Cervello: come potremmo aver riciclato una regione per l’elaborazione ortografica

24
8 mesi fa

Cervello

Uno studio dimostra come la nostra specie potrebbe aver riciclato aree del cervello per dare senso alla parola scritta.

Attraverso test sulle scimmie i ricercatori hanno realizzato un modello del loro comportamento neurale che suggerisce che gli esseri umani potrebbero aver utilizzato una parte del cervello, già in uso per le elaborazioni visive, anche per l’elaborazione ortografica.

La nostra specie ha una lunga storia evolutiva ma nonostante ciò leggiamo e scriviamo solo da poche migliaia di anni. Una recente ricerca spiega la nostra specie ha riciclato una determinata regione del cervello che ci ha aiutato a dare un senso alla parola scritta.

Nei test sulle scimmie macaco rhesus gli scienziati hanno dimostrato che la regione del cervello chiamata corteccia temporale inferiore può fornire le informazioni essenziali di cui si ha bisogno per trasformare stringhe di lettere in qualcosa di più significativo.

I primati non umani come i i macachi mostrano dei comportamenti celebrali simili ai nostri: la ricerca suggerisce che non c’è un’enorme differenza tra il modo in cui queste scimmie vedono le parole e come le vede un essere umano.

Basandosi anche su studi precedenti in cui si mostra come parti della corteccia temporale inferiore sono strumenti altamente specializzati per riconoscere le parole una volta che abbiamo imparato a leggere, i ricercatori sono arrivati a queste conclusioni. 

La nostra evoluzione ha fatto sì che invece di sviluppare nuove aree del cervello dedicate alla lettura abbiamo riutilizzato una stessa regione del cervello determinando così la capacità di riconoscere le parole mentre vengono scritte

 

Questi risultati mostrano che la corteccia IT di primati non addestrati può servire da precursore dell’elaborazione ortografica, suggerendo che l’acquisizione della lettura negli esseri umani si basa sul riciclaggio di una rete cerebrale evoluta per altre funzioni visive

hanno concluso i ricercatori.

La ricerca è stata pubblicata su Nature Communications.

 

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