Army of Thieves, la recensione: una cassaforte tira l’altra

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7 mesi fa

7 minuti

Matthias Schweighöfer

Ciò che era nella mente di Netflix e Zack Snyder quando, la scorsa primavera, uscì Army of the Dead era quello di creare un nuovo universo zombie che potesse riportare una delle figure classiche del cinema horror ad essere di nuovo protagonista di una saga audiovisiva. Il progetto non era neanche male e, qualsiasi cosa pensiate di un film molto diviso alla sua uscita (qui c’è la nostra recensione), delle basi per un universo credibile erano stato gettate. Dal punto di vista commerciale nella prima settimana di programmazione il film ha avuto 72 milioni di utenti, diventando il nono più visto di sempre nella storia dello streamer e dal punto di vista autoriale il regista di Green Bay aveva confermato le sue qualità nel mettere mano al genere dopo il suo remake (non male tra l’altro) dello Zombi di sua maestà George Romero, pur non scomodando paragoni francamente impensabili.

Con la recensione di Army of Thieves vi presentiamo il secondo dei tasselli di questo zombie-verse in formato streaming, il terzo sarà una serie animata e il quarto, presumibilmente, un sequel che si chiamerà Planet of the Dead, tutti indizi che ci portano a pensare, come, ad un possibile semaforo vedere dell’utenza, c’erano già tutti gli ingranaggi produttivi e creativi pronti per dar vita ad un universo cinematografico progettato ancor prima che le riprese del primo film finissero.

Stiamo però correndo troppo. In questo articolo parliamo della pellicola prodotta dai coniugi Snyder (Zack e Deborah) e diretta e interpretata da Matthias Schweighöfer, dedicata, ovviamente, al suo personaggio interpretato in Army of the Dead, lo scassinatore tedesco Ludwig Dieter, uno dei più carismatici e di successo. Si tratta di un ibrido tra prequel e spinoff, ambientato alcuni anni prima degli avvenimenti clou della pellicola precedente, ma in contemporanea con lo scoppio dell’epidemia a Las Vegas, anche se di zombie non c’è, praticamente, nulla.

Se viene confermata la scelta editoriale di rimanere sul tracciato dell’heist movie (prima a tema morti viventi e stavolta quasi cinema d’avventura), si rischia invece di disperdere praticamente tutti caratteri dell’universo introdotti dal primo film.

Un anello del Nibelungo da scassinare

Ci sono due o tre cose sapere su Sebastian Schlencht-Wöhnert (Schweighöfer). La prima è che ha veramente un nome complicato da pronunciare o, semplicemente, da ricordare, lo dicono tutti! Molto meglio Ludwig Dieter, no? Quello dell’alter ego a fumetti che aveva creato quando era un bambino un po’ sociopatico fissato con lo scassinare cassaforti in miniatura. Ecco, la seconda cosa è che è ossessionato falle cassaforti, quasi a livello sessuale oserei dire, e che ne sa una più del demonio sull’argomento.

Il che ci porta all’ultima cosa importante da sapere su di lui: è uno dei più grandi fan di Wagner, ma non di quel Wagner (cioè, magari gli piace anche quello), ma di un altro Wagner, che a sua volta era un fan sfegatato di quel Wagner, quello famoso, quello a cui avete pensato. Richard, il compositore. Non so se mi sono spiegato.

Egli (il primo Wagner) fu autore incredibile di quattro leggendarie cassaforti impossibili da scassinare ispirate ai quattro atti de L’anello del Nibelungo, tetralogia di drammi musicali composta da Das Rheingold, Die Walküre, Siegfried e Götterdämmerung, posti lungo un continuum narrativo di tre giornate. Il nome di ogni sua creazione rimanda direttamente all’atto da cui ha preso spunto. Le prime 3 sono trovabili, mentre l’ultima si dice sia diventata la tomba del suo stesso creatore, sigillatosi al suo interno a causa della scomparsa di moglie e figlio. Noi sappiamo che è a Las Vegas.

Matthias Schweighöfer e Nathalie Emmanuel

Questo è il mito che riempie le fantasie di questo youtuber  biondino di poco (anzi pochissimo) successo e impiegato di banca molto annoiato (bellissima la logica che l’impossibilità di scassinare le cassaforti ti porti a lavorare nel luogo dove sono presenti), che sogna di poter trovarle trovare e scassinare. Questo è anche il motivo che lo porta a raccogliere l’invito di Gwendoline Starr (Nathalie Emmanuel), famigerata ladra dal passato oscuro, la quale gli propone di unirsi alla sua banda modello Fuori in 60 (anzi 50) secondi. Sapete no? Il guidatore esperto di drift, il bello, impossibile e muscoloso dal grilletto facile e la sensuale hacker/dj da musica ambient. Solita cosa.

La missione? Scassinare le 3 casseforti di Wagner, dalla più facile alla più difficile. Ma non per i soldi, bensì per la gloria e il prestigio. Sebastian ovviamente accetta, l’attrazione per la leggenda è troppo forte e gli occhi di Gwedoline sono troppo belli. Lo aspetteranno tradimenti, intrighi e improbabili agenti dell’interpol. Magari anche un paio di zombie, ma di questi ci frega poco.

 Molto heist, un tocco di adventure, poco zombie (verse)

Army of Thieves è un caso particolare di spinoff/prequel piuttosto sbilanciato. Il legame vero e proprio che ha con il suo riferimento filmico è l’anima da heist movie, qui ancora più evidente perché in grado di invadere ogni spazio della pellicola, dal racconto di formazione del protagonista alla storia d’amore passando per tutte le derive da adventure che strizzano in modo curioso l’occhio addirittura a titoli come Indiana Jones, il che sarebbe stato veramente un fattore molto molto carino se si avesse avuto modo (o forse la qualità) di giocarci meglio. Di tutti gli elementi presentati in Army of the Dead non c’è invece niente: dalle atmosfere cinematografiche alle logiche con cui sono stati costruiti i personaggi, due cose molto riconoscibili dell’impronta di Snyder. Qualche sogno premonitore non solo non può bastare, ma risulta anche un po’ posticcio.

Magari sarà una saga eterogenea, sicuramente lo sarà, per ora, c’è molta poca coerenza.

Il film poteva anche essere un titolo indipendente e il fatto che non lo sia in più lo depotenzia: noi sappiamo dov’è l’ultima cassaforte, come finirà la storia d’amore e che fine farà il protagonista, su cui tutta la struttura si concentra.

Army of Thieves

Per il resto siamo davanti ai cliché di un heist con mille padri di mille epoche diverse, composto come un videogioco a livelli, dalle forzate derive comiche e decisamente troppo lungo. Caratteristica che lo porta ad essere pieno di flashback e spiegazioni in voice over, in cui ci si affida ad una sorta di continua sovrastruttura narrativa in cui si rompe più volte la quarta parete. Tutto per facilitare, comprimere ed ordinare, come se la trama fosse poi così difficile da comprendere.

Il protagonista maschile è di quelli che di questi tempi vanno per la maggiore: una destrutturazione della mascolinità tossica da simil supereroe un po’ imbranato, molto strambo, ma dal talento smisurato e dall’incredibile successo con la bella di turno, che come femme fatale pecca un po’ visto che la sua natura attoriale la porta ad essere dolce anche prima di quando la sceneggiatura lo preveda. Un cliché come sono un cliché tutti gli altri personaggi (gli agenti francesi sono molto poco credibili), interpretati senza particolari sussulti, anche se una menzione speciale la diamo a Ruby Fee, che se la cava benissimo.

Per la sua seconda regia Matthias Schweighöfer si sceglie un film difficile, Army of Thieves è una pellicola molto piena e inutilmente complicata su cui pesa la mano di Snyder, prolisso per eccellenza e pieno di rallenty. L’elemento adventure funziona ed è la cosa che lo caratterizza davvero, tutto il resto non fa danni e per gli appassionati del genere questo può essere addirittura un titolo da recuperare.

Army of Thieves è disponibile su Netflix dal 29 ottobre.

65
Army of thieves
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Army of Thieves è il sequel/spinoff targato Netflix, di Army of the Dead di Zack Snyder e segna il secondo tassello di un nuovo zombieverse formato streaming. La pellicola è diretta e interpretata da Matthias Schweighöfer e si concentra sul suo personaggio nel primo film della saga. Un heist movie duro e puro, con mille padri di mille generazioni differenti, con delle derive molto interessanti da film d'avventura, ma quasi nessun riferimento alle atmosfere cinematografiche dell'universo a cui dovrebbe appartenere. Buono per appassionati di genere, anche se molto lungo e inutilmente complicatosi nel funzionamento, con delle derive comiche anche carine e qualche spunto da intrattenimento piacevole. Non fa danni, ma ha tutta l'aria di essere stato vittima di un equivoco.

ME GUSTA
  • La deriva d'avventura con cui si decide di sfumare l'heist puro è interessante.
  • Un po' prolisso, ma intrattiene tutto sommato bene.
  • Piacerà agli amanti del genere.
FAIL
  • Non c'entra praticamente nulla con le atmosfere del film da cui nasce.
  • La lunghezza e l'inutile complicazione per il suo scorrimento.
  • La banalità della trama e dei personaggi.
  • Il peso dell'occhio di Snyder.
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