The King’s Man – Le origini, la recensione: un prequel da canaglie più che da gentiluomini

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3 settimane fa

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Dato che ormai le metafore culinarie vanno fortissimo anche quando si parla di cinema, per cominciare la recensione di The King’s Man – Le origini, nelle sale italiane dal 5 gennaio, paragoniamo il film di Matthew Vaughn a un abbondante pasto, pieno di infiniti sapori e portate. Prequel di Kingsman – Secret Service (2014) e Kingsman – Il cerchio d’oro (2017), liberamente ispirati alla mini serie a fumetti The Secret Service (2012-2013), scritta da Mark Millar e illustrata da Dave Gibbons, il terzo film della saga racconta com’è nata l’organizzazione segreta britannica Kingsman nel 1919.

Siamo a Londra, a inizio ‘900: la Grande guerra incombe. A farci da guida nell’elegante, e allo stesso tempo brutale, mondo dei servizi segreti di sua Maestà questa volta non è Colin Firth ma Ralph Fiennes. L’attore è Orlando Oxford (un nome che è tutto un programma), Duca di Oxford, che, dopo aver visto morire la moglie Emily davanti ai suoi occhi in Sud Africa, durante la Seconda guerra boera, ha giurato di non combattere mai più. Anni dopo suo figlio Conrad (Harris Dickinson) si ribella a quella che scambia per mancanza di amore per il proprio paese del padre, facendo di tutto per arruolarsi.

Il Duca di Oxford avrà anche giurato di non combattere più, ma in realtà si impegna ugualmente sul campo al servizio della patria: insieme a quelli che presenta come domestici, Polly (Gemma Arterton) e Shola (Djimon Hounsou), ha organizzato una fitta rete di spionaggio, in grado di arrivare in ogni casa e ogni quartier generale. Quando però, nel 1914, Orlando e Oxford vanno a Sarajevo con l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria in un primo momento riescono a sventare un attentato ai suoi danni, poi gli assassini hanno la meglio. Non c’è più niente da fare: si va in guerra.

The King’s Man – Le origini: “We are Oxford, not rogue”

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Se a cercare di evitare prima e far cessare la guerra poi c’è il Duca di Oxford con la sua rete di informatori, a spingere verso il conflitto è invece la banda di super criminali guidata dal misterioso Pastore. Composto da figure realmente esistite – tra cui Rasputin (Rhys Ifans), consigliere privato della famiglia reale russa Romanov, l’illusionista austriaco Erik Jan Hanussen (Daniel Brühl) e la spia olandese Mata Hari (Valerie Pachner) -, questo “club di villains” ha occhi e orecchie ovunque, proprio come Oxford e i suoi. La rapidità nel ricevere e scambiare informazioni diventa quindi fondamentale.

In apertura abbiamo parlato di cibo: in The King’s Man – Le origini è molto presente. Vediamo vassoi imbanditi per colazioni reali, il giovane Conrand si confronta la prima volta con Rasputin a tavola, su cui non manca il caviale, la Bakewell tart (torta inglese a base di pastafrolla, marmellata e mandorle) ha un ruolo centrale in più di una scena, diventando una sorta di “cavallo di Troia” per arrivare proprio a Rasputin. Proprio come questi piatti ricchi di sapore e calorie, The King’s Man – Le origini è un pasto dalle portate che sembrano non finire mai.

A metà tra origin story, film di guerra, commedia e dramma, Matthew Vaughn unisce molti sapori diversi, continuando ad aggiungere personaggi e sottotrame come fossero ingredienti.

Non tutto funziona, non tutto si sposa bene: la sceneggiatura, scritta insieme a Karl Gajdusek, mette talmente tanta carne al fuoco (sì, adesso la smettiamo con le metafore culinarie) da saturare ogni senso dello spettatore. Intendiamoci: nel complesso il film diverte e ha ritmo, ha alcuni momenti molti riusciti (ognuno di quelli in cui c’è il Rasputin di Rhys Ifans), addirittura, quando vediamo l’orrore in trincea, sembra quasi di essere in 1917 di Sam Mendes. Però forse è tutto troppo carico, straboccante.

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Tra una scena di paracadutismo e un ballo che è in realtà un’arte marziale, The King’s Man – Le origini scherza con l’aggressività dell’uomo inglese, che ha fondato la sua fortuna sul colonialismo, sul mettersi al di sopra degli altri moralmente e socialmente, salvo poi rinnegare la propria natura violenta e di conquista nascondendosi dietro a un’impeccabile etichetta. “I nostri antenati erano delle canaglie” dice Orlando al figlio “noi invece siamo Oxford, siamo dei gentiluomini”. Forse è così, ma quando c’è da menar le mani i protagonisti del film non si tirano indietro.

The King’s Man – Le origini: riscrivere la storia

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Come già fatto da Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria e C’era una volta a Hollywood…, Matthew Vaughn si diverte a utilizzare figure storiche realmente esistite come personaggi al servizio della sua trama. A un certo punto si vede di sfuggita anche Adolf Hitler (uno dei primi a utilizzare questo cameo in modo originale è stato Steven Spielberg in Indiana Jones e l’Ultima crociata). La finzione che si mescola alla storia da una parte rende il film ancorato a un’epoca precisa, dall’altra porta The King’s Man – Le origini a spiccare completamente il volo della fantasia, arrivando all’assurdo.

Mentre è impegnato a riscrivere la Storia, il regista e sceneggiatore costruisce quella dei suoi protagonisti: per diventare ciò che renderà grande gli agenti di Kingsman, Orlando e suo figlio devono prima liberarsi dalla paura.

Paura del pericolo, paura della perdita, paura di sporcarsi le mani e di rovinare la propria reputazione. Come viene detto nel film: “la paura è ciò che le persone pensano di te, il carattere è ciò che sei”. Ed è un po’ lo spirito di The King’s Man – Le origini: il pubblico può farsi diverse idee sulla pellicola, ma il carattere sicuramente c’è.

The King’s Man – Le origini: il regno degli attori inglesi

Se c’è una cosa in cui The King’s Man – Le origini trionfa è nell’aver messo insieme un cast eccellente. Ralph Fiennes si diverte nel mettere costantemente in difficoltà il proprio aplomb da perfetto gentleman; Rhys Ifans è meraviglioso nel ruolo di Rasputin, giocando con accento russo e sopratutto con la sua imponente fisicità; Tom Hollander gigioneggia con ben tre ruoli diversi: è sempre lui a interpretare Re Giorgio V, Guglielmo II e Nicola II. Ci sono poi Charles Dance, che interpreta il Segretario di Stato alla Guerra Herbert Kitchener, Aaron Taylor-Johnson, soldato compagno di trincea di Conrad, e Matthew Goode, il Capitano Morton. Gemma Arterton nel ruolo della risoluta Polly ci ricorda quanto sia versatile, riuscendo a passare con disinvoltura dalla commedia brillante all’azione. Anche se non inglesi, Djimon Hounsou e Daniel Brühl fanno il loro, con la solita bravura e presenza scenica.

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Nota di merito anche per la costumista Michele Clapton, che ha lavorato per The Crown e Game of Thrones: in un film in cui l’abito rivela status, rango e ruolo di ogni personaggio, oppure lo maschera, era importante avere un guardaroba all’altezza. Anche perché è proprio lì che si finisce, nel negozio Kingsman Tailor Shop, in cui ci ha fatto entrare per la prima volta Harry Hart (Colin Firth). È Orlando a comprarlo, dando vita ai primi Arthur, Galahad, Percival, Merlin e Lancelot (dal ciclo arturiano).

The King’s Man – Le origini è in sala dal 5 gennaio.

70
The King’s Man - Le origini
Recensione di Valentina Ariete

Come scritto nella recensione di The King’s Man - Le origini, il film è il prequel di Kingsman - Secret Service (2014) e Kingsman - Il cerchio d'oro (2017), liberamente ispirati alla mini serie a fumetti The Secret Service (2012-2013), scritta da Mark Millar e illustrata da Dave Gibbons. Il terzo film (di quella che diventerà una saga) racconta com’è nata l’organizzazione segreta britannica Kingsman, fondata nel 1919 da Orlando Oxford, Duca di Oxford, interpretato da Ralph Fiennes. Matthew Vaughn ci butta in mezzo alla Prima guerra mondiale, riscrivendo la storia e facendo di persone realmente esistite, come Rasputin e Mata Hari, dei personaggi. Sovraccarico, straboccante, volutamente assurdo: il regista e sceneggiatore mette insieme infinite sottotrame, mescolando generi e stili (a un certo punto sembra 1917 di Sam Mendes!). Non tutto funziona, non tutto è ben amalgamato, ma nel complesso, grazie a un buon ritmo e a un cast eccellente, ci si diverte.

ME GUSTA
  • Il cast è eccellente, da Ralph Fiennes a Charles Dance, la scuola inglese dimostra la sua grandezza.
  • Rhys Ifans è un Rasputin memorabile.
  • Il ritmo è sostenuto.
FAIL
  • Matthew Vaughn si fa prendere la mano e abbonda con sottotrame e personaggi: è il caso di dire “less is more”.
  • Si mescola con disinvoltura commedia, film in costume, film di guerra, azione: non sempre però si trova il giusto equilibrio.