Bitcoin nel mirino degli ambientalisti: “basta Proof of Work, bisogna cambiare la tecnologia”

6 mesi fa

Un gruppo di attivisti chiede a gran voce l’abbandono del protocollo Proof-of-Work, ossia la tecnologia alla base del funzionamento delle principali criptovalute. L’iniziativa si chiama Change the Code.

Non si tratta, dunque, di una condanna tout court alle criptovalute, bensì di un tentativo per convincere aziende, DAO e miner a promuovere e approvare il passaggio a soluzioni meno impattanti sull’ambiente. Il protocollo PoW non nasce con le criptovalute, in origine era stato pensato con l’obiettivo di combattere le prime campagne di spam via email.

La blockchain è un registro decentralizzato, non esiste un ente o server centrale incaricato di processare e approvare ogni transazione. Così questo compito viene affidato ai cosiddetti miner. I miner competono tra di loro per la risoluzione di dei problemi matematici molto complessi (come le funzioni di hash). Solamente chi arriva per primo alla soluzione verifica il nuovo blocco, ottenendo in cambio una ricompensa economica. Per fare tutto ciò, i miner utilizzano delle macchine progettate appositamente per questo scopo, che consumano parecchia energia elettrica.

Bitcoin, la prima criptovaluta, utilizza il PoW e così fanno anche le principali alternative, come ZCash, Monero e via dicendo. Ethereum oggi utilizza il PoW, ma la fondazione che segue il progetto da anni lavora al passaggio al protocollo Proof of Stake. Funziona in maniera differente e non ha un grosso impatto sull’ambiente. Negli anni sono nate anche diverse criptovalute meno decentralizzate – e meno vicine alla filosofia cypherpunk originaria – progettate per essere più veloci, meno costose e ottimizzate per la DeFi e gli NFT: tra queste c’è Solana, che utilizza un protocollo chiamata Proof-of-History.

Alla campagna Change the Code aderisce anche Greenpace USA. Il direttore della filiale statunitense, Rolf Stark, ha spiegato he cambiare il codice di Bitcoin è sempre più importante. «Le soluzioni – spiega l’attivista – devono però arrivare dalla community di sviluppatori ed esperti». Da qui il motto change the code, not the climate.

La richiesta della campagna rischia tuttavia di scontrarsi contro forti resistenze. I massimalisti del Bitcoin non vedono di buon occhio l’abbandono del protocollo PoW, che ritengono essere (probabilmente a ragione) l’unico strumento idoneo a garantire senza compromessi le proprietà alla base della criptovalute: decentralization, permission-less e censorship-proof.

Recentemente il legislatore dello Stato di New York ha approvato una moratoria che, di fatto, vieta l’utilizzo di combustibili fossili per l’attività di mining del Bitcoin (e di tutte le criptovalute PoW). La legge dovrà tuttavia ricevere l’approvazione finale del governatore dello Stato, che ha facoltà di veto.

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