Quando ci accostiamo al cinema fantasy, da vent’anni a questa parte, dobbiamo ammettere che c’è un prima de Il Signore degli Anelli e un dopo. Analizziamo come la trilogia jacksoniana ha cambiato il genere fantasy per sempre.

Uno stregone non è mai in ritardo, Frodo Baggins. Né in anticipo. Arriva precisamente quando intende farlo

Gandalf

Il Signore degli Anelli, come libro e poi come trilogia cinematografica, è arrivato nel momento giusto, e ha rappresentato un vero e proprio spartiacque per il genere fantasy. Il cinema di genere, dopo aver vissuto un decennio eccezionale negli anni ottanta con delle opere che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come La storia Infinita, Lady Hawke, Legend o La storia Fantastica, sembrava essere scomparso negli anni novanta a discapito dell’era sci-fi alla Matrix.

Negli anni ottanta la letteratura e giochi di ruolo fantasy erano già una realtà di successo, ma nel cinema l’ondata di Lucas e di Scott stava spostando il focus più sulla fantascienza con ottimi risultati, mentre il fantasy stentava a emergere, infatti lo schema produttivo del cinema fantasy, salvo qualche rara eccezione, era sempre lo stesso: un racconto letterario di successo dal quale attingere a piene mani, un target di riferimento giovanissimo e un budget che doveva coprire i costi dei vari effetti visivi (per di più costumi o maquette).

 

 

Nel 1978 il regista Ralph Bakshi aveva tentato di realizzare un fantasy strutturato e maturo con un lungometraggio animato su Il Signore degli Anelli, ma la sceneggiatura troppo prolissa (perché eccessivamente fedele al libro) e un uso indiscriminato della tecnica del rotoscopio, ne aveva decretato l’interruzione delle riprese, interrompendo l’esperimento a metà.

Il successo popolare di pellicole come La storia Infinita, Legend o Labirinth era destinato comunque ad essere occasionale e a volte persino inaspettato, infatti negli anni novanta il fantasy segna un ulteriore rallentamento qualitativo, salvo rare eccezioni come Dragonheart e in Italia la serie tv Fantaghirò (pellicola comunque per bambini) e serie tv come Xena ed Hercules. Il grande mito degli anni ottanta Arnold Schwarzenegger riporta il genere Sword and Sorcery con Conan Il Barbaro e le serie tv mitologiche descrivono atmosfere più cupe e sanguinose, ma sono solo meteore e ancora alla domanda non si da seguito ad una offerta adeguata.

Il Signore degli Anelli ha mostrato al mondo che non solo c’era interesse per questo tipo di storie, ma che potevano essere dei successi incredibili.

Una pellicola da più di tre miliardi di dollari di incasso totale in tutto il mondo e una miriade di riconoscimenti, fra cui spiccano i diciassette Premi Oscar: undici di questi sono stati assegnati al capitolo finale Il Ritorno del Re, un record ancora oggi da battere, ma la realtà più viva è senza dubbio l’incontro perfetto tra pubblico e critica.

 

 

Complice anche il successo quasi parallelo dei libri e dei film di Harry Potter (nello stesso mese de La compagnia dell’Anello le sale proiettavano La Pietra Filosofale), le case di produzione hanno saputo ritrovare la prima e vera spinta in progetti di questo genere. Tantissime pellicole, celebrate ma anche bocciate da pubblico e critica, non avrebbero potuto comunque esistere senza Peter Jackson.

Oggi, a vent’anni dalla prima trilogia, ci si rende conto di quanto peso abbia avuto nella settima arte, lasciando un segno indelebile nel cinema e nelle future produzioni di film di genere.

Il fantasy è tuttora sottovalutato dalla cultura e relegato a genere per bambini, al pari delle fiabe, ma comunque un salto di qualità e di consapevolezza c’è stato e lentamente sta dando i suoi frutti.

 

 

 

Fantasy: cambiamenti dopo Frodo e compagni

Prima della pellicola di Jackson, i film fantasy erano basati sugli stereotipi classici del mondo di elfi, gnomi e fate, e visti sempre con un po’ di superficialità. Se Labyrinth ora è riconosciuto come un mito senza tempo, o Lady Hawke una storia di alto rango, è grazie anche alla rivoluzione jacksoniana che ci ha permesso di rivalutare il genere.

Intanto un aspetto in cui questa saga è stata davvero rivoluzionaria è stato il suo approccio agli effetti speciali.

Non è un elemento secondario, in quanto l’idea di Jackson era chiara, dare veridicità alle creature immaginate da Tolkien, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, addirittura creando software appositi per la gestione delle grandi masse di eserciti (massive).

 

 

La Weta Workshop e la Weta Digital hanno lavorato fianco a fianco per unire lo sviluppo di effetti fisici e digitali, creando una combinazione unica che ha dato alla saga il tocco realistico e coinvolgente pensato da Peter Jackson. Questa fusione tra le due tecniche, quasi sempre ritenute in conflitto, è stata fondamentale per il successo della trilogia insieme alla realizzazione di altre due tecnologie divenute pietre miliari: le ‘maxiature‘ (o meglio, big-atures come le chiamavano sul set) e ovviamente l’uso della motion capture.

Le bigatures sono dei modelli in miniatura dei set, ma di dimensioni comunque consistenti: alcuni erano alti anche sette metri! Questi si usavano per riprese aeree e d’ambiente per poi rifinirle in digitale. Un lavoro complesso dal risultato incredibile, ma è l’uso della motion capture che ha rivoluzionato il film, e tante pellicole venute dopo.

La tecnologia non è stata scoperta ovviamente da Jackson, anche il personaggio di Jar Jar Binks era stato realizzato in motion capture, ma è con Gollum che il mondo scopre le sue più grandi potenzialità. Anni prima storie di buon successo come Willow avevano un ottimo regista e una buona sceneggiatura, ma gli effetti speciali, non ancora del tutto realistici, ne penalizzavano comunque la resa finale.

Da allora lo stesso Andy Serkis è diventato praticamente un esperto di queste interpretazioni, se pensiamo allo stesso King Kong fino alla scimmia Cesare

Ormai il motion capture era stato sdoganato e grazie a questa tecnica affinata si sono rotte barriere, permettendo agli attori di interpretare (e non solo dar loro la voce) ogni tipo di creatura, dai Na’vi di Avatar, fino ai robot passando per il mastodontico drago Smaug interpretato da un sublime Benedict Cumberbatch.

 

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Il Signore degli Anelli ha mostrato al mondo la parte migliore del fantasy e grazie a ciò abbiamo potuto godere di una serie come Game of Thrones (unica e grande realtà fantasy di successo dopo LOTR), che prima della trilogia jacksoniana non sarebbe mai stata presa in considerazione dai produttori.

Grazie al successo cinematografico de Il Signore degli Anelli si sono sopite le paure dei produttori che hanno iniziato ad investire budget maggiori anche negli effetti visivi. Ed ecco che titoli come Hunger Games, Lo Hobbit o gli ultimi episodi della saga di Harry Potter, hanno potuto mettere in campo team di sviluppatori digitali di tutto rispetto.

Altra rivoluzione data dal film di Peter Jackson è stata la realizzazione di una trilogia girata in un’unica volta.

Un’opera mastodontica con film da più di tre ore (rarità per l’epoca), senza attendere la release di ciascuno per vedere se i risultati fossero all’altezza.

Un rischio, perché se il primo capitolo fosse stato un flop?
Fortunatamente non è stato così e i numeri hanno dato ragione a Jackson che aveva bisogno di fiducia e budget per raccontare l’epopea tolkieniana (Le due Torri, uscito dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, è stato un titolo a lungo discusso a causa dell’assonanza con la tragedia).

 

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Il fantasy come Batman?

Con un accostamento azzardato potremmo paragonare il fantasy al cavaliere oscuro della DC Comics.

Possiamo avere il Batman ridicolo alla Adam West, oppure il gotico-dark di Tim Burton, l’uomo che fallisce e si rialza della trilogia di Nolan, per poi tornare ad un Batman e multicolore e kitsch (o trash?) di Schumacher, fino ad un cavaliere oscuro molto vicino ai fumetti come quello di Affleck o vintage come il prossimo recitato da Robert Pattinson.

Molte sfaccettature per un unico genere, così è il fantasy: può avere destinazioni, budget e target diversi ma che come tutte le belle storie deve essere trattato con cognizione di causa perché il pubblico deve perdersi nella sospensione dell’incredulità per ritrovare se stesso e i propri sogni…

Il Signore degli Anelli è stata la prima grande produzione a prendere sul serio il genere, ha fatto vedere al mondo che anche col fantasy ci si poteva commuovere, gioire e godere di una storia importante.

Il merito di Peter Jackson è quello di aver fatto comprendere al mondo dell’intrattenimento che il fantasy era una faccenda non più “per pochi eletti”, ma bensì un genere “a più strati” che poteva essere coniugato in mille forme diverse e con cui si potevano vincere premi importanti, oltre ovviamente ad un ottimo riscontro.

 

 

 

Quindi il fantasy è cambiato?
Non così tanto…

Anche dopo Il Signore degli Anelli sono state realizzate pellicole ad alto budget, ma con dei riscontri pessimi e l’idea che questo genere sia ancora un po’ infantile non è stata mai letteralmente cambiata.

Se pensiamo al grande cast utilizzato ne La Bussola d’oro, un’altra possibile trilogia da realizzare, ma stoppata già al primo capitolo o il pessimo Eragon con un attore come Jeremy Irons a recitare talmente sotto tono da renderlo quasi ridicolo, o The Shannara Chronicles uno dei casi letterari più importanti del genere trattata come un film di serie B e cancellata dopo la seconda stagione, in ultimo l’osannato Cursed, un capitolo del ciclo arturiano dalle potenzialità altissime, ma che poi riesce a convincere poco. Anche Le Cronache di Narnia, partite molto bene, anche grazie alla vicinanza dell’allora Lewis con Tolkien, si sono dissolte nei capitoli successivi senza essere un nuovo fantasy da ricordare a lungo.

Ecco che il punto in questione quindi è “come si racconta il fantasy”.

 

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Non ci sono solo più i bambini, ormai gli appassionati di elfi e maghi sono eterogenei per età, nazionalità ed estrazione sociale

Forse ha ragione l’artista tolkieniano e direttore artistico della Biennale FantastikA, Ivan Cavini:

 

Il fantasy dimostra di interessare ad un pubblico che intende volgere lo sguardo indietro, alla ricerca delle cose buone che ha dimenticato nella frenesia del consumismo e del progresso.

Come moltissime civiltà arcaiche, i fan del fantasy hanno in comune una sensibilità olistica della vita e una spiritualità trasversale.

Sono coscienti dell’irreparabile disastro ambientale in corso, ed ecco che la magia del bastone di Gandalf diventa l’energia della natura da utilizzare solo in maniera responsabile, l’artigianato e il lavoro manuale acquisiscono un valore intrinseco, e la Contea diventa lo specchio di una vita più semplice e attenta alle “cose che crescono”.

 

Il cinema in tutto ciò non ha fatto altro che comprendere la rivoluzione in atto e iniziare a prendere in considerazione che nel fantasy si nascondono valori che possono essere recepiti anche da un pubblico generalista: Frodo e Sam non ci insegnano il valore dell’amicizia? The Witcher non ci parla della diversità e della solitudine? Harry Potter non ci insegna ad opporci al pericolo e al pensiero unico? L’amicizia di Legolas e Gimli non ci insegna a superare le diversità per raggiungere il bene comune?

Ma soprattutto, il fantasy non ci insegna ad accogliere e preservare le energie/magie della natura?

 

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