Outer Range, la recensione: il vuoto dentro di te

3 mesi fa

6 minuti

Outer Range

Ancora non si è capito bene quale sia il lato dell’America preferito dagli americani, se quello che vanta la più moderna, aperta e inclusiva espressione di benessere culturale al mondo, dove volano ceffoni alle serate di gala in mondovisione, oppure quello dei ranch, in cui vige il machismo imperante e mai condannato, ma che ha almeno il buon gusto di sparare a vista a chi ancora parla di resilienza. La cosa è talmente confusa che all’idea di cominciare l’articolo con la frase “the other face of…” suonava molto stupido e non solo per la dubbia originalità dell’espressione in sé, che è un fattore, me ne rendo conto.

Bypassando dunque la soluzione del quesito partiamo con la recensione di Outer Range dicendo che siamo di fronte all’ennesima storia che pesca a piene mani dall’immaginario western, condito da senso di libertà, terre di frontiera, scazzottate, cavalli, cowboy, rodei e via dicendo. L’espressione severa del sempre validissimo Josh Brolin, volto della serie di Brian Watkins, è lì a ribadirlo con fierezza.

Con buona pace della componente sovrannaturale che la serie adopera per porre una variazione sul tema, senza riuscire però a portare la narrazione lontano dalle coordinate che hanno indirizzato quello che è forse ancora oggi il genere più caro ai nordamericani.

Bisogna però ammettere come esse si mescolino molto bene in termini di registro linguistico sia per forma che per contenuto, conferendo all’impianto una certa integrità, al netto di qualche stranezza nei ritmi.

O meglio, è così nelle prime 4 puntate che abbiamo visto in anteprima. La serie debutta su Prime Video il 15 aprile 2022 e poi continuerà a cadenza settimanale fino al 6 maggio.

Come difendersi dal caos

Il Wyoming è una di quelle parti degli Stati Uniti dov’è ancora possibile poter respirare l’aria della tradizione nordamericana che ha continuato, di fatto, a indirizzarne le sorti culturali fino ai primi anni 2000. Quella che ruota intorno alla figura del patriarca che protegge la famiglia, su cui si posano le basi solide di una comunità. L’uomo Gary Cooper, per dirla alla Tony Soprano, “the strong silent type“, ancora meglio se in sella ad un cavallo, con la faccia imbronciata e intento a dirigere una mandria.

Se c’è una cosa che ci si può aspettare da un uomo così è che sarà pronto a difendere i suoi confini e che non si aprirà mai con moglie e figli.

Royal (come ne I Tenenbaum di Anderson) è il capofamiglia degli Abbott, il maschione tossico dal passato oscuro interpretato da Brolin, padre e padrone con accanto la solita donna forte, ma non abbastanza (Lili Taylor) e con due figli, uno con un passato di cui non andare troppo fieri e ora alla ricerca del vero amore (Lewis Pullman) e l’altro alle prese con una figlia già più intelligente di lui e nel pantano della scomparsa di sua moglie (Tom Pelphrey).

Josh Brolin

Accanto al loro ranch, che occupano ormai da tre generazioni, ne sorge un altro, quello dei vicini (cattivi e ricchi, ovviamente), la famiglia Tillerson, composta dai tre figli, Trevor, Luke e Billy e dall’altro patriarca, Wayne (un Will Patton notevolmente sopra le righe).

Come nelle migliori tradizioni è in atto una faida tra queste due famiglie e come nelle migliori tradizioni le due teste di serpente non sono altro che la versione speculare, ma opposta, l’uno dell’altra, soprattutto in rapporto alla loro relazione con il tanto nominato “caos” da cui uno è nato e di cui l’altro è orfano.

A far saltare il banco c’è un omicidio e, soprattutto, l’arrivo presso la corte degli Abbott di una hippie girovaga in cerca di un posto dove trovare l’ispirazione, ovvero una ragazza dagli occhioni azzurri di nome Autumn (interpretata dal Imogen Poots, britannicissima in mezzo a tante facce USA, per accentuare la sua estraneità nel mondo in cui viene inserita).

Oltre ciò è da segnalare anche la quasi contemporanea comparsa di una buca enorme dietro casa di Royal, che tutto sembra tranne che appartenere al mondo che conosciamo. Niente di serio.

Riempire il vuoto

Tradizione e innovazione sono le due correnti che devastano terre come il Wyoming, in cui ci sono gli smartphone e i ranch. Gli uomini che sono vissuti in un certo mondo ormai in disarmo hanno visto accentuarsi man mano che sono invecchiati le difficoltà a relazionarsi con quello nuovo, mettendo in difficoltà anche i loro figli, notevolmente spaesati e per questo accusai di essere deboli.

Di tutto questo i suddetti uomini incolpano il tempo… e Dio.

Il silenzio di Dio per l’esattezza, che, abbandonandoli, li ha privati della sua guida in una realtà che si è andata man mano trasformandosi troppo, divenendo ostile, incomprensibile. Un mondo che ha finito per prendere le fattezze dello stesso vuoto formatosi dentro di loro (una modalità narrativa confermata, tra l’altro, dalla citazione de Il casello magico di Norton Juster presente in un episodio).

Outer Range è molto netto su questo in sede di scrittura e non lascia spazio a granché in quanto ad interpretazioni, ciononostante è interessante come da questa base, fondamentalmente semplice, sta sviluppando la narrazione tramite il suo aspetto più sci-fi, anche se “esoterico” sarebbe un aggettivo migliore.

Imogen Poots

Ecco allora l’arrivo dell’Altro, dello sconosciuto, che è, ovviamente, anch’egli un topos appartenente ad una letteratura tradizionale, non parliamo certo di innovazione in senso assoluto quando lo citiamo.

Esso però sembra essere declinato qui come un Altro che altro non è (perdonate il gioco di parole) che una proiezione di noi stessi nella realtà che tanto ci spaventa, ma di cui già facciamo parte, in questo senso c’è una innovazione, intesa come innovazione di noi stessi. Possiamo anche averne paura (“guarda l’abisso e l’abisso guarderà dentro di te“), ma prima o poi dovremmo prenderne coscienza, anche se magari le corna ci confondono e quindi non ci riconosciamo subito. L’apparenza può ingannare, ma c’è un passato in condivisione.

Outer Range vive del mito del western americano (esaltandone la parte del rapporto con la natura), declinato in senso moderno e reso quindi più oscuro, più brutale e più sconnesso rispetto ad una narrazione da regolare contesto seriale contemporaneo, specialmente quando si pigia il tasto della fantascienza. Tutto però risulta in qualche modo coerente e intrigante. Consigliata la visione.

 

Outer Range debutta con i primi 2 episodi su Prime Video il 15 aprile 2022.

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Outer Range
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Outer Range è la nuova serie Amazon western sci-fi creata da Brian Watkins con protagonista Josh Brolin e che arriva su Prime Video il 15 aprile. I primi quattro episodi mostrano un prodotto che, pur vivendo di un'integrazione tradizionale tra due generi che più volte si sono in passato incrociati, riesce a raggiungere una coerenza strana ed ermetica: netta e chiara nelle basi da cui parte, ma che sembra poter far presagire qualcosa di misterioso e addirittura originale. La distruzione del maschio alfa appartenente ad una realtà da faide per le terre causata dall'incedere di un nuovo mondo che gli presenta il conto mettendolo fisicamente davanti al vuoto che ha dentro di sé. Il western moderno, brutto, sporco e cattivo che incontra l'Altro, anche se l'Altro in questione non è quello che ci si rifiuta di pregare la domenica in chiesa contrariati come un bambinoni, lamentandosi di essere stati abbandonati. L'Altro siamo probabilmente sempre noi.

ME GUSTA
  • Consigliatissimo agli amanti del western.
  • La strana coerenza che i due generi riescono a raggiungere.
  • Interessante la mescolanza di tutte le componenti della storia, che, nonostante la quantità, non sembrano troppe.
  • Incuriosisce la probabilità che potrebbe essere addirittura originale il risultato finale, in qualche modo.
FAIL
  • La componente sovrannaturale non equilibrerà, per ora, i gusto dei palati che il western non lo digerisce.
  • Il ritmo risulta sincopato, date le improvvise cadute di velocità e tensione.
  • La narrazione è piuttosto ermetica, bisogna darsi il tempo di entrarci, forse questo può scoraggiare.
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