Nanni Moretti è stato fin da sempre un autore autoriferito. Un fautore di se stesso come lente e termometro della realtà, in tutte le fasi del suo cinema, che però molte volte è cambiato e che, alla soglia dei suoi 70 anni, cambia ancora. Un rapporto paradossale, che poi è anche quello che regola la vita psicologica di tutti, quello che riguarda uno dei più grandi pensatori del nostro cinema: l’intenzione ossessiva di allontanarsi da noi stessi solo per poi tornare, ogni volta, a guardarci. Lo diceva anche in Mia madre (sua ultima pellicola di finzione prima di questa) Giovanni a Margherita: “Fai qualcosa di nuovo, di diverso, dai rompi almeno un tuo schema, uno su 200“. Certo, lì l’invito era ad essere più leggeri, poi qualcosa sarà cambiato. Era il 2015. Uno, nessuno e centomila Moretti, ma sempre lui, dentro e fuori dallo schermo, distintamente riconoscibile, seppur alter ego di se stesso, che di tutti i suoi film e di tutte le sue storie ne ha fatto un tassello di una filosofia, di un atteggiamento, e viceversa. La natura della sua ultima pellicola e le scelte che ne hanno deciso l’uscita sono lì a testimoniarlo, una volta ancora.

Nella recensione di Tre Piani parliamo infatti di un film concluso mesi fa, pensato per uscire alla Croisette nell’anno dell’apocalisse e poi rimandato fino all’edizione successiva, Cannes74. Nessuna possibilità di alternative, lo ha detto Moretti stesso alla conferenza stampa di presentazione. Un ritorno al Festival che lo ha adottato giovanissimo e in cui è ancora l’ultimo italiano ad essersi aggiudicato il premio più ambito (23 anni dopo Olmi e il suo L’albero degli zoccoli) nel 2001 con La stanza del figlio, pellicola citata anche in questo film. Come tante altre, come Moretti ha sempre fatto, in questo universo tutto suo, in cui gioca con noi e in cui misura il mondo.

Per la prima volta Moretti non scrive un soggetto originale, ma decide di adattare/reinterpretare un romanzo, coadiuvato dalle penne di Federica Pontremoli e Valia Santella, e per l’occasione sceglie quello, dal titolo omonimo, dello scrittore israeliano Eshkol Nevo. Un testo dalla natura epistolare diviso in tre monologhi raccontati da altrettanti personaggi, sviluppato su tre piani (appunto) psicologici che diventano le istanze della seconda topica freudiana, Es, Io e Super Io, e che in più risulta fortemente radicato con la cornice storica, sociale e culturale di appartenenza. Impresa per nulla facile, ma che permetterebbe a Moretti di dar vita a quel cortocircuito che va cercando.

Tre piani, quattro famiglie

Dai sobborghi di Tel-Aviv al quartiere Prati morettiano (ma stavolta neanche troppo), lo stabile di tre piani ci viene presentato con una scena che nel libro non c’è e che da subito mette in chiaro la natura conflittuale tra l’esterno e l’interno. Anzi, l’influenza nociva che spesso il quotidiano delle piccole cose ha su di noi quando usciamo, avventori, nel mondo. E anticipa anche l’uso molto importante delle macchine che si fa nella pellicola. Case mobili. Anzi, stanze. Anzi. Piani.

Moretti non fa tre monologhi (poco funzionale) e quindi crea un film corale (che poi troppo corale non è) e invece di dividere in tre storie, divide in tre archi temporali, lavorando molto per accumulo (mi rifiuto di usare “addizione” in questa sede perché ho paura di andare incontro allo stesso destino di chi urla bomba su un aereo) e poco di intreccio.

Tre piani

Tre (più uno) nuclei familiari su tre piani e, quindi, tre istanze. Al piano terra ci sono Lucio (Riccardo Scamarcio) e Sara (Elena Lietti), genitori completamente dediti alla figlioletta Francesca, spesso ospite dei vicini dall’altra parte del pianerottolo, Renato (Paolo Graziosi) e Giovanna (Anna Bonaiuto). Salendo le scale invece si trova Monica (Alba Rohrwacher), neomamma messa alla prova dalla solitudine a cui è costretta a causa del lavoro del marito Giorgio (Adriano Giannini), che passa spesso fuori diversi mesi. All’ultimo piano ci sono i giudici Vittorio (Nanni Moretti) e Dora (Margherita Buy) con loro figlio, Andrea (Alessandro Sperduti), il protagonista della scena di apertura (una cosa in comune con la Palma d’oro 2021, Moretti ci perdonerà) e si fa quindi simbolo di quella conflittualità e quella nocività di cui sopra. Il figlio di due giudici, ribelle e arrabbiato come era Michele negli anni ’70, ma che porta il nome del figlio di Giovanni.

Se il pensiero morettiano vuole che siano piccoli gesti della quotidianità a minare le certezze, l’indagine psicanalitica che la scelta letteraria suggerisce chiama l’analisi del rapporto genitore/figlio, che, guarda caso, da qualche tempo riempie la testa del cineasta.

Genitori che sospettano dei figli, che proiettano su di loro delle insicurezze e dei malesseri che non gli appartengono; genitori che rinunciano ai figli o che obbligano altri genitori a farlo; genitori a cui i figli non bastano. Pulsioni di vita e pulsioni di morte, che regolano gli scambi tra i personaggi in una cornice che va a vivisezionare i segreti, i neri e bui della classe media borghese, chiusa in se stessa, opprimente per le donne e, soprattutto, con la pretesa che niente di ciò che è fuori di essa gli sia di competenza. Senza il dubbio di aver bisogno di altro e altri. Moretti è egli stesso espressione della paura di tale destino, stavolta forse come non mai, e quindi lascia spazio agli altri, rinunciando ad apparire, salvo poi, comunque, prendersi una delle scene più importanti del film, la più severa. Tornando a guardarsi, ma con occhi diversi.

Palazzo chiuso

Margherita Buy

Nell’adattare/interpretare il romanzo di Nevo, Moretti intraprende la via della durezza nelle scelte sia di scrittura che di messa in scena e di recitazione. Una fermezza che si traduce in una copertura, una superficie incolore, un velo estraniante a cui nulla deve sfuggite. L’iperverbosità della sceneggiatura, il montaggio antiemotivo, la regia scolastica, svogliata (all’apparenza) e la recitazione scientemente rigida, robotica, che invita quasi alla alessitimia e che sfocia nel patetico.

Un intento chiaro, limpido, comprensibile e anche in un certo senso interessante, specialmente se considerato il momento del cinema italiano e la fase della carriera del cineasta, ma che, purtroppo, diventa vano nella resa, rimanendo incompiuto, sfumato, non arrivando mai ad una soluzione.

Tre Piani

La scrittura sfocia nella didascalia, la fotografia e la regia non riescono mai, veramente, a dare un senso di spazialità definito, ad usare la casa ed i piani come potrebbero e forse dovrebbero, e la scelta recitativa adottata fa vittime illustri tra i membri del cast, più ispiratori di imbarazzo che di meccanica algidità, in alcune parti. E se tutto ciò non permette ad un invece grande impegno nella scrittura di personaggi femminili di emergere e di affermarsi (forse la strada per uscire dallo status quo sono loro, chissà), il colpo di grazia viene dato quando Moretti tenta di portarci a forza fuori, imbastendo scene abbozzate di introduzione ad una cornice sociopolitica molto fuori contesto.

Concludiamo la recensione Tre piani tirando le somme di un film sospeso perché in grado di trasportare lo spettatore nella rigidità dello stabile dove si svolge e nella chiusura dei suoi inquilini, ma non riuscendo a realizzare il cortocircuito che l’autore è chiarissimo cercasse e né, di conseguenza, ad aprirsi al mondo fuori. Ironica sorte per Moretti, che, dopo quasi 30 anni e mille cambiamenti, ancora deve stare a guardare altri ballare.

 

Tre piani è al cinema dal 23 settembre con 01 Distribution.

68
Tre piani
Recensione di Jacopo Fioretti

Tre piani è il nuovo Nanni Moretti, presentato a Cannes74, con Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Elena Lietti, Alessandro Sperduti e il regista stesso. Prima pellicola senza soggetto originale, ma frutto dell'adattamento del romanzo omonimo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo. Una sperimentazione e un tentativo di corto circuito di Moretti, che cerca un linguaggio rigido, estraniante e respingente nella presentazione dei suoi tre nuclei famigliari, rimanendo però vittima della corsa ad un fuoco che non trova, finendo con il rimanere ingabbiato a sua volta, insieme a loro.

ME GUSTA
  • Dopo 35 anni Nanni Moretti continua a sperimentare.
  • Sono limpide le intenzioni iniziali del cineasta.
  • Sotto i mille strati accumulati risorge Moretti, ogni tanto, diverso, ma presente.
FAIL
  • Le scelte rigidamente coraggiose del cineasta non riescono a realizzare i propositi del film.
  • La modalità di recitazione adottata fa vittime illustri.
  • Ci sono un paio di scene molto fuoriluogo.
  • La terza parte rileva definitivamente il destino sospeso della pellicola.