Gab, il social dell’ultradestra USA, è stato hackerato

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5 mesi fa

Il social più alt-right del panorama statunitense, Gab, è stato hackerato da cybercriminali che si dicono eredi di Anonymous.

La notizia era stata ventilata a inizio week-end dallo stesso CEO del portale, Andrew Torba, ma da allora i dati trafugati sono finiti nelle mani di Distributed Denial of Secrets (DDoSecrets), un gruppo emulo di WikiLeaks che ora li sta distribuendo a ricercatori e giornalisti.

Ad aver agito sarebbe stato un “hacktivist” che si è identificato solamente come “JaXpArO e il mio piccolo progetto di revival di Anonymous” con l’intento di esporre le derive complottiste, suprematiste e cospirazioniste che sono notoriamente proprie a Gab.

Il cosiddetto “GabLeaks” consiste in 70 GB di dati, per la bellezza di 40 milioni di post e messaggi privati, con l’aggiunta di una buona dose di password utente e password di gruppo. Assenti sono invece immagini e video, una mancanza molto comune a questo genere di leak.

Nonostante le sembianze siano in tutto e per tutto quelle di un’infiltrazione crawler, JaXpArO avrebbe estrapolato i dati del sito attraverso una vulnerabilità SQL, ovvero sarebbe riuscito a infiltrarsi direttamente nel codice della pagina web, creando una copia dei contenuti testuali.

Vista la mole di contenuti sensibili e privati, DDoSecrets si sta assicurando che il file finisca solamente in mano agli esperti del settore, con molti gruppi specializzati nelle analisi dei social che stanno tacitamente facendo salti di gioia.

Al di là della questione politica, il fatto che Gab sia stato hackerato concede infatti loro una miniera di informazioni preziosissime sul come funzionino le migrazioni degli utenti da piattaforma a piattaforma, nonché sul come il popolo della Rete reagisca alla censura dei propri poli di riferimento internettiani.

Allo stesso tempo, altri l’approccio politico lo stanno assolutamente enfatizzando, suggerendo che questa fuga di dati potrebbe essere usata per consolidare sistemi che siano in grado di contrastare in maniera capillare i discorsi d’odio e il razzismo.

Una strada che forse sarebbe tecnicamente possibile, ma che avrebbe anche conseguenze deontologiche e sociali tutt’altro che leggere.

 

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