La voce della Via Lattea: intervista a Daniele Michilli

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3 mesi fa

8 minuti

Daniele Michilli, giovane scienziato di 34 anni, dal Canada ha captato il primo segnale radio proveniente dalla Via Lattea. In questa intervista scopriremo le sue sensazioni e cosa potrebbe portare in futuro una scoperta del genere.

Forse è il sogno più grande che un astronomo, o studioso dello spazio, si possa mai augurare nella propria carriera. Captare un segnale radio da una galassia molto lontana, studiarne gli effetti e poter donare alla scienza un piccolo tassello da conservare a lungo.

È il caso dello scienziato italiano Daniele Michilli che a soli 34 anni (insieme al team del McGill Space Institute di Montreal) è riuscito a captare un segnale radio fortissimo e veloce, il più intenso mai registrato, direttamente dalla Via Lattea.
La scoperta, dopo la veridicità dell’analisi, è stata ovviamente pubblicata sui maggiori magazine scientifici come Nature.

 

 

via lattea

Si dice che, quando una persona guarda le stelle, è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell’Universo.

Salvador Dalì

 

 

Ma che cosa sono i lampi radio veloci?

Un lampo radio veloce (dall’inglese fast radio burst, o FRB) è un fenomeno astrofisico di alta energia che si manifesta come un impulso radio transitorio, con durata di pochi millisecondi. Si tratta di lampi molto luminosi nella banda radio, non risolti, a banda larga, provenienti da regioni del cielo esterne alla Via Lattea. Le componenti in frequenza di ciascun lampo presentano un ritardo, legato alla lunghezza d’onda, che permette di esprimere una misura della dispersione.

I valori ottenuti per i lampi osservati sono tali da escludere che le loro sorgenti appartengano alla Via Lattea; mentre sono coerenti con una propagazione attraverso un plasma ionizzato.

Sull’origine dei lampi radio veloci, ancora sconosciuta, sono state suggerite spiegazioni sia naturali, sia anche artificiali, che rimangono per lo più ipotesi speculative.

(via)

 

 

Intervista allo scienziato Daniele Michilli

Il sogno dei bambini (almeno quelli della nostra età) era identificato nell’archeologo e nell’astronauta. Il tuo qual era? Qualcosa inerente le stelle?

Quando ero un bambino mi piaceva moltissimo smontare oggetti di ogni tipo, adoravo la parte tecnica e pratica se vogliamo. Andando avanti, studiando a scuola, mi sono iniziato ad appassionare anche alla parte più teorica, inoltre fin da piccolo mio papà mi portava in campagna a vedere le stelle quindi questa passione l’ho iniziata a sviluppare da molto giovane.

Nel momento che si è trattato di scegliere una carriera mi sono detto, proviamo a buttare nel mondo delle stelle e fortunatamente è andata più che bene. Una passione che si è evoluta nel tempo.

 

“Se fossimo soli l’immensità sarebbe uno spreco” (Isaac Asimov)

Verissimo. Sicuramente ci piace pensare sia al fatto che ci siano altre civiltà oltre a quella umana (un richiamo molto forte della frase considerando l’autore) ma anche che sia un messaggio interno per la nostra umanità.

Un input importante da far capire ai popoli del mondo, quello di connettersi agli altri e non essere soli in un pianeta pieno di persone. Un messaggio di speranza anche per l’attuale situazione.

 

Lo scienziato Daniele Michilli

 

Negli ultimi due anni abbiamo fotografato un buco nero, scoperto particelle d’acqua sulla Luna, e tu e il tuo team avete intercettato il primo segnale radio dalla via Lattea: quanto ancora nel nostro sistema solare c’è da scoprire o confermare?

Sicuramente tantissimo sia nel nostro Sistema Solare che nella nostra Galassia e l’intero Universo direi. Una bellissima cosa della scienza è che si va sempre avanti e non ci si adagia al primo successo, si cerca di capire e comprendere l’ignoto, con curiosità verso quello che non conosciamo.

Anche nella nostra Terra ci sono moltissime cose da esplorare e studiare ancora, dai fondali oceanici, piante e animali che forse nemmeno conosciamo. Penso che sia effettivamente un piacere studiare l’ignoto e cercare di scoprire sempre cose nuove.

 

Ci puoi parlare della tua scoperta, che immagino sia il risultato di anni di prove e studi?

Dunque iniziamo con lo specificare che la mia scoperta è da dividere con un team che ha costruito un telescopio rivoluzionario che ha riguardato decine di scienziati. Lo studio riguarda i lampi radio veloci, dei lampi di onde radio invisibili all’occhio umano, ma percepibili con le nostre antenne. Immaginiamo che la nostra radio trasmetti dall’America, ci vorranno dei ripetitori potentissimi per far arrivare il segnale in Italia, se la radio fosse sulla Luna sarebbe ancora più complesso.

Questi lampi radio che vediamo, e abbiamo studiato, arrivano da altre galassie, non sono nemmeno nel nostro Sistema Solare, distano da noi milioni di anni luce e vuol dire che quando sono stati emessi erano estremamente potenti.

Ci siamo chiesti quindi che cosa fossero queste incredibili onde radio e che cosa potessero produrre, vista la distanza ovviamente era impossibile fare una foto. Il 28 aprile di quest’anno siamo riusciti a registrare ed a captare un segnale con caratteristiche totalmente nuove, che proveniva dalla nostra galassia ed è stato effettivamente il più forte lampo radio mai registrato.

Questo ci ha permesso di vedere l’oggetto che ha prodotto questo lampo, ed è venuto fuori dopo diversi mesi di analisi che è stato inviato da una Magnetar: una stella di neutroni. In pratica quando una stella gigante esplode lascia questo residuo, una stella super compatta formata soprattutto da neutroni, questi hanno dei campi magnetici estremamente alti chiamati appunti Magnetar e proprio uno di questi è stato responsabile del lampo radio captato da noi. La domanda successiva a questa scoperta è stata ovviamente, tutti i lampi radio provengono da Magnetar o da tanti oggetti sparsi nell’Universo?

 

Una scoperta di questo tipo che cosa può generare e quali conseguenze potrà avere sullo studio delle nostre galassie?

Una delle importanze dei lampi radio veloci è che possiamo usarli come “lampi nella notte che illuminano le nubi”. Possiamo utilizzarli per studiare l’ambiente in galassie lontane e anche il materiale che sta tra la nostra galassia e quelle più distanti. Questo è uno dei motivi per cui stiamo cercando di capire sempre di più questi fenomeni, per usarli come strumenti per studiare il nostro universo.

 

Cosa hai provato al momento dell’ascolto del segnale?

La cosa buffa è che solitamente nella scienza si utilizzano più imprecazioni per realtà che non funzionano e raramente si riesce a gridare Eureka!

È un’emozione incredibile soprattutto perché chiude con una “vittoria” un periodo di studi e analisi molto lungo. Quando riesci a scoprire un piccolo “segreto” dell’universo è lo stimolo più grande per continuare a studiare.

 

“Il mio obiettivo è semplice. È la completa comprensione dell’universo, perché è fatto così com’è e perché in effetti esiste”. (Stephen Hawking)

È una sensazione strana perché se ci riferiamo all’Universo già sappiamo che non potremmo mai conoscerne tutti i segreti, ma forse la bellezza è proprio in questo. Immagina se conoscessimo già tutto. La curiosità è fondamentale per uno scienziato e deve essere la benzina della nostra essenza.

 

 

Tra i tanti campi che potevi studiare hai scelto proprio i lampi radio veloci. Perché?

Una combinazione di caso ed interesse personale. Sono sempre stato attratto da misteri irrisolti e quando ho iniziato il mio dottorato ad Amsterdam c’era questo nuovo campo dedicato ai lampi radio veloci che ancora non si sapeva se fossero reali o no. In realtà ero andato ad Amsterdam per studiare i raggi-X, ma il mio supervisore mi fece scoprire questa particolare branca, ancora molto oscura, che poi non ho più abbandonato.

 

In questi anni si è riscoperto l’Universo anche grazie alle grandi missioni dei nostri astronauti, gli avanzamenti tecnologici di Musk, ma anche grazie alle continue scoperte di voi astronomi. Questo grande ritorno di “fiamma” potrebbe rappresentare un buon viatico per il futuro?

Ne beneficiamo assolutamente. Il mondo è molto più interconnesso rispetto a decenni fa. La ricerca porta tecnologia, la tecnologia porta ricerca e quindi è un sistema che si autoalimenta che può creare opportunità di lavoro incredibili, scambi di idee e scambi culturali che magari in passato erano molto meno frequenti.

Sono contento che la ricerca e la conquista dello spazio sia vista in termini commerciali. Il motivo per cui io studio astronomia è anche quello, magari nell’immediato i miei studi possono risultare non utili, ma non possiamo conoscere effettivamente quello che ci prospetterà il futuro. Tutti siamo utili nel mondo della scienza.

 

Che cosa rappresenta per te il Cosmo?

Da scienziato è l’ambiente in cui viviamo. Anche se le stelle sono molto distanti dobbiamo ricordarci che il Sole è la stella che ci da la vita. È sbagliato sentirsi come umanità staccati dal Cosmo perché ci siamo immersi dentro e ne siamo parte integrante. Non ci siamo noi e il Cosmo, ma c’è l’Universo nella sua totalità.

 

Quale sarebbe il tuo sogno (se possibile dirlo) professionale e personale, e un sogno riferito alla scienza che vorresti vedere?

Mi piacerebbe continuare a lavorare nel mondo accademico e perché no continuare a lavorare su altri misteri irrisolti del cosmo, cercando di dare il mio piccolo contributo per la scienza. Per quanto riguarda sogni scientifici da vedere ce ne sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno.

Mi piacerebbe vedere un qualcosa legato alla società, vedere le persone anche coinvolte nelle scienze in qualche modo appassionate di questa continua ricerca, non solo in astronomia, ma in tutti i campi per avere una maggiore consapevolezza del mondo che ci ruota attorno.

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