi: sono davvero difetti?), ma può contare su un grande cuore. Al centro di tutto c’è la famiglia, ma non la famiglia “da pubblicità della Mulino Bianco”: la famiglia che ti scegli o ti sceglie, composta non da legami di sangue ma d’amore. Sì, sembra il monologo di Anne Hathaway in Interstellar. Non è forse un caso che il film di Christopher Nolan venga espressamente citato. La risposta è l’amore: anche il dio del tuono ci è arrivato. Un amore che può essere di un padre verso una figlia, una coppia di amanti, o di una leader per il proprio popolo. L’importante è spendersi per gli altri, ascoltarli, vederli, sentirli: è questo a renderci degni. Se non come supereroi, almeno come esseri umani.

Thor: Love and Thunder è in sala dal 6 luglio.

70
Thor: Love and Thunder
Recensione di Valentina Ariete

Come scritto nella recensione di Thor: Love and Thunder, Taika Waititi realizza forse il primo film davvero fuori dagli schemi del Marvel Cinematic Universe. Dramma e commedia sono indistinguibili ma, a differenza del precedente Thor: Ragnarok, in mezzo c'è anche tanto cuore. I bambini ameranno questo film.

ME GUSTA
  • La prova di Natalie Portman: drammatica e comica allo stesso tempo.
  • Christian Bale: sempre eccellente, nonostante il pessimo doppiaggio italiano.
  • La colonna sonora rock.
  • I colori sgargianti e la sequenza in bianco e nero.
  • La gag delle armi con personalità.
FAIL
  • Il doppiaggio italiano.
  • L'umorismo di Waititi può non piacere.
  • Il montaggio non è sempre all'altezza.
  • Così come gli effetti speciali.