Gufi: è il DNA che gli dà un potente vantaggio visivo nell’oscurità

26 Ottobre

Gufi

Sembra che sia proprio nel DNA il segreto dei gufi, grazie al loro codice genetico sono i più grandi predatori aviari notturni.

Uno studio ha ipotizzati che i gufi grazie al processo di selezione naturale hanno modificato il proprio DNA che rende la loro retina come una sorta di lente migliorando così la vista notturna. Non solo, le analisi porterebbero a identificare i geni dei gufi come quelli caratteristici che gli permettono di sentire e vedere così bene.

La maggior parte degli uccelli è diurna: sono più attivi durante il giorno e dormono di notte. Quella dei gufi sembra quindi l’unica specie tra gli uccelli ad essersi evoluta verso la situazione opposta.

Esaminando i genomi di 20 diverse specie di uccelli inclusi 11 gufi riscontrando che queste mutazioni sono state mantenute per generazioni e come previsto hanno riguardato la percezione sensoriale, motivo per cui i gufi possono sentire e vedere così bene.

 

Si tratta ancora di un ipotesi e osservazioni e analisi dirette potrebbero dare indicazioni maggiori su come i gufi hanno ottenuto questi vantaggi evolutivi.

 

Hanno anche scoperto che la struttura delle molecole all’interno degli occhi del gufo sembra essersi adattata per essere in grado di catturare più luce: questi geni sono collegati al confezionamento del DNA e alla condensazione cromosomica, la fase del ciclo cellulare in cui la cromatina del nucleo si avvolge addensandosi nei cromosomi in preparazione della mitosi.

 

Un cambiamento simile era stato visto in precedenza nei primati notturni e modelli della loro struttura avevano suggerito come può essere canalizzata la luce.

 

Visto che i più grandi cambiamenti sono stati osservati nei genomi correlati al miglioramento delle capacità di caccia notturna, si pensa che i gufi si siano effettivamente evoluti da un antenato diurno.

 

Il nostro studio suggerisce nuovi geni candidati il ​​cui ruolo nell’evoluzione dei gufi può essere ulteriormente esplorato

scrivono i ricercatori.

 

La ricerca è stata pubblicata su Genome Biology and Evolution.

 

 

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lunedì 26 Ottobre 2020 - 14:24
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