I Care a Lot, la recensione: quando mamma America bussa alla tua porta

27
3 mesi fa

7 minuti

I Care a Lot

La recensione di I Care a Lot, la terza fatica di J Blakeson con protagonista assoluta una Rosamund Pike di fincheriana memoria, di nuovo candidata ai Golden Globe, nel ruolo della versione mefistofelica di mamma America. Su Prime Video dal 19 febbraio.

Se è vero che il tema de “l’altra faccia del sogno americano” non brilli di originalità, è anche vero che gli spunti che offre per essere affrontato sono in continua e perpetua crescita. Curiosamente in questi ultimi anni uno dei più efficaci è divenuto quello dell’analisi del sistema assistenzialista. Quel fenomeno di cui Soderbergh si è così brillantemente servito nel bel Unsane di tre anni fa e, paradossalmente, l’unica cosa veramente riuscita nel non altrettanto bello Elegia americana del signor Howard, uscito su Netflix al tramonto dello scorso anno.

Nella recensione di I Care a Lot, terzo film di J Blakeson, che tenta di tornare in pista dopo lo scivolone de La quinta onda, vi raccontiamo di una pellicola che rinnova questo microfiloncino di genere, portandoci alla scoperta non solo della distorsione dell’american dream, ma presentandoci il suo lato materno dal fascino irresistibile. Una sorta di manifestazione da incubo della madre freudiana, la mamma America, che, invece di occuparsi dei suoi figli più bisognosi, li trasforma in vittime, togliendo loro tutto ed esponendoli sul suo muro come trofei di caccia. La cosa curiosa è che sono due inglesi doc a raccontarcela.

 

 

 

La ciliegia

C’è un America che soffre e si dispera, inascoltata, ignorata dai più, troppo spesso presi dai problemi quotidiani. Un America bisognosa di attenzione, lasciata in balia delle onde e incapace, ormai, di prendersi cura di sé. Un’America preda facile.

Da qui usa attingere per il suo fabbisogno Marla Grayson, una donna che ha votato la sua vita a tutelare gli altri, a discapito e nonostante tutto. Nonostante famiglie e, perché no, volontà dei suoi assistiti e nonostante la morale, l’etica e la giustizia. In cambio vuole solo guadagnarci qualcosa, non mi pare sia una pretesa eccessiva. Non è che si sforzi poco dopotutto, il suo non è un lavoro facile: c’è bisogno di un dottore complice, di una socia con una propensione alle indagini, un giudice ottuso, una vittima ideale, un gestore di una casa di riposo corruttibile e, soprattutto, tanto impegno e tanta fame. Ah si, certo, Marla è una truffatrice, ovvio, indomabile e indomata. Una leonessa, come precisa spesso lei, una predatrice insaziabile, con l’acquolina in bocca e gli artigli nascosti da un caschetto biondo platino.

Ma qual è, tra tutte le condizioni per un’operazione, quella più importante? Lo status della vittima, ehm, bisognoso di cui si decide di “occuparsi”. E, ogni tanto, quando l’universo gira in tuo favore, capita di imbattersi nella situazione perfetta, la classica ciliegina sulla torta.

 

I Care a Lot

 

La ciliegina di cui parla I Care a Lot è Jennifer Peterson, una pensionata benestante, single, senza figli e neanche troppo avanti con l’età. L’unico problema è che gode di ottima salute, ma a questo, legalmente, si può porre rimedio. Quello che invece non si può risolvere in termini di legge è il mondo di complicazioni che si nasconde dietro la figura della donna, che pur essendo, in termini visivi, di piccole dimensioni, si rivelerà di una pericolosità tale che anche una come Marla dovrà riconsiderare la sua impassibile ironia.

Rosamund Pike aveva Marla nel destino. Marla come Marla Singer, che raggirava anche lei a suo modo il sistema in Fight Club di Fincher, colui che ha consacrato la Pike in Gone Girl, ruolo da cui l’attrice britannica riprende molto per creare la protagonista nel film di Blakeson. E se al destino non credete c’è una nuova candidatura ai Golden Globe pronta a convincervi. Bravissima lei, anche se ogni tanto eccede nelle sue pose, e bravissima Dianna West, che dà quel tocco di innocenza hannibaliana alla sua Peterson, ingrediente necessario per donarle quel non so che di raggelante ambiguità per tutto il tempo. Infine abbiamo l’umana Fran di Eìza Gonzàlez, il lato migliore di Marla, e l’uomo senza nome interpretato da Peter Dinklage, che, anche questa volta, riesce nell’incredibile impresa di recitare bene senza rimanere impresso.

 

 

 

E a loro chi ci pensa?

La struttura del film parte dalla classica e un po’ strabusata divisione del mondo (ma non si ha la pretesa di essere originali in questo, d’altronde la dichiarazione di intenti arriva dopo neanche 5 secondi di film) in agnelli e leoni, senza nessun innocente da considerare. Quello che è ricercato è invece l’impianto che ci si costruisce sopra.

I care a Lot è una lotta per trasformarsi da preda a predatore, per questo Marla è una donna, o meglio, per questo l’essere donna di Marla è trattato in un certo modo nel film

J Blakeson crea una struttura narrativa che permette di gettare un occhio sulla drammatica realtà degli abusi sugli anziani, scavando dal punto di vista legale del sistema assistenzialista americano, e mette al centro Marla, che gli consente parallelamente di espandere il suo raggio cinematografico, attraversando generi e linguaggi. Ciò che però rende veramente interessante il suo lavoro è il sottotesto che rimanda ad un ribaltamento della figura materna, così antitetica alla sua parte canonica da trovare il suo avversario naturale nei figli delle sue vittime, coloro che, idealmente, dovrebbe fare le sue veci, occupandosi dei genitori bisognosi.

La bravura di Blakeson è di scrivere un film spiacevole, scomodo per lo spettatore, che per larga parte del minutaggio combatte con la figura di una protagonista che per essere moralmente accettabile dovrebbe essere ambigua, cioè dovrebbe celare un passato rivelatore o giustificatore, ma che in realtà non ha. Qui l’idea della lotta senza quartiere attecchisce, perché conseguenza naturale di una mancanza di empatia che lascia chi guarda senza punti di riferimento. Per non parlare della parte conclusiva, in cui viene brillantemente smascherato anche il ruolo della vittima, in realtà oggetto di interesse principale del film.

 

I Care a Lot

 

I care a Lot è una lotta per trasformarsi da preda a predatore, per questo Marla è una donna, o meglio, per questo l’essere donna di Marla è trattato in un certo modo nel film, per questo la signora Peterson e per questo il personaggio di Peter Dinklage. Tutto ha un senso metaforico e tutto si basa, coerentemente, sulla premessa visione dualistica.

 

 

Quando si ama troppo

I Care a Lot è un film che straborda di amore. E non parlo del ribaltamento del concetto, dei paradossi su cui gioca e bla bla bla. Io parlo di un film amato. Amato dal suo regista, che torna dopo sei anni a girare e dopo ben dodici anni a scrivere, e dunque vittima del peccato più elementare che si compie in questi casi, cioè dello strafare.

 

Peter Dinklage

 

A una prima parte della pellicola che gira molto bene, riuscendo a modellare un linguaggio pregno di equilibrato citazionismo in cui si riesce più o meno bene a mixare commedia nera con dei momenti thriller veri e propri (la parte dell’arrivo della Peterson nella casa di riposo è veramente notevole), segue una seconda in cui si perde un po’. Vuoi perché l’idea che così bene si crea del personaggio di Marla comincia a sfumare o vuoi perché il linguaggio cinematografico si posiziona nella classica area borderline e non si smuove più, insistendo in una dimensione ibrida da cui puoi potenzialmente spaziare, contesto permettendo, ma in cui è facile cadere nella trappola di allontanare lo spettatore.

Un peccato perché si perde il peso di diverse scene ben girate e ben recitate, che, se non ci fosse stato il sovraccarico a cui la pellicola va incontro, avrebbero avuto un altro sapore.

In conclusione della recensione di I Care a Lot diciamo che Blakeson finisce con il perdere le briglie di Marla e trasforma il film in uno scontro da cinecomic, superando commedia, thriller, giallo e dramma e più ne ha più ne metta, non riuscendo più a dosarne i toni. Prendendosi sul serio e alla lunga scottandosi, giocando ad allargare il seminato. Come se avesse seguito il dictat del “se la ami, lasciala andare” per poi averci ripensato, trasformando così Marla in un’altra preda del “care a lot” del titolo.

 

 

I Care a Lot è disponibile su Prime Video dal 19 febbraio.
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