Tiktok, dietro il ban c’è Mark Zuckerberg? Quell’incontro con Trump poco prima dell’escalation

7 mesi fa

Dietro al ban di TikTok potrebbe esserci lo zampino di Mark Zuckerberg, lo sostiene il Wall Street Journal. Il CEO di Facebook si era incontrato, a porte chiuse, con il Presidente Trump. Poi l’escalation che conosciamo tutti.

Sono tante le aziende tecnologiche che si sono apertamente schierate contro il ban imposto dalla Casa Bianca contro TikTok, il social di ByteDance. Tra queste perfino Facebook, con Zuckerberg che aveva definito la decisione di escludere imperativamente l’app cinese dal mercato statunitense «preoccupante».

Ora però spunta una storia ben diversa, una che vede Mark Zuckerberg non nei panni del paladino del capitalismo aperto a tutti, internet company cinesi incluse, ma in quelli del deus ex machina che avrebbe, più di tutti gli altri illustri “colleghi”, tentato di persuadere la Casa Bianca a sferrare un’offensiva contro TikTok e ByteDance. Una storia, è bene chiarirlo, tutta da dimostrare, e che per il momento va presa con le pinze.

A suggerire questa ipotesi è il prestigioso Wall Street Journal, uno dei più importanti quotidiani economici americani. Secondo la testata, il CEO di Facebook avrebbe avuto un lungo colloquio a porte chiuse con il Presidente Donald Trump verso la fine del 2019. Sarebbe stata proprio in quell’occasione che Zuckerberg avrebbe tentato a lungo di persuadere la Casa Bianca a mettere alle strette TikTok, con i risultati che abbiamo visto negli ultimi mesi.

A questa ipotesi si aggiungono le accuse del Senatore Josh Hawley, che attraverso un suo portavoce ha accusato Zuckerberg di usare TikTok per distrarre la politica e l’opinione pubblica da quelle questioni —che vanno dalle interferenze elettorali a presunte pratiche di abuso di posizione dominante— che riguardano direttamente il suo social. Questioni di cui, a dire il vero, Zuckerberg in persona ha dovuto rispondere solamente poche settimane fa, assieme a Tim Cook e Satya Nadella, davanti al Congresso americano.

Il WSJ punta poi il dito contro l’enorme spesa in lobbismo di Facebook a Washington D.C. e contro American Edge, un gruppo di pressione nato per difendere gli interessi delle tech company nella capitale.

 

 

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