Old, la recensione: una vita in vacanza

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5 giorni fa

7 minuti

Mettetela come volete, ma alla fine è sempre un evento quando esce un film di Shyamalan. Si, perché ti da quell’entertainment experience che parte sin dal teaser: mai fidarsi della prima impressione quando c’è di mezzo il buon M. Night. Dove mi sta fregando? Che film ha fatto in realtà? Siamo tornati a 20 anni fa oppure sta facendo The Visit? Dopo Split e Glass il signorino si è stabilizzato o ci dobbiamo aspettare ancora le montagne russe?

Un’esperienza che poi continua per tutta la visione ovviamente, durante la quale, oltre a gustarsi le (bisogna dirlo) sempre splendide costruzioni tensive, le varie allegorie sociali e le esplorazioni dei rapporti personali dei protagonisti, cosa c’è di più divertente se non anticipare il regista dei finali? Fare il percorso prima, trovare gli indizi, tradurre i codici. Sentirci come delle spie.

 

Fa parte del divertimento, fa parte della “Shyamalan experience” e Old, per fortuna, non fa eccezione. Anzi, di più, Old è il ritorno, a distanza di tanto tempo, della vera Shyamalan experience. Non siamo a 20 anni fa, ma l’aria che si respira è di quell’immaginario lì.

Tratto dalla graphic novel Castello di Sabbia (titolo originale: Sandcastle), scritto da Pierre Oscar Lévy, un altro regista tra l’altro, con i disegni di Frederik Peeters, la pellicola è stata pensata prima del COVID, ma è stata definita in piena pandemia, il che ne è ha allungato i tempi (ahah) di lavorazione e di distribuzione e ha costretto le varie componenti della macchina tecnica e produttiva a mettere a punto il tutto in modalità smart (si parla di storyboard commentati via Skype)

Perché questa puntualizzazione? Perché Old, per qualche caso (chiamiamolo così) fortuito è un film purtroppo attualissimo, per tematiche e per, soprattutto, la sua riflessione sulla narrazione temporale.

Una vita in vacanza

Quando si decide di andare in vacanza, specialmente in questi tempi, è per fuggire dai ritmi della vita quotidiana, che schiaccia tutto e tutti, che porta all’esasperazione e alla nevrosi e che difficilmente ci permette di godere di qualcosa, costantemente sotto ricatto della progettazione di un futuro che non prende mai la forma adatta per farti assimilare il presente. E allora si va al mare o in montagna, almeno si acquisisce quella libertà di potersi far superare dagli altri, concedersi una deviazione dalla corsa ad ostacoli sempre più affollata, che sta diventando la nostra vita. Un tempo sospeso, che però cela un lato oscuro, estremizzazione di quello da cui ci siamo presi una pausa, talmente annullante da non consentire la fuga.

Old basa la sua riuscita sulla capacità di giocare con queste due fruizioni del tempo, partendo da una dimensione da villeggiatura, in cui si può decidere di posticipare decisioni e problemi (più o meno) per arrivare al suo estremo opposto, in cui i problemi si fondono con la dimensione stessa che si sta vivendo. In una il tempo è un alleato, nell’altra proprio no. Si sta cercando di non fare spoiler, se non si fosse capito.

Old

Quando si decide di andare in vacanza, dicevamo, niente di meglio che un resort sperduto nel nulla, immerso in una paradiso tropicale dalla bellezza mozzafiato, ma dotato di tutti i comfort all’avanguardia del caso, anche cocktail di benvenuto su misura.

Non sono da biasimare dunque, per la scelta fatta, i coniugi Guy (Gael García Bernal) e Prisca (Vicky Krieps) Capa, che la decidono come destinazione per un breve viaggetto familiare insieme ai due figlioletti Trent (Luca Faustino Rodriguez) e Maddox (Alexa Swinton). Magari una caramella prima della medicina amara? Qualcosa sotto comunque c’è.

Il soggiorno inizia benissimo, ci sta addirittura l’angolo dei dolci nella hall del resort, con tanto di bambino del loco, dolce e accogliente, e con quel faccino tutto da spupazzare. Lui (si chiama Idlib) fa subito amicizia con l’impaziente Trent e neanche dopo 12 ore si ritrovano a progettare la loro amicizia proiettandola 50 anni avanti. Il tempo vola veramente quando ci si diverte. Tempo che è motivo di discussione delle figure genitoriali del bambino, che si accusano a vicenda di vivere in una dimensione diversa rispetto all’altro, il classico “tu ti preoccupi solo del futuro” e “e tu invece vivi solo nel passato!“.

Old

Volete sapere cos’altro è irresistibile per l’uomo di oggi? Una splendida spiaggia separata dal resto del mondo e che non può essere raggiunta se non si conosce la strada.

Perché? Che pensavate? Basta catechizzazioni. Anche se quel “anomalia naturale” a fine proposta del direttore del resort un po’ doveva far riflette, ma il posto è così bello e lui è così gentile che come si a pensare male.

I nostri si imbarcano per la gita fuori porta, facendo la conoscenza di un’altra famiglia (padre, madre, nonna, figlia e cagnolino) e vengono poi raggiunti sul posto da una coppia. In disparte c’è anche un rapper famoso a cui sanguina il naso. Un microcosmo umano, un campione selezionato, un gruppo di spiaggianti che presto assumerà la forma di un gruppo di naufraghi prigionieri, lasciati a terra e abbandonati, impossibilitati a scappare perché incapaci di capire da cosa scappare, se non dalla vita stessa. Ricattati dal futuro. Un po’ come noi tutti, di questi tempi.

Tutti a bordo dello “Shyamalan express”

Gael García Bernal

Shyamalan scrive un film a due strati, riuscendo, dopo diversi anni, a proporre sul grande schermo un lavoro in grado di parlare della realtà riproponendo quei topos tipici del suo dizionario cinematografico, come fece con Signs e The Village, con le dovute differenze, perché Old è fortemente connesso all’epoca in cui è uscito.

Il primo strato è tutto di impronta psicologica, la classica destrutturazione della pellicola mainstream, in cui si torna a mettere i protagonisti in un microcosmo isolato, stavolta non per causa loro, preda una nuova forma di sindrome di accerchiamento provocata da un Altro sconosciuto, che parla con il silenzio assenso dell’acqua (ancora l’acqua in un film di Shyamalan) e l’altezzosa minaccia delle pareti rocciose. Lì, sulla spiaggia, si consuma una terapia che da individuale diventa di gruppo e viceversa; un esperimento umano e sociale in cui un occhio esterno, quando sadico quando compassionevole (il vostro, fatevi un esame di coscienza), assiste all’imprevedibile percorso di vita dei protagonisti, costretti a fare i conti con se stessi, senza più avere la possibilità di pensarsi come entità individuabili in passato, presente o futuro.

Qui il regista mette in scena tutto il suo cinema croce e delizia, tornando a ricordarci quanto ami Hitchcock, quanto sia in grado di usare il fuori campo, di comporre di significato le sue impeccabili inquadrature, di gestire la tensione e di giocare con lo spettatore, confondendolo con diversi registri linguistici (commedia, dramma familiare, thriller, horror e via dicendo) per poi catapultarlo in un vortice senza punti di riferimento. La spiaggia viene vivisezionata, quasi mai fatta vedere per intero se non con inquadrature aeree: non c’è mai la reale volontà di dare un’idea spaziale precisa, così da renderla il più possibile gemella di quella temporale. E quindi primi piani, inquadrature strette, piani sequenza, movimenti orizzontali e ad angolo, camera a mano e montaggio volutamente disturbante.

Thomasin McKenzie e Alex Wolff

Certo la tematica è di quelle difficilissime da affrontare e la predisposizione a fare i soliti film iperstratificati porta molto a spesso il regista a non riuscire a risolvere tutto in maniera compiuta o originale. Anche in questo caso assistiamo a momenti poco credibili, cervellotiche spiegazioni, reazioni stiracchiate e soluzioni un po’ forzate. Tutto resta comunque molto divertente e assolutamente limpido, il che è sempre, sempre, sempre un bene.

Il secondo strato è quello che opera in sottofondo, cornice e tela, su cui la tavolozza prende forma. Quello che da un senso logico a tutto, quello che permette al regista indiano di concludere con i finali sopra le righe che tanto ama. Le famose armi a doppio taglio per capirci, quelle che rischiano di buttare via le visioni successive alla prima (non è questo il caso).

Old ha in serbo per gli spettatori un’altra stimolante trovata di Shyamalan, tra l’altro perfettamente coerente con il suo cinema. Dilemma etico, Natura e uomo, che qualcosa ha a che fare anche con quello che viviamo noi tutti, di questi tempi.

OLD vi aspetta al cinema dal 21 Luglio con Universal Pictures.

 

 

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Old
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Con Old assistiamo ad un possibile nuovo ritorno di M. Night Shyamalan, che all’indomani del compimento della sua trilogia di storie di origini di stampo supereroistico dà vita ad un lavoro riconducibile alla prima metà della sua filmografia. Una pellicola che contiene tutta la grammatica cinematografica del suo regista e dunque anche tutti i suoi difetti, ma che è in grado di connettersi splendidamente alla realtà contemporanea, di divertire e, soprattutto, di incuriosire lo spettatore, che può di nuovo godere di quelle esperienze cinematografiche che negli anni 2000 quasi solo l'autore indiano è riuscito regalare. Lo vediate come un bene o come un male.

ME GUSTA
  • La grammatica cinematografica di Shyamalan è una garanzia.
  • L'importanza allegorica del film è stimolante e coinvolgente.
  • La libertà autoriale del regista è sinonimo di attraente originalità.
  • Il ritmo della pellicola è sempre incalzante.
FAIL
  • La sceneggiatura stenta in alcuni passaggi in termini di logica della storia.
  • L'incredibile mole dei temi affrontati costringe il film a dei giri a vuoto.
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