La pandemia in Giappone

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2 mesi fa

10 minuti

Premessa: l’articolo è stato scritto qualche settimana fa. Essendo la situazione pandemica in continua mutazione, troverete delle frasi che potrebbero sembrare leggermente fuori contesto, visto e considerato che, da oggi, il Giappone ha nuovamente chiuso le frontiere (sì, anche per questioni lavorative).

I danni procurati da COVID-19, in Giappone, non hanno mai raggiunto i drammatici numeri italiani: le strazianti foto bergamasche non hanno un equivalente nipponico. I contagiati totali (registrati) sono ancora sotto i due milioni, e i morti – mentre scriviamo – meno di 20.000, nonostante l’età media della popolazione non sia propriamente bassa. Quali siano le ragioni non spetta a noi dirlo, e nemmeno trattarlo: il nostro pezzo non ha alcuna pretesa di esaustività o di completezza, lo abbiamo scritto solamente per rendervi consapevoli, non lo foste già, di quanto sia – e sia stata – diversa la gestione nipponica della pandemia, e la sua incidenza, rispetto ad altri paesi come il nostro.

Proprio perché i danni non sono mai stati altissimi e anche perché in Giappone non si può imporre (a livello legale) un lockdown, la situazione si è sviluppata in modo alquanto differente. Non ha avuto i nostri picchi d’incidenza, ma ha alterato la quotidianità, il lavoro e la normalità perfino più a lungo di quanto non sia successo in Italia. Se i nostri sono stati dei mesi angoscianti per varie ragioni, e se durante l’estate abbiamo potuto parzialmente rilassarci (sia nel 2020 che nel 2021), in Giappone sembra abbiano attraversato un lungo limbo che ha generato una “nuova normalità”. Adesso i numeri stanno migliorando parecchio, dopo una tardiva e intensa campagna vaccinale, ma non è ancora chiaro quando e come si tenterà di tornare alle vecchie abitudini.

Per comprendere meglio cosa sia successo, e soprattutto come sia stato vissuto a livello personale, abbiamo intervistato Giulia (ecco il suo profilo Twitter), una ragazza italiana che vive in Giappone, vicino a Tokyo (dove lavora).

Ripetiamo che la finalità principale di questo articolo è quella di donare un’idea generale di cosa abbia significato vivere la pandemia in Giappone, proprio perché abbiamo notato che c’è molta curiosità nei confronti di questo argomento, che non viene discusso molto spesso nei media generalisti.

Una curiosità per noi appassionati di videogiochi anche utilitaristica, lo ammettiamo candidamente, perché ha influenzato e influenza le tempistiche di sviluppo delle aziende nipponiche.

 

Ciao Giulia, benvenuta su Lega Nerd. Per prima cosa, presentati ai nostri lettori, sia come persona sia, eventualmente, come appassionata di videogiochi (come hai iniziato, quanto giochi tuttora…).

Ciao! Mi chiamo Giulia, sono laureata in lingua giapponese e vivo e lavoro in Giappone da quattro anni. Oltre alla musica, la mia più grande passione sono i videogiochi. Ho iniziato come molti della mia generazione con Pokémon per Game Boy e ho continuato sul filone dei J-RPG come Final Fantasy. Il mio preferito tra i contemporanei è sicuramente Final Fantasy XIV, che gioco online da sei anni.

 

Negli ultimi mesi, anche stando a vari commenti dei lettori, sta salendo la curiosità di comprendere come state vivendo la pandemia in Giappone, in che modo l’abbiate affrontata, e quanto possa tuttora penalizzare le aziende. Prima di tutto, tu in che città vivi? E lì, com’è stato – se c’è stato – il lockdown?

Io vivo appena fuori Tokyo, nella prefettura di Kanagawa, e lavoro nella zona est di Tokyo. Qui non c’è stato un lockdown rigidamente imposto come in altri paesi, dato che a livello costituzionale non è possibile obbligare la popolazione a non uscire di casa, ma all’inizio della pandemia (a fine marzo 2020), quando i numeri dei contagi hanno iniziato a salire, il governo ha richiesto che le persone limitassero gli spostamenti non necessari, che le aziende favorissero il lavoro da casa e ha chiuso tutte le scuole fino a giugno.

Dato che io lavoro in un asilo, ho passato da metà marzo a fine maggio in quarantena, anche se è stata una cosa più volontaria che altro. Ricordo che il clima in quel periodo tra i residenti esteri era molto teso, tra le notizie spaventose che arrivavano dai rispettivi paesi di origine, e la risposta molto più blanda e quasi incomprensibile del governo giapponese.

 

In sostanza il governo elargisce dei consigli di comportamento, ma non degli obblighi? La situazione, un anno e mezzo dopo, è ancora immutata?

Esatto, non ci sono obblighi legali anche se a livello concreto le “richieste” del governo sono considerate delle linee guida da seguire per tutte le aziende e i negozi. A chi ha dimostrato di seguire le direttive sono stati versati degli incentivi. Con la fine del primo stato di emergenza (a giugno 2020), per molti – me compresa – la vita lavorativa è tornata com’era prima, mascherine e restrizioni varie a parte, mentre altri hanno continuato a poter lavorare da casa.

Alcune categorie sono state fortemente penalizzate, come i ristoratori e i locali che hanno dovuto fare orari ridotti fino a pochissimi giorni fa, parliamo di ottobre 2021. Pare che alcuni locali abbiano ignorato le richieste del governo, altrimenti non sarebbero potuti sopravvivere durante questo periodo. Le ondate di contagi qui in Giappone sono state un po’ diverse da quelle nel resto del mondo, e la peggiore che abbiamo vissuto come intensità è stata quest’estate, da giugno a settembre.

Il Giappone ha iniziato il processo vaccinale con diversi mesi di ritardo, ed è probabilmente stato penalizzato da questo.

Per fortuna però la campagna vaccinale è stata molto rapida ed efficiente, tanto che al momento è uno dei paesi più vaccinati al mondo insieme all’Italia, nonostante l’inizio che gli ha fatto poco onore. Per esempio ricordo che tutti i miei amici in Italia hanno potuto vaccinarsi diversi mesi prima di me e io lavorando a contatto con bambini piccoli ero molto frustrata da questa lentezza dell’approvazione dei vaccini, già utilizzati in metà mondo da mesi… Però attualmente i contagi sono finalmente arrivati a livelli così bassi che anche gli esperti sono rimasti senza spiegazioni. Oggi è stato il primo giorno senza morti dovuti al COVID da un anno e passa.

 

Le modalità di gestione (e di vita) durante la pandemia quindi sono state molto diverse dalle nostre. Il fatto che i contagi e le morti siano finalmente bassi favorirà il ritorno alla normalità? Avete sensazioni positive a riguardo oppure credi che le “richieste” governative non cambieranno nei prossimi mesi, nonostante il miglioramento?

Sì, giudicando da quello che ho potuto sentire da famiglia e amici il modo di vivere durante la pandemia, e anche la percezione della stessa, è stata diversa. Mi è capitato diverse volte, confrontandomi con altri residenti esteri, di essere molto critica verso le politiche giapponesi di contenimento del virus, che spesso durante i vari stati di emergenza (ho perso il conto di quanti ce ne sono stati) si sono limitate a chiedere che non si servisse alcol nei locali… e soprattutto della loro chiusura dei confini.

Da aprile a settembre 2020 i confini sono stati chiusi a chiunque non avesse un passaporto giapponese, residenti permanenti e lavoratori con visto compresi, di fatto bloccando per mesi migliaia di persone fuori dal proprio paese di lavoro e residenza. In seguito hanno finalmente riaperto per queste categorie, anche se la quarantena di quattordici giorni rende di fatto impossibile lasciare il Giappone a chiunque abbia un lavoro standard, dato che i giorni di ferie sono molto limitati. Io sto aspettando che la quarantena venga abbassata per poter andare a trovare la mia famiglia dopo due anni.

Però a livello di vita quotidiana c’è un grande senso di liberazione da quando l’ultimo stato di emergenza è stato sollevato e si è potuto tornare a mangiare fuori dopo le 20, e fare attività come andare a concerti senza troppe preoccupazioni.

 

A differenza nostra che abbiamo avuto momenti di alti e bassi, di aperture e chiusure, sembra che voi abbiate attraversato un lungo limbo meno contrastato. Che tu sappia, le aziende più grandi – in particolare quelle di videogiochi – hanno in programma di continuare a lavorare a distanza, o si sta facendo qualcosa per ripopolare gli uffici?

Credo che il trend generale sia di iniziare a tornare pian piano a lavorare in ufficio. Per quanto il Giappone abbia un’immagine estremamente moderna e tecnologica, la realtà è che si usano ancora floppy disk e fax. Molte aziende hanno sofferto molto l’obbligo di lavorare in remoto, perché non erano preparate per farlo.

Quindi ora che sembrerebbe esserci un ritorno alla normalità non mi sorprenderebbe se molte aziende decidessero di tornare al lavoro in ufficio. Per quanto riguarda le aziende di videogiochi, posso fare l’esempio del team di Final Fantasy XIV, che seguo assiduamente. Essendo un team di sviluppo di un gioco online con scadenze regolari, hanno avuto la necessità di mettersi in linea il prima possibile, ma anche con tutti gli sforzi fatti per avere a casa PC, schermi, e una linea sufficientemente potente per lavorare, hanno dovuto ritardare l’uscita delle patch di due-tre mesi, e l’imminente uscita della nuova espansione è appena slittata di altre due settimane.

 

In sostanza, è ipotizzabile che in questo periodo ogni azienda abbia rallentato i propri ritmi di sviluppo, in maniera più o meno grave. Una delle cose che ci ha colpito durante le Nintendo Direct, da occidentali, è che non hanno mai rimosso l’avviso che “i prodotti potrebbero subire un ritardo a causa di COVID-19” (stiamo citando a memoria): ora è più chiaro perché. Un’ultima domanda: c’è qualcosa di interessante su queste tematiche che pensi di doverci comunicare, e che non ti abbiamo chiesto proprio perché non conosciamo bene la situazione pandemica giapponese?

Per esempio ho notato girare molte informazioni poco accurate sulla situazione in Giappone, soprattutto all’inizio della pandemia, con molti che lo portavano ad esempio e lo idealizzavano perché i contagi erano molto più bassi di quelli italiani ed europei/americani. In realtà, se avessero paragonato i numeri a quelli dei paesi che ha intorno, avrebbero visto che in questa zona dell’Asia non era in testa a nessuna classifica, anzi. Inoltre i numeri saranno stati anche bassi, ma anche i test effettuati erano in numero estremamente inferiore.

La poca considerazione che ha dimostrato verso i residenti stranieri (che pagano tasse e pensioni), ma anche verso la popolazione in generale, quando ha scelto di dare priorità alle Olimpiadi invece di destinare fondi per posti letto nel periodo più critico, è una macchia nella propria reputazione che si porterà dietro per parecchio tempo.

Vedere come certe questioni siano totalmente sconosciute o considerate irrilevanti da chi idealizza questo paese, e lo usa per criticarne altri, è stato personalmente molto illuminante. In sintesi, l’erba del vicino è sempre più verde, ma la realtà è sempre molto più complessa e sfaccettata, e basta scavare solo un poco per scoprire che la superficie è sempre diversa da cosa c’è dentro.

 

Non casualmente molte società hanno rifiutato ogni possibile affiliazione con le Olimpiadi, e altre hanno evitato di sponsorizzarle. Grazie mille per il tempo che ci hai concesso, Giulia, e buona “normalità”!

Grazie mille per le domande! Ora posso uscire di casa senza più sentirmi in colpa, ma in realtà non vedo l’ora che esca l’espansione di Final Fantasy IX per chiudermi dentro casa a chiave! (ride)

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