Il collezionista di carte, la recensione: passare il tempo in uno spazio artificiale

1 settimana fa

6 minuti

Oscar Isaac

È di quattro anni fa l’ultimo successo, presentato, guarda il caso, a Venezia, di Paul Schrader, il fu critico cinematografico che, praticamente mezzo secolo fa, è diventato uno dei nomi più importanti della Nuova hollywood firmando la sceneggiatura di Taxi driver di Martin Scorsese (che ora i film glieli produce), con il quale sfornò diverse pellicole leggermente importanti in cui è possibile rintracciare diversi topoi che hanno reso riconoscibile, nel corso degli anni, la sua poetica. Un filo che non si è mai perso, anche alla soglia dei 70 anni, quando il successo di cui sopra fece urlare a più di qualcuno ad una nuova primavera. Un po’ come sta accadendo questi giorni, per la sua ultima pellicola, presentata, guarda il caso, a Venezia, 78.

Nella recensione de Il collezionista di carte vi parliamo dell’ennesima espressione di un autore eccelso, ancora in grado di rinnovare il suo pensiero cinematografico e la sua cifra stilistica, non tradendo la sua visione, talmente forte da esser prigionia (la somiglianza con Lo spacciatore è, a tratti, impressionante), ma vissuta alla maniera del suo protagonista, “Mai avrei pensato di essere adatto alla vita in prigione.“, quindi mai essendone schiavo e sempre con la capacità di rielaborarla. Ancora e ancora. In questo caso estremizzandone i concetti, portando la costruzione e la soluzioni visive ad un livello ancora più ricercato, cervellotico e, in un certo senso, ascetico.

 

 

Oscar Isaac, protagonista assoluto, è straordinario nel farsi portatore di questa rinnovata prospettiva. Classico maschio tormentato, solo e alla ricerca di una redenzione per i suoi peccati, in uno stato di febbrile, quanto silente, ebollizione e alla ricerca, quasi spirituale, di un modo per rinascere, anche se dall’esterno nulla traspare, ben nascosto da un mondo di notte, di neon, di artifici e di probabilità matematica.

Un uomo schraderiano che passa la sua vita a contare. Anni, giorni, ore, chilometri, volti e carte. Per passare il tempo, per impedirgli di prendere una direzione.

Il tempo calcolato

Voice over, diario, scenari notturni, frammenti di un passato traumatizzante, le immagini che parlano di un debito saldato con la legge e il viso tormentato da chi invece è ancora in cerca di una redenzione. Si, è un film di Schrader.

A questo si arriva da una prima inquadratura di un tavolo da blackjack, in cui troviamo la prima presentazione del mondo fatto di calcolo, di lettura e di anticipo delle conseguenze, in cui vive William Tillich (Oscar Isaac). Tell, per gli amici. Ex detenuto di un carcere militare che ora passa la sua vita andando in giro per gli Stati Uniti, di motel in motel, di casinò in casinò, di tavolo in tavolo, giocando e vincendo, sempre, ma sempre piccole cifre, impegnato a nascondere la sua bravura e a passare inosservato. Scevro da ogni tipo di edonismo o avidità, giocare per passare il tempo, ecco tutto.

Il collezionista di carte

Eppure le tentazioni non mancano sul suo cammino. Da improvvisati patrioti americani con cheerleader al seguito a seducenti, quanto solari, poker agent, in grado di cogliere il suo talento silenzioso. Tutte cose gestibili, per chi vuole rimanere nel ripetitivo artifizio del suo mondo, lontano da colori e particolarità, fino a quando gli echi del passato si ripresentano a dare un senso al tempo che sta, semplicemente, trascorrendo. L’urgenza sopita di un bisogno che raschia sottopelle e ricorda che non è possibile avvolgere tutto in un lenzuolo grigio e che non è un caso se persino Marco Aurelio, figura ispiratrice, era così inerme e disperato di fronte ai suoi fantasmi.

Può non bastare la quotidianità, la ripetizione, continuare a muoversi in macchina, non legarsi a nessuno per conservare all’infinito uno status quo artificiale, ma può bastare un volto familiare o una vittima indiretta a farlo cadere, a costringerti ad alzarti dal tavolo per ricominciare. L’alternativa è smettere di calcolare, trovare un paradiso, un colore, anche nel mondo al neon, freddo, sintetico e distante, da cui forse non si può più fuggire.

Essere Tillich, insomma, tanto di amici qua non se ne vedono più.

Sentimento e realtà sintetica

Se si è già parlato della bravura di Oscar Isaac, citando la sua, praticamente, perfetta prova da uomo schraderiana, ancora più imperscrutabile nel suo essere invisibile, ma potente, un accentratore silenzioso completamente lavorato per sottrazione, è interessante analizzare come il regista abbia orientato l’intera narrazione della pellicola sincronizzandola sui tratti del suo protagonista.

La fotografia asettica, la regia statica, lenta, il montaggio scaglionato, tutto accordato secondo una visione che si sposa quasi con la lettura da diario, quello che Tillich/Tell scrive, quello che accompagna lo spettatore. Persino la recitazione degli altri interpreti si riallinea col passare del tempo, come se entrassero in una realtà che piano piano li ingloba. Questo vale sia per l’esuberanza gentile della La Linda di Tiffany Haddish, sia per il tormento rumoroso, al contrario di quello del protagonista, del giovane Cirk di Tye Sheridan. Solo l’aggressività mascherata del maggiore di Willem Dafoe (bellissimo con il baffone e bravissimo, peccato per il minutaggio) pare da subito sui binari giusti, accomunato a Tillich dall’ostinazione di vivere una dimensione prima di tutto in grado di allontanare un luogo e un tempo che li ha, chi in un modo, chi in un altro, condannati.

Solo lì la regia si permette un sussulto emotivo, utilizzando la tecnica del VR, che diventa una sorta di fish-eye invertito sullo schermo, il cui inserimento repentino contribuisce a creare quel senso di estrema alienazione, costruita, fredda e impenetrabile, che il grigiore che Tillich porta addosso e che dispensa nei suoi ambienti, rispecchia in pieno.

Oscar Isaac e Tye Sheridan

Anche il ribaltamento della poetica legata al gioco d’azzardo contribuisce alla creazione di questa prospettiva della realtà, divenendo cuore senza battito di un mondo che vive solamente di schemi e criticità prevedibili. Basta saper misurare le variabili. Leggere i numeri. Conoscere i rischi percentuali. Ma senza emotività, senza soddisfazione e senza un sorriso, con tanto di analisi fine e asciutta di cosa c’è dietro la realtà del poker professionistico. Una finale di una world series nel silenzio di un casinò, spezzato da uno stupido slogan svuotato del suo senso. Una vita “figa”, come la definisce Cirk, solo in teoria, ma che in realtà è solo una ricetta per l’infelicità. A qualcuno fa comodo eh.

Ciò che di meraviglioso questo mondo può regalare è un paradiso colorato, abbagliante, attraente, quasi onirico, ma sempre e comunque freddo, costruito. Uno scheletro, un backstage, un telaio, senza organi, senza carne, senza sangue. Ci si può rifugiare sotto di esso, lo si può attraversare mano nella mano, ma basta guardarlo dall’alto per rivelarne la natura.

In conclusione della recensione de Il collezionista di carte sottolineiamo la capacità di Schrader di scrivere una pellicola che anche nel momento in cui cambia marcia è in grado di farlo in un tempo sempre dilatato, financo calcolando addirittura la probabilità di un sentimento e, impresa ancora più ardua, il suo delineamento. Un impossibilità possibile. Limitata da un vetro che impedisce il contatto, ma che non riflette. A volte ad un sentimento questo basta.

 

Il collezionista di carte è in sala dal 3 settembre con Universal Pictures

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Segui la 78esima Mostra d’Arte Internazionale del Cinema di Venezia, dal 1 all’11 Settembre, con noi sull’hub: leganerd.com/venezia78

 

78
Il collezionista di carte
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Il collezionista di carte, presentato a Venezia78, segna un nuovo, riuscitissimo, capitolo della filmografia di Paul Schrader dopo il successo di First Reformed. Una pellicola in grado di riproporre i topoi della poetica dell'autore, rinnovando stile e tematiche, coniugando la natura del protagonista classica con un mondo artificiale, architettato e costruito in modo impeccabile. Bravissimo Oscar Isaac, perfetto ed essenziale, in grado di riuscire ad essere il punto di snodo di una pellicola difficile per lo spettatore, dalla scrittura dilatata e dalla messa in scena a volte estraniante, perché scandita, cadenzata e, volutamente, ripetitiva.

ME GUSTA
  • Il rinnovamento della poetica di Schnader è ancora una volta efficace.
  • La prova di Oscar Isaac è essenziale e perfetta.
  • Il rapporto tra il viaggio del protagonista e il mondo che lo circonda è affascinante.
  • Tutti gli ingredienti del film sono settati e sincronizzati verso la stessa direzione.
  • Ottimo la scelta e l'uso delle musiche.
FAIL
  • La natura stessa del film tende ad una estremizzazione che potrebbe rendere difficile la pellicola.
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