Succession 3, la recensione: i am better than you

4 settimane fa

6 minuti

Jeremy Strong

Uno dei momenti di pathos più importanti all’interno del racconto di una grande saga familiare è quello del passaggio del testimone. La successione, per essere banali. La presa di potere, per suggerire una variante. Su di essa si basa la trilogia de Il Padrino di Coppola o anche la saga di Star Wars. Quando non si pone al centro questo segmento cruciale allora esso diventa l’inizio ideale per garantire alla storia delle premesse potenti e coinvolgenti. Un esempio recentissimo? Peaky Blinders. Lignaggio, eredità, sangue. Un attimo che racchiude in sé le tantissime angosce che sfumano dalla capacità dei singoli nell’avere successo nel campo di turno alla sfera sentimentale che coinvolge tutti loro quando si leccano le ferite. Famiglia e affari.

Nella recensione di Succession 3, la serie più bella nel periodo delle serie più belle, firmata HBO, creata da Jesse Armstrong (The Thick of It) e prodotta, tra gli altri, da Adam McKay (strapremiata l’anno scorso per miglior serie, cast, regia e chi più ne ha più ne metta), parla proprio della sospensione di questo attimo, ritardato dall’incapacità del re di passare lo scettro. Un tempo inconsistente in cui ogni attore sulla scacchiera è costretto a rivelare le sue ambizioni e le sue debolezze, in una lotta contro se stessi e contro gli altri. Dominare ed emergere.

Controllare i propri istinti per non essere da essi controllato.

La prima parte verteva sulla incapacità dell’erede al trono di vincere contro il tiranno, mentre la seconda si concentrava sull’analisi delle meccaniche di un regno in procinto di crinarsi, debole perché vittima di un fraintendimento in cui era previsto che impero e famiglia avessero gli stessi confini. La terza, andata in onda su Sky Atlantic dal 29 novembre al 20 dicembre 2021, è quella che più di tutte si occupa della distruzione definitiva di questo che ormai è un ossimoro, approfondendo più delle altre l’aspetto che l’umanità assume quando viene costretta a vivere nei panni una pedina di questo grande gioco e, lato più interessante di ogni altro, affronta senza infarciture buoniste (come da costume della serie) i motivi dell’odio generazionale.

I figli di Odoacre

Siamo all’indomani delle dichiarazioni che hanno segnato il ritorno sulla scena del redivivo Kendall (Jeremy Strong), il quale ha deciso per l’occasione di ridedicarsi al suo passatempo preferito: la guerra patricida ai danni di Logan (Brian Cox). Stavolta però l’intero pacchetto di maggioranza della Waystar Royco è a rischio (in America non si può scherzare molto con le molestie sessuali), motivo per cui la mossa del fratellone (non maggiore sennò Connor si arrabbia, per carità) indispone non solo sir Roy senior, ma anche i due pargoletti Roman (Kieran Culkin) e Siobhan (Sarah Snook), determinati a difendere papone contro il traditore di casa.

I barbari che hanno preso d’assalto l’Impero Romano non hanno però certo aspettato che la famiglia reale decidesse di tornare a mangiare la minestra insieme prima di sferrare l’attacco decisivo e rendere Roma una provincia vichinga o unna. Dunque, oltre al colpo gobbo, probabilmente decisivo, proveniente dal cuore del reame, esso deve ora difendere i suoi confini anche dallo straniero. In questo caso la tecnologia, le app e gli svedesi che si divertono ad urinare sulle home dei siti di streaming che non finiscono il buffering dopo 15 secondi.

Succession 3

Kendall rimane però Kendall e la facilità con la quale confonde la distruzione con l’auto (distruzione) non è mai un fattore da sottovalutare quando decide di “mettere su una faccia felice” al posto di quell’adorabile musone. Se non si manipola da solo, quanto meno si rallenta.

Questo è lo spazio di manovra di Logan, il quale ha però bisogno come non mai di avere vicino a sé la sua corte dei miracoli, tenuta insieme dai suoi due nuovi luogotenenti, che si credono ancora intelligenti ed emancipati pur avendo passato tutta la loro vita a domandarsi sempre e solo: “Chissà cosa pensa papà?“.

Il suo scopo è quello di allearsi con Romulus e Shiv contro il loro stesso fratello (da guerra patricida e fratricida è un attimo) con la promessa che sarà uno di loro a prendere in mano l’azienda di famiglia, ponendo una divisione e indebolendo la loro posizione già nelle premesse del nuovo accordo. Logan non cambierà mai. Adesso però ci siamo, ora o mai più, il suo sangue lo bramano ormai troppe tribù dall’esterno per poter essere salvato. I figli di Odoacre, quelli sì, uniti e arrabbiati. Il premio dunque non può non essere assegnato.

A guerra vinta, ovviamente.

La caduta del Velo di Maya

Tra i tanti miracoli della serie di Armstrong, scritta, interpretata, diretta e musicata come nessun’altra al giorno d’oggi, non c’è tanto la sua capacità di parlarci dell’America, del mondo dei media o delle logiche del mercato contemporanee, ma quello di rivelare i segreti più reconditi dell’animo umano analizzandolo su un tavolo da laboratorio chiamato “sistema famiglia”, al cospetto del grande affabulatore del capitalismo, il potere.

Jeremy Strong e Sarah Snook

Il potere è rivelatore perché di fronte ad esso tutti quanti finiranno, prima o poi, con il mostrare le proprie ambizioni, poco importano i legami di sangue come quelli affettivi. Ciò che separa un potente da un altro è la sua capacità di discernere le due cose meglio degli altri contendenti.

Un veleno che si insinua nei letti degli amanti, nelle camere dei figli, nelle tavolate con i parenti, fino a piegare anche i più integri, fino a rendere tutti infidi e, paradossalmente, ancora più umani.

Ciò che la terza stagione della saga della famiglia Roy mostra è come la propria umanità non si perde mai sul serio perché nessuno è in grado di lasciarla veramente defluire da sé per diventare quel mostro calcolatore che la società contemporanea esige. E, questo, è un male.

L’umanità distorta di cui si occupa in sostanza Succession è il volto, allargando il raggio, del malessere di tutto quanto il mondo occidentale, ingozzato di ricchezze e agi che non servono a nessuno, e comunque imbottito di psicofarmaci. Preda di una depressione dovuta all’interiorizzazione di un odio incessante tra generazioni, flaggellante per entrambe proprio perché in fondo, dipanato il più classico dei veli di Maya, siamo tutti impreparati a gestire il potere, poco importa se il nostro ruolo sia quello di darlo o quello di riceverlo. Bambini, che fingono di essere adulti.

Succession 3 è andata in onda su Sky Atlantic dal 29 novembre al 20 dicembre 2021.

85
Succession
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

La terza stagione di Succession, la serie HBO creata da Jesse Armstrong e prodotta, tra gli altri, da Adam McKay e con protagonisti Brian Cox, Jeremy Strong, Kieran Culkin, Sarah Snook, Alan Ruck, Matthew Macfayden e Nicholas Braun conferma il titolo come uno dei meglio scritti, recitati, diretti e musicati del panorama odierno. In un epoca in cui nel panorama odierno c'è, di fatto, una serie del momento a settimana. La saga della famiglia Roy continua a narrare la guerra civile interna al reame in momento in cui il mondo sta definitivamente cambiando, e, come un bambino viziato, esige la testa del patriarca ormai anziano per poterci giocare a baseball. L'apice della narrazione della lotta intestina tra i fratelli e il papà esige però ormai lo scioglimento dei fili del velo che ricopre la scelta del nuovo erede al trono, a patto che ci sia.

ME GUSTA
  • La conferma di ogni aspetto che ha reso la serie la migliore su piazza.
  • La recitazione di Jeremy Strong vede alzarsi ancora di più l'asticella.
  • Alcuni dialoghi sono semplicemente straordinari.
  • Questa stagione è musicata ancora meglio delle altre.
FAIL
  • Questa stagione ha un episodio in meno e quindi si dovrà aspettare almeno una settimana in più per l'inizio della prossima.
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