I social, megafono della Cina sul caso dello Xinjiang

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1 mese fa

Stando al The Wall Street Journal, lo staff di Facebook avrebbe manifestato un certo disagio nello scoprire che la Cina stia adoperando gli spazi pubblicitari del social per promuovere l’immagine propagandistica delle proprie politiche interne. Politiche interne che hanno a che vedere con il cotone.

Facciamo un passo indietro: circa una settimana fa, sul social cinese Weibo è esploso il finimondo. Un utente ha recuperato un vecchio comunicato stampa della catena d’abbigliamento H&M, la quale prendeva le distanze dalle coltivazioni di cotone dello Xinjiang, la cosa che non è affatto piaciuta agli utenti che, mossi da istinti patriottici, hanno fatto tanto chiasso da spingere Alibaba a mollare il brand di moda.

Stando agli Stati Uniti, a molteplici Paesi europei e a un’infinità di testimonianze, questa specifica area geografica ospita dei veri e propri campi di ricondizionamento pensati per piegare e sfruttare le minoranze etniche, minoranze che sono sfruttate tra le altre come forza lavoro proprio nelle piantagioni in questione.

Con questa consapevolezza, alcuni marchi internazionali stanno ufficialmente cessando ogni rapporto con i fornitori dello Xinjiang. Stiamo parlando di marchi d’alto profilo, quali Nike, Ovs e, appunto H&M. La Cina, la quale sostiene fermamente che questi centri non esistano affatto, si sta ora impegnando un una sua campagna promozionale per condividere il proprio punto di vista sul caso.

In soldoni, il Paese asiatico avrebbe acquistato spazi internettiani per trasmettere video in cui decanta la gloria delle coltivazioni dello Xinjiang o, nei casi più eclatanti, si è lanciata nella aggressiva strategia del “wolf warrior”, ovvero si è immersa completamente nella propaganda nuda e pura.

Ovviamente neppure Twitter è riuscito a svicolarsi dalla situazione, tuttavia Facebook vi ci sarebbe tuffato completamente, concedendo massimo risalto alle controverse posizioni governative cinesi in cambio del pagamento degli spazi pubblicitari.

Fonti interne all’azienda tech, suggeriscono al quotidiano statunitense che l’amministrazione del social stia temporeggiando nel rispondere alle preoccupazioni dei propri dipendenti, che stia attendendo di vedere l’eventuale posizione delle Nazioni Unite, per poi agire di conseguenza a seconda di come soffierà il vento.

I Governi sono altresì lenti a reagire in maniera concreta e al momento si espongono quasi esclusivamente a parole, denunciando il fatto e dicendosi indignati. Non c’è però da stupirsene: l’84 per cento del cotone prodotto in Cina viene proprio dalla regione dello Xinjiang e, complessivamente, rappresenta il 20 per cento dell’intera produzione mondiale. Il lavoro a poco costo di quell’area fa comodo a molte aziende e sanzionarne l’accesso porterebbe a stravolgimenti profondi delle filiere tessili.

 

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