La complessa ramificazione a cui la storia del cinema ha man mano piegato la forma del linguaggio della Settima Arte, con i suoi mille creativi e le sue mille correnti, ha avuto sempre come obiettivo quello di riuscire a raccontare la società attraverso i suoi cambiamenti storici. L’evoluzione del linguaggio ha chiamato nuove regole e le nuove regole hanno permesso nuove variazioni, fari per non perdere la rotta nell’auspicabile cammino autoriale verso il buio della sperimentazione. O una visione “ottimistica” per dire che i generi e i loro sotto non sono solamente etichettature per critici e spettatori, ma più dei fili di Arianna multiuso per permettere a cineasti di ogni epoca di utilizzare più sapientemente il mezzo cinematografico per le loro nobili intenzioni. Generi e i loro sotto, questi ultimi più spendibili anche dei primi e quindi riproponibili per un’integrazione efficace in contesti linguistici sempre più differenti, al punto da non riuscire più a capire se essi siano diventati più importanti del genere in sé. Se avete dei feticismi per i rapporti di potere.

Un esempio? Il buddy movie o, più banalmente, i film di coppia, un formato che ha permesso di destrutturare preconcetti ed esaltare le differenze, ponendole come basi necessarie per il rapporto dei due protagonisti. Più sono diversi e più il loro legame alla fine sarà solido e vincente per i fini della vicenda.

Un genere che ha le sue radici negli anni ’30 del cinema nordamericano, ma che è arrivato molto forte fino ad oggi, trasformato, rinnovato, approfondito e destrutturato, ne è un esempio Red Notice, originale Netflix in uscita il 12 novembre, in cui viene proposta una coppia assolutamente inedita, ma rigorosamente agli antipodi, come da tradizione vuole, composta da The Rock (afecionados del regista Rawson Marshall Thurber, visto che siamo ormai alla terza collaborazione) e Ryan Reynolds al centro di un adventure movie con più di qualche spruzzatina di heist in cui dovranno mettere da parte le loro divergenze per riuscire a fronteggiare la terribile Gal Gadot, la bellissima, quanto letale, Alfiere, la ladra numero uno al mondo. Una lotta all’ultimo uovo (di Cleopatra) in giro per il mondo, dai freddi rigidissimi di prigioni sperdute in giro per le vette innevate al caldo amazzonico delle classiche foreste a cui Dwayne Johnson pare così tanto affezionarsi man mano che il tempo passa e i film si accavallano. Ennesimo esempio ad alto tasso di intrattenimento che dimostra l’anima profondamente poliedrica del buddy.

Red Notice

Quasi 100 anni di storia del cinema attraverso generi, riflessioni, contesti storico-culturali e media differenti, per uno dei “sottogeneri” tra i più importanti nell’esaltare le incongruenze e nel difendere l’importanza dell’integrazione.

Sono state fatte già molte classificazioni sui buddy movie, per questo noi qui vi proponiamo una classifica nella sua variazione più classica: 11 buddy comedy da recuperare, cercando come al solito di spaziare con le proposte, provando ad allargare (e perché no) a forzare anche un po’ i confini. Uno spunto per far riflettere voi e per farci anche un po’ insultare noi, che non guasta mai. Dai classici più conosciuti fino a qualcosa di moderno, consapevoli che, date queste premesse, abbiamo dovuto tenere fuori titoli importantissimi. Non vedrete Will Smith per esempio, il che è già incredibile vero?

 

Buddy Buddy (1981)

Jack Lemmon, Billy Wilder e Walter Matthau

Un titolo per tutti, il più (o uno dei più, concedetecelo visto il caso) dichiaratamente interessati alla lavorazione sul genere. L’immenso Billy Wilder, che non era mai stato particolarmente entusiasta di quella che è stata la sua ultima pellicola, ci perdonerà.

Remake del francese Il rompiballe del 1973, Buddy Buddy è una bellissima buddy comedy che vide come protagonista una delle coppie più splendidamente assortite della storia del cinema americano e non solo, Jack Lemmon e Walter Matthaus. Fu proprio il genio e l’intuito di Wilder a proporla per la prima volta in Non per soldi… ma per denaro del 1966, anche se forse neanche lui credeva di essere stato prima fautore di un sodalizio che durò oltre la sua stessa vita, concludendosi solo nel 1998 con il sequel de La strana coppia (1968) per cause dovute allo scorrere del tempo.

Trama: il killer Trabucco affitta una camera d’albergo per svolgere un omicidio su commissione ai danni di un testimone chiave di un importante processo, ma si ritrova ad essere vicino di stanza del povero critico televisivo Victor Clooney, che decide di farla finita dopo l’abbandono di sua moglie.

Cosa potete fare voi? Usarlo come spunto per recuperare film come  Prima pagina (1974), Gli impenitenti (1997), Due irresistibili brontoloni (1993), That’s Amore – Due improbabili seduttori (1995). E magari dare anche uno sguardo a A qualcuno piace caldo (1959); c’è solo metà della coppia, ma in compenso c’è Billy Wilder e non andiamo molto lontani dal genere.

Una poltrona per due (1983)

Una poltrona per due

No, non è Natale (sulla fiducia), anche se il countdown sarà iniziato da qualche parte.

Sua maestà John Landis, nei suoi anni d’oro, da vita ad un film cult leggendario basato sul famosissimo Il principe e il povero di Mark Twain e con dentro una marea di cinema, dando prova di essere uno dei registi dal talento più precoce della storia di Hollywood e condizionando ogni nostra Vigilia ormai da oltre 20 anni.

Una poltrona per due del 1983 con protagonisti a Dan Aykroyd e Eddie Murphy è una delle prime buddy comedy moderne ad elevare il genere a strumento di analisi sofisticato, ironicamente cinico e straordinariamente divertente, per parlare della ricchezza delle differenze, dei preconcetti riguardanti geni e ambiente di provenienza e per criticare la (secondo lui, ahimé) malriposta convinzione del capitalismo di poter controllare le vite altrui per trarne un profitto, anche fosse solo un dollaro. C’è anche un po’ di dramma da cancel culture, sempre per segnalare il genio di Landis, precursore da sempre.

Curiosità: all’inizio del processo creativo del film i personaggi principali dovevano essere interpretati da Gene Wilder, nel ruolo di Winthorpe, e da Richard Pryor in quello di Valentine. Li troveremo più avanti.

Noleggiabile o acquistabile su Prime Video

Arma letale (1987)

Arma Letale

Proseguiamo la nostra classifica delle 11 buddy comedy da recuperare con uno dei maestri moderni del genere, Shane Black, citando il titolo più importante, nonché il primo, scritto a poco più di 20 anni, a cui abbia lavorato. Arma letale del 1987, capostipite della lunga serie cop girato da Richard Donner e con protagonisti Mel Gibson e Danny Glover.

Non solo un film che ha fatto saga, il che è sempre un pregio, con buona pace di detrattori vari ed eventuali, ma che ha ispirato fino alla derivazione più dichiarata tanti altri film e tanti altri autori, infiltrandosi anche in altrettanto importanti serie cinematografiche e non.

Per chi non lo sapesse, la trama ruota attorno ad una coppia di poliziotti: Roger, tenente della sezione Omicidi e amorevole padre di famiglia amante della vita tranquilla, e Martin, testa calda dal grilletto facile rimasto drammaticamente vedovo qualche hanno prima. Due opposti per formazione ed indole che hanno in comune l’esperienza della guerra in Vietnam, tassa regolatrice di un’intera generazione di americani, che si ritrovano a dover fare fronte comune per far luce su un caso di suicidio sospetto.

C’è un altro titolo, in ballo per entrare nella nostra classifica fino all’ultimo, abbondantemente valido, molto più recente e sempre di Shane Black, che vi vogliamo segnalare. Avete già indovinato credo. The Nice Guys del 2016 con la coppia formata da Ryan Gosling e Russel Crowe, un film divertentissimo e con una coppia inedita, ma perfettamente integrata.

Disponibile su Netflix

Chi ha incastrato Roger Rabbit? (1988)

Chi ha incastrato Roger Rabbit?

Chi ha incastrato Roger Rabbit? del 1988, ovvero una delle opere più importanti (se non la più importante) nell’ambito del cinema a tecnica mista, nonché una delle migliori pellicole di un maestro come Robert Zemeckis. Ispirato al romanzo Who Censored Roger Rabbit? di Gary Wolf.

Il miracolo dell’incontro plausibile ed esente da qualsiasi tipo di scarto di realtà tra due dimensioni lontanissime, come reale e toon, materialismo e fantasia, in una pellicola che vede i due protagonisti come facenti funzioni delle rispettive caratteristiche, in una perfetta simbiosi tra visivo e concettuale. Buddy comedy in cui la costruzione del rapporto tra la coppia di personaggi diventa eco di quella tra i due linguaggi cinematografici e, di conseguenza, dei due universi, pieni di differenze, ma ancora più ricchi insieme. Che è poi il cuore del genere preso in considerazione. O no?

Il mai troppo compianto Bob Hoskins interpreta Eddie Valiant, investigatore privato della Hollywood degli anni ’40, che si ritrova al centro di un caso in cui dovrà collaborare con un cartone attore degli studios, tale Rabbit Roger, per scagionarlo dall’accusa che lo vede come omicida del presunto amante della moglie, tale Rabbit Jessica, mossa dal terribile giudice Morton (Christopher Loyd), rinomato giustiziere di Cartoonia.

Disponibile su Disney+

Non guardarmi: non ti sento (1989)

Non guardarmi non ti sento

Proseguiamo la nostra classifica delle 11 buddy comedy da recuperare, mantenendo la promessa fatta poco più su e presentando una pellicola complicata, sia per la gestazione che per i tanti compiti che vuole assolvere.

Trama: Dave, proprietario sordo di un negozio assume Wally, un uomo affetto da cecità come commesso. Tutto procede bene finché non si ritrovano testimoni a metà di un omicidio commesso da una bellissima donna e, loro malgrado, primi accusati dalla polizia. La fuga dalla prigione è solo uno dei primi atti di una rocambolesca ricerca della verità in cui i due si troveranno a diventare amici per la pelle.

Ci voglio cinque sceneggiatori (tra cui lo stesso Wilder) e la sapiente regia di un maestro come Arthur Hiller per un una commedia sull’esaltazione dell’integrazione con due mostri sacri della commedia come Gene Wilder e Richard Pryor. In questa variazione sul genere il focus non è sulle differenze umane della coppia, ma sui rispettivi handicap, che li separano per quanto riguarda l’essenziale approccio alla vita, ma li uniscono nella storia fino a renderli paradossalmente indispensabili l’uno per l’altro.

Un’esaltazione delle differenze che si sposta su un piano diverso, molto delicato e facilmente frutto di incomprensioni, per una pellicola che comunque costituisce una interessante variazione, per quanto pecchi di alcune difficoltà strutturali che ne hanno impedito la piena riuscita. Però c’è un Kevin Spacey con i baffi, a gradire.

Acquistabile su Apple TV+

Chi non salta bianco è (1992)

chi non salta bianco è

Variante in ambito sportivo, Chi non salta bianco è del 1992 è una buddy comedy firmata da Ron Shelton, già autore all’epoca di una pellicola sportiva (e futuro sceneggiatore di Bad Boys II di Michael Bay, altra saga buddy piuttosto famosa), con protagonista la coppia formata da Woody Harrelson e Wesley Snipes.

Billy ha un grande talento per la pallacanestro, ma non essendo riuscito a sfondare come professionista, ha ripiegato vivendo di piccole truffe qua e là. La sua vita cambia quando conosce Sidney, un afroamericano spaccone che si considera un grande giocatore a sua volta un grande giocatore di basket, anche più forte del suo futuro compagno di merende. I due finiranno presto col mettersi nei guai e saranno costretti a fare fronte comune per riuscire a racimolare la cifra che devono a dei terribili strozzini.

Shelton riesce a ribaltare il concetto canonico di pregiudizio razziale ponendo in un contesto black un bianco che gioca meglio di tutti gli altri fratelli del ghetto, dando vita ad una pellicola intelligente, dal linguaggio comico contaminato e che si adatta alla perfezione al registro linguistico da strada. Tra le altre cose molto riuscite e molto apprezzabili del film troviamo un’analisi sociale seria della Venice Beach presa in considerazione, delle gran belle interpretazioni e un terzo atto dalla profondità non scontata con cui si risolver il rapporto tra i due protagonisti.

Die Hard – Duri a morire (1995)

Die Hard - Duri a morire

Terzo episodio della saga del poliziotto John McClane, Die Hard – Duri a morire vede come protagonista la splendida coppia composta da Bruce Willis e Samuel L. Jackson opposti al mefistofelico Jeremy Irons.

Nel gioco sadico ideato da una voce in grado di far “magicamente” saltare in aria grandi magazzini a caso viene coinvolto il leggendario poliziotto McClane, ormai in pensione (e ancora in pieni postumi da sbronza) e, suo malgrado, il tassista afroamericano Zeus Carver. I due si troveranno a dover unire le forze per salvare se stessi e la città e quindi smascherare il misterioso uomo, che per qualche motivo ce l’ha proprio a morte con l’antieroe interpretato da Willis.

In un bellissimo terzo capitolo, Die Hard riesce a coniugare un ottimo esempio di buddy cop dalle sfumate tinte comedy con il perfetto ritmo del film d’azione, esaltando la città di New York e portando sulla scena un primo archetipo di terrore collegabile ad un nemico a distanza, privo di forma fisica. Schema che nell’evolversi assumerà comprensibilmente la forma dell’ossessione ultradecennale del cinema nordamericano dopo l’immane tragedia dell’11 settembre.

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Toy Story – Il mondo dei giocattoli (1995)

Toy Story

Rimaniamo nel 1995 con un film che ha fatto epoca. Toy Story, frutto del genio di John Lasseter e i soci, fu l’incasso maggiore di quell’anno, il primo lungometraggio Pixar nonché il primo film d’animazione in assoluto ad essere realizzato interamente in CGI. A sottolineare l’importanza di uno di quei titoli che ha cambiato per sempre l’industria cinematografica ci sono 3 sequel e l’annuncio di qualche giorno fa di Lightyear, lo spinoff completate dedicato a Buzz. Siamo nel 2021.

Ambientando la storia in un microcosmo in miniatura, ma pieno di vita e significati, come la camera di un bambino, il film ci presenta una società di giocattoli che fa da sempre riferimento a Woody, cowboy parlante, il preferito del loro padroncino, nel momento dell’incontro con il nuovo, lo sconosciuto venuto da fuori, lo space ranger Buzz Lightyear.

L’incontro/scontro per eccellenza, che esalta le logiche della buddy comedy e la pone in una pellicola dal sapore universale e con il respiro da cinema classico. Vecchio e nuovo mondo, conosciuto e sconosciuto, analogico e digitale, noi e l’altro. Due modi di essere, di vivere e di fare intrattenimento, in lotta per riuscire a trovare il proprio posto al servizio della causa più nobile che ci sia: accompagnare la crescita di un bambino.

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Hot Fuzz (2007)

Hot Fuzz

Il primo titolo post anni duemila della nostra classifica delle 11 buddy comedy da recuperare (anche se abbiamo citato The Nice Guys a dire il vero) vuole essere, come nel caso di qualche altro film selezionato, un esponente di una collaborazione, in questo caso quella tra Simon Pegg, Nick Frost ed Edgar Wright.

Esempio europeo, in pieno stile british, Hot Fuzz del 2007 è il capitolo 2 della Trilogia del cornetto, iniziata con Shawn of Dead (da noi L’alba dei morti dementi), uno dei capolavori indiscussi dello zombie movie (parola di Tarantino), e conclusa dal divertentissimo La fine del mondo.

Nicholas Angel è uno straordinario poliziotto di Londra, faro per la comunità ed efficientissimo amministratore della legge. Tutte qualità eccezionali che lo rendono talmente odioso agli occhi degli invidiosi colleghi da farlo trasferire a Samford, una ridente cittadina di campagna il cui più grande problema è un’oca fuggitiva. Lì conoscerà Danny Butterman, ingenuo poliziottone figlio del commissario Frank, primo difensore della serenità del paesino, dietro la quale si cela però una terribile verità.

Pellicola estremamente intelligente, come da sempre uso del sodalizio, che tra una citazione e l’altra, riesce ad ampliare i confini del buddy cop grazie ad una destrutturazione divertentissima del super poliziotto di oltreoceanica memoria ottenuta attraverso l’esaltazione delle potenzialità dell’ordinario, spingendosi ad una mistificazione quasi sacrale del western (“out of my village!“) e con uno scontro finale dalle derive spy e monster movie. Gioiellino.

Disponibile su Disney+

Strafumati (2008)

Strafumati

Chiudiamo con una delle prove migliori (e più coraggiose) di David Gordon Green, che con Strafumati del 2008 si trova a dirigere (benissimo) una buddy comedy con protagonista il duo Seth Rogen /James Franco (che forse non vedremo più, sigh) frutto delle menti del primo, di Evan Goldberg e di Judd Apatow. Ovvero uno dei team della commedia americana più importanti degli ultimi anni.

Dale Denton è un pigro e assiduo consumatore di marijuana con una fidanzata al college e un lavoro in cui cerca di faticare il meno possibile, mentre Saul Silver è uno spacciatore (il suo spacciatore) diventato molto richiesto in città dopo aver avuto un’esclusiva sulla Pineapple Express (una cannabis frutto di un baby parto, a quanto pare). La loro vita cambia quando Dale diventa unico testimone di un omicidio e pensa bene di coinvolgere Saul, costringendolo ad unirsi a lui in una fuga da polizia corrotta e dagli scagnozzi del re della droga Ted Jones, il tutto nella completa ignoranza di stare per entrare nel mezzo di una guerra tra bande.

Probabilmente la massima espressione del duo Rogen/Franco, una commedia degli equivoci divertentissima e brillantemente scritta, in grado di spaziare tra generi diversi senza mai perdere la bussola e il proprio tocco autoriale. Un intrattenimento senza pretese, ma costruito con un ritmo perfetto e giocando sapientemente sul filo della continua esagerazione.

Disponibile su Netflix

Bonus: Paura e delirio a Las Vegas (1998)

Paura e delirio a La svegas

Non contenti di essersi già presi le critiche che possiamo udirefin da qui, alziamo ancora la posta, proponendovi come bonus della nostra classifica delle 11 buddy comedy da recuperare Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam, tratto dal romanzo Paura e disgusto a Las Vegas (1971) di Hunter S. Thompson, massimo (primo?) esempio di giornalismo gonzo e una delle punte di diamante della beat generation di Jack Kerouac, William S. Burroughs e Allen Ginsberg.

La decima pellicola del leggendario regista ex membro dei Monty Python, divisivo (ma premiato) a Cannes 1998 è un viaggio lisergico al cento dell’anima nera dell’America capitalista negli anni ’60, in una delle città più significativamente macabre e corrotte. Raoul Duke e il Dr. Gonzo sono i due esponenti di una generazione di americani sull’orlo di una crisi di valori senza precedenti, incapaci di rapportarsi con una realtà in cui non si rispecchiano più, in uno stato di costante quanto affannata guerra per la propria salvezza o forse solamente morti che camminano in un mondo allucinogeno dove poter esperire gli ultimi stralci di una vita svuotata.

Tra i simboli di un’epoca cinematografica, cult senza tempo, pasticcio visionario (come l’hanno in molti chiamato), come volete voi, rimane una delle pellicole più importanti di un regista geniale e mai troppo incensato, o coccolato.

Disponibile su Prime Video con Infinity Selection

Bonus: Prova a prendermi (2002)

Leonardo DiCaprio, Steven Spielberg e Tom Hanks

Come ultimo atto tiriamo la corda al massimo proponendovi il bellissimo film di Steven Spielberg ispirato alla reale vicenda biografica di Frank Abagnale jr., eccelso truffatore americano in attività tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo. La coppia in questo caso è quella delle grandi occasioni, Leonardo DiCaprio e Tom Hanks.

Frank W. Abagnale Jr. è un ragazzo americano di famiglia benestante, che vede il padre come un eroe e un esempio da seguire. Il che può essere una brutta combinazione quando è lo stesso che si rivela un cattivo pagatore in guai con il fisco per discrete cifre che portano l’economia domestica verso la dissoluzione. Il divorzio dei genitori fa il resto e il giovane Frank decide di mettersi in proprio. Ma come? Diventando un pilota Pan Am, ma anche un dottore straordinario e un avvocato di Barkeley, ovvero falsificando assegni, documenti e truffando chiunque gli si pari davanti. Sempre alla disperata ricerca di soddisfare il padre. Per sua fortuna sulle sue tracce si mette l’agente FBI Carl Hanratty, esperto in frodi bancarie.

Spielberg imbastisce un biopic con toni e tempi da commedia sul rapporto padre figlio, destrutturando il senso della coppia canonica e posizionando al centro un rapporto che vede i due protagonisti divisi per quasi tutto quanto il film, non solo idealmente, ma anche geograficamente. Un rapporto a distanza che prende forma, raccontandoci la sua crescita e formazione di entrambi ed eguagliando la potenza narrativa di coppie dall’interazione più canonica. Un buddy rovesciato che trova nel finale la sua compiutezza e che può essere letto anche una sorta di prequel per il duo che verrà.

Disponibile su Netflix