Nine Perfect Strangers, la recensione: you’ve got this strange effect on me

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2 mesi fa

7 minuti

Nicole Kidman

“Prenditi dieci giorni per te, che ti fa bene. Stacchi la spina e dopo vedrai tutto nella giusta prospettiva. Vattene la mare, non pensare più a niente, prendi anche un po’ di colore che sei un latticino. Anzi, visto che stiamo ad agosto ed è già un casino sulle spiagge, perché non vai in montagna? Natura e silenzio, il verde poi.. un toccasana! Però, a pensarci bene, sempre in giro, solo camminate. Magari poco relax. Ma perché invece non un bel centro benessere? Un resort per la mente e lo spirito. Ne conosco uno in Australia, una oasi incredibile. Tranquillum si chiama. Pensa! Già il nome è una garanza. Gestito da una donna straordinaria, una dea, una ninfa, una ispiratrice. Però gli ospiti li sceglie lei, devi essere fortunato. La miglior cosa che mi sia mai successa, giuro. Lei è straordinaria. Ah, e fanno dei centrifugati da paura.”

Nella recensione di Nine Perfect Strangers vi parliamo del coronamento dell’amore (lavorativo, non ce ne voglia la Pfeiffer) tra Nicole Kidman e David Kelley, con la diva, arrivati al terzo atto del felice sodalizio, al centro del progetto come mai prima d’ora sul piccolo schermo. Un amore senza vincoli né limiti di sorta, senza gelosie o rimorsi, un amore grande così, che di fatto ha accolto sotto le sue lenzuola anche la romanziera Liane Moriarty, ancora fonte di ispirazione della miniserie Hulu con il suo romanzo omonimo dopo Big Little Lies e stavolta anche produttrice. C’è posto pure per John-Henry Butterworth tra i creatori, co-sceneggiatore del nuovo Indiana Jones, mentre la regia è stata affidata a Jonathan Levine. Materasso spazioso.

 

 

Scusate la squallida metafora a luci rosse, ma… credo continuerò, ormai.

Un amore così generoso e così foriero della condivisione che diventa affollamento, così aperto da accogliere senza neanche mezzo battito di ciglia altri nove (più due) sensuali avventori, non badando ad età, sesso, razza, classe, inclinazioni sessuali e perversioni politiche. I nomi sono quelli di Luke Evans, Melvin Gregg, Samara Weaving, Asher Keddie, Grace Van Patten, Manny Jacinto, Tiffany Boone, Regina Hall, Bobby Cannavale e di due candidati agli Oscar, Melissa McCarthy e Michael Shannon. Tutti meritano l’amore e la comprensione, dopotutto.

Nine Perfect Strangers arriva su Amazon il 20 agosto, noi abbiamo visto 6 episodi su 8 e questo è il nostro umilissimo pensiero.

Nove perfetti sconosciuti con una cosa in comune

Tranquillum House è una remota località termale/oasi naturale/stazione spirituale/lab.. ehm ehm, in Australia. Meta di nove individui, divisi in 6 gruppi, che in comune hanno la consapevolezza, più o meno velata, di dover riprendere in mano la propria vita, segnata da una sofferenza ormai troppo grande da poter continuare a sopportare. Sono stati scelti minuziosamente dalla padrona di casa, una certa Masha (Kidman), guru russa dallo sguardo di ghiaccio. Soluzione e problema, cura e malattia, di ognuno di loro. Sono invece deliziosi i due ragazzi che accolgono i nove nevrotici ospiti. Deliziosi e pazienti.

C’è Francis (McCarthy) scrittrice di successo in crisi per un’umiliazione sanguinosa, in preda all’imbarazzo e improvvisamente orfana del calore dei suoi successi letterari. Lei appare da subito legata a Tony (un Cannavale in versione George Clooney latino in look da spiaggia), ex giocatore di football, famoso per la sua bravura e per la sua danza della vittoria, ora dipendente dalla droga preferita dagli americani. Oltre a loro c’è una giovane coppia, composta dai bellissimi Ben (Gregg) e Jessica (Weaving) che, a bordo della loro decappottabile, tutto sembrano avere tranne che problemi, anche se l’interesse spasmodico della ragazza per la pelle altrui qualcosina ci dice.

Nine Perfect Strangers

Troviamo poi la famiglia Marconi, composta dall’inguaribile ottimista Napoleon (uno Shannon canterino), figura patriarcale severa e minacciosa come Titti il canarino, la moglie Heather (Keddie), che invece non nega di far mostra di tutta la sua sofferenza al terribile trauma che ha segnato la loro vita, e la figliola, Zoe (Van Patten), adolescente coraggiosa e dallo sguardo vivace, preda di una solitudine per cui solo il lutto si può incolpare. Dulcis in fundo abbiamo Carmel (Hall), casalinga di mezza età dall’animo ferito con qualche problema a controllare la propria emotività, persa nell’autocommiserazione e in cerca di amore, ma con un lato abbastanza inquietante, e l’enigmatico Lars (Evans), solitario e inquisitorio nei confronti della struttura e delle sue attività, sulle quali nutre più di un sospetto.

E, in effetti, come tradizione esige, quando metti degli sconosciuti problematici in un microcosmo chiuso in cui vengono messi in campo i rispettivi problemi in modo da trovarne la soluzione, nulla è da dare per scontato, anzi, spesso si cela sempre altro sotto la promessa di una cura magica ed efficace, specialmente se a prometterla è una ex donna d’affari dal passato misterioso. Come direbbe qualcuno “se senti una storia troppo bella per essere vera, non è vera.” E quei dannati, deliziosi, centrifugati personalizzati con prelievo di sangue come antipasto non aiutano di certo.

(Quasi) 10 giorni insieme

Nine Perfect Strangers

Kelley mette la Kidman al centro del villaggio, facendola diventare il fulcro di processo circolare (immagine emblematica qui sopra) in cui ognuno degli ospiti finisce per diventare un tassello o, se preferite, un indizio, per scoprire qualcosa di lei. Un doppio ruolo quindi nella storia, mostrare se stessi e, al tempo stesso, la loro promessa salvatrice.

In un 10 giorni scanditi da episodi in cui la telecamere chiude sempre sulla bionda dalla bellezza gelida e spaventosa, si avvia un percorso in cui ognuno dei personaggi viene accuratamente approfondito, scartato piano piano di tutti i suoi strati, per arrivare alla rivelazione del trauma ha reso la sua presenza lì da incidentale a inevitabile ed opportuna. La scrittura sorniona e puntuale della Kelley si adatta (e viene adattata) ancora una volta molto bene al mezzo televisivo, riuscendo a riproporre quel mix prezioso di umorismo e tragedia che ha fatto le fortuna anche di Big Little Lies, ne sono perfetto esempio i duetti tra la McCarthy e Cannavale, sugli scudi come Michael Shannon, bravo sempre, dai suoi insopportabili sproloqui a la sua versione di Grease. Parentesi in cui viene fuori anche l’attitudine registica di Levine, che dai paesaggi suburbani ai resort a 5 stelle, continua a portare sugli schermi racconti intimi con un’ottima cura per i dettagli e un grande equilibrio tra commedia e dramma, facendo scopa, quindi, con lo stile di scrittura della Kelley.

Il setting è interessante, perché provoca lo spettatore portandolo a fantasticare su di un teatro all’apparenza splendido, ma dal lato orrorifico, rimanendo invece poi sempre nel mezzo fino a diventare quasi neutro. Sfondo delle paure e delle ferite di tutti i vari protagonisti, che colorano e riempiono spazi fisici e ideali, facendo a volte dimenticare il mistero che, di fondo, è sempre presente. Infatti, a scapito di interessantissimi spazi relazionali, la parte più debole è proprio quella riguardante il processo (o il protocollo, come lo chiamano Masha e lo staff) terapeutico, in cui la fanno da padrone le solite metafore come l’acqua, la caduta e la risalita, il ritorno dalla morte e l’abusatissimo kintsugi. Motivo per il quale poi si cerca aiuto dall’esterno per sostenere i 10 giorni di pernottamento dello spettatore.

In conclusione della recensione di Nine Perfect Strangers diciamo che i deliri notturni e diurni e le tavole rotonde tra gli avventori del resort sono le cose che più tengono incollati allo schermo, che ha comunque il suo amore malcelato principalmente nella Kidman, “rea” di un’interpretazione che testimonia una volta di nuovo la sua indubbia capacità di reinventarsi e alle prese con un personaggio che le calza molto bene. Lei unisce tutto, lei fa da collante tra i due elementi, manifesto e celato, lei è la porta per l’elemento esterno e lei, per i motivi di cui sopra, tiene comunque tutto solido, al netto di ciò che è riuscito o meno. Forse anche dal suo personaggio dipenderà la valutazione sul finale, che si lascia comunque molto desiderare.

Certo, mai come farsi un tuffo in piscina insieme a Cannavale e la McCarthy.

Vi piace la foto? Solo roba funzionale al testo oggi. Vedere per credere.

 

 

Nine Perfect Strangers è su Prime Video dal 20 agosto.

75
Nine Perfect Strangers
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Nine Perfect Strangers è la miniserie Hulu che segna il secondo adattamento per il piccolo schermo di un romanzo di Liane Moriarty curato da David Kelley, in compagnia, di nuovo, della sua personalissima diva del piccolo schermo, una Nicole Kidman al centro della storia come non mai e alle prese con un personaggio maliziosamente ambiguo. La guru del resort che sceglie e accoglie i suoi nove avventori, ben approfonditi e interpretati. La serie è ottimamente bilanciata, sia grazie alla regia che alla sceneggiatura, tra dramma e commedia, regalando i suoi momenti migliori nelle relazioni tra i 9 avventori del centro benessere, a scapito di un mistero di fondo e di un processo terapeutico un po' telefonati. In attesa del finale, Masha promette di essere l'ago della bilancia.

ME GUSTA
  • I personaggi sono tutti interessanti e ben approfonditi.
  • Gli attori sono tutti all'altezza, specialmente McCarthy, Shannon e la Kidman.
  • Scrittura e regia vanno per mano dall'inizio alla fine.
  • Le relazioni tra gli ospiti sono stimolanti e riservano sempre soprese,
  • La scenografia assolve bene al compito di dare pochi punti di riferimento.
FAIL
  • Le soluzioni individuate per la metafora terapica sono scontate.
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