Romulus, la recensione dei primi due episodi

1 anno fa

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Romulus Recensione

La recensione di Romulus, la serie TV di Matteo Rovere per Sky parente del film Il Primo Re dello stesso regista. In occasione della Festa del Cinema di Roma abbiamo visto i primi due episodi in anteprima ed ecco cosa ne pensiamo.

Di recente il catalogo degli originali Sky ha decisamente del notevole, con una quantità di produzioni trasmesse, ancora in corso o programmate che davvero a primo acchito non può non lasciare sorpresi. In questo importante output troviamo anche la nuova serie di Matteo Rovere, erede del suo recente Il Primo Re, e qui ne parliamo con questa recensione di Romulus.

Prodotta da Groenlandia (la casa di produzione di Rovere e Sibilia), Cattleya e (appunto) Sky Italia, la serie in dieci episodi è ambientata nell’VIII secolo a.C., dunque nelle immediate vicinanze della data che la tradizione assegna alla fondazione di Roma. L’approccio narrativo è tuttavia diverso da quello visto ne Il Primo Re, che qui è comunque il punto di riferimento del progetto sul piano stilistico/artistico tutto, e questo nuovo racconto non è chiaramente né uno spin off, né un prequel in senso stretto dell’opera originale.

 

 

Si sta parlando infatti di qualcosa di completamente a sé stante, una sorta di remix di più elementi del mito originale, dal respiro più ampio, che guarda ad una maggiore plausibilità storica con elementi drammatici, cercando la reale complessità dietro il classico racconto leggendario di Romolo e Remo.

In ogni caso, procediamo con la recensione dei primi due episodi di Romulus, che ho visto in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, con la serie che arriverà dal 6 novembre su Sky Atlantic, disponibile ovviamente anche su Sky On Demand e Now TV.

 

 

 

 

Una nuova direzione

Romulus vede andare parallele – in questi primi due episodi – almeno un paio di linee narrative, godendo dei tempi seriali – più rilassati ovviamente rispetto al cinema – per guardare con più onestà alle ramificazioni della realtà storica e per costruire un racconto sicuramente più sfaccettato e ambizioso di quanto potuto sviluppare con Il Primo Re.

In ogni caso, come ne Il Primo Re, l’ambientazione è quella del Lazio di circa 2800/2700 anni fa, con popolazioni tribali ad occupare la zona, ciecamente credenti verso tradizioni, credenze e divinità, brutali e praticamente ben lontane da qualsiasi segno di reale civilizzazione. In questo contesto, i trenta popoli della Lega Latina sono guidati dal re di Alba Numitor, che però si trova a fronteggiare una terribile carestia, tanto grave da mettere in discussione la sua leadership e costringerlo a ricorre all’aruspice.

Il risultato ovviamente è pessimo, Numitor viene esiliato “per volere degli dei”, e l’equilibrio estremamente delicato della regione latina diventa instabile, mentre il fratello di Numitor, Amulius, coglie l’occasione per assecondare la sua ambizione priva di scrupoli.

 

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Yemos (Andrea Arcangeli), successore al trono di Alba e alla guida delle trenta tribù latine della Lega Latina, si trova quindi a dover affrontare la situazione insieme al fratello Enimos (Giovanni Buselli), per poi essere costretto a fuggire nei boschi. Nei boschi conosce Wiros (Francesco Di Napoli), un orfano e uno schiavo di Velia, obbligato a vivere nella natura più selvaggia, insieme ad altri ragazzi, in occasione dei Lupercalia, un rito di iniziazione per diventare uomini.

In tutto questo poi si inseriscono anche le sorti di Ilia (Marianna Fontana), la terza protagonista della serie, una vestale (una sacerdotessa che prega Vesta e tiene acceso il fuoco sacro, come da tradizione romana), ma evito di andare nel dettaglio perché penso di aver già detto troppo e non voglio fare spoiler.

 

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Come detto, è chiaro che la direzione sia molto diversa rispetto al film di Rovere, che qui è uno dei registi e showrunner, ma appunto perché sappiamo l’epilogo, ovvero la nascita di Roma e la deformazione degli eventi nel mito di Romolo e Remo, è lampante fin dal primo episodio inoltrato lo svolgimento del racconto da inizio a fine, a livello macroscopico.

La cosa ovviamente smorza abbastanza la necessità di uno show di tenere alta la tensione e invogliare lo spettatore a proseguire di episodio in episodio, e a questo problema contribuisce anche il ritmo non eccellente o particolarmente sostenuto della narrativa in sé, che per ora vive di intrighi prevedibili e azione col contagocce. Tuttavia è ancora presto per capire davvero l’esito su questo fronte, e i primi due episodi su dieci potrebbero tranquillamente soffrire del semplice essere introduttivi.

Vero pure che il poco mordente non viene solo dalla chiarezza di intenti del progetto, ma pure dall’utilizzo di luoghi comuni vari che smorzano alcuni momenti e rendono l’intreccio banale, come una variante della classica “porta chiusa” tra due amanti o come l’invidia del fratello di Numitor, che richiama con una certa pigrizia e senza particolari guizzi, ancora una volta, l’idea dietro l’abusato Amleto shakespeariano.

Romulus vuole abbracciare una maggiore plausibilità storica e l’origine del mito

Quello che preoccupa è che, al di là della ambizione di inseguire la realtà storica, evidente e efficace per dare un nuovo twist al già detto, non ci sia nulla davvero degno di nota nella tela degli eventi di Romulus. Se da una parte la serie di Rovere vive dell’estensione orizzontale del mondo seriale, dall’altra deve anche risponderne in fatto di capacità di tenere alto l’interesse, obiettivo che per ora fa fatica a raggiungere.

 

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Impressioni familiari

Per il resto, anche a livello tecnico, dalla fotografia al trucco, dai costumi alla scenografia e i suoi spazi, come ovvio sottolineare in questa recensione di Romulus, la serie è diretta parente de Il Primo Re. Abbiamo di nuovo questa epica latina sporca, di sangue e fango e di religioni e tradizioni tribali fondate sul terrore e sull’ottusa fiducia in una provvidenza schizofrenica.

Romulus è molto meno esplicito nel rendere la violenza rispetto a Il Primo Re

A volte ricorda il precedente lavoro di Rovere anche in maniera fastidiosa, nel senso proprio che le dinamiche di qualche scena del film del 2019 vengono riportate 1:1, dando una spiacevole percezione di già visto. Le due grandi differenze tra i due prodotti stanno in ogni caso nella presenza esplicita del sesso, che per come viene gestito strizza un po’ l’occhio a determinate produzioni televisive mainstream, e nell’elemento gore (violenza esplicita varia), molto presente al cinema e qui quasi azzerato.

Torna poi il protolatino, con uno sforzo sempre incredibile del cast nel parlarlo, tanto che il doppiaggio in italiano qui è davvero un colpo al cuore, oltre che oserei dire un po’ un ignorare il pesantissimo lavoro del cast tutto. Poi capisco che una serie su Sky necessiti di una certa accessibilità anche per il pubblico più pigro, ma se Game of Thrones poteva tenere il Valyriano in determinate frazioni, non capisco perché una produzione italiana debba ricorrere al doppiaggio.

 

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Fatto sta che chiaramente l’utilizzo del protolatino è elemento integrante della riuscita della serie per la visione che è alle sue spalle, fortemente (o quasi del tutto) focalizzata su notevoli valori produttivi che le permettono una fedele mimesi dei costumi del tempo; vi consiglio quindi di evitare l’italiano parlato a meno che siate ciechi e non in grado di leggere sottotitoli.

Un ultimo appunto in questa recensione di Romulus per quanto riguarda gli interpreti, in linea di massima tutti convincenti. A brillare nello specifico in queste prime battute è però Marianna Fontana nel ruolo della vestale Ilia, complice una risolutezza e una disperazione alimentate dalla centralità nei momenti più carichi degli episodi sul piano emotivo.

Degno di nota in un ruolo secondario anche Gabriel Montesi, che qui interpreta il leader del gruppo nel bosco e che dovreste ricordare come Amelio, il padre di Geremia, in Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, dove già era uno degli elementi più brillanti del cast.

 

 

Romulus sarà disponibile dal 6 novembre su Sky Atlantic

 

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