Psicobioma: i batteri intestinali possono alterare il modo in cui pensi

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1 anno fa

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Il modo di dire “ragionare con la pancia” sembra più appropriato che mai: lo psicobioma mostra come i batteri intestinali possano non solo influenzare la nostra salute fisica, ma anche il nostro modo di pensare.

Katya Gavrish è alla ricerca di nuovi farmaci per il cervello e lo fa in un posto apparentemente improbabile: le feci umane.

Ma facciamo un piccolo passo indietro e vediamo cosa sia la psicobiotica.

La psicobiotica è una disciplina recente che studia gli effetti del microbioma intestinale sulla mente, in particolare sulle funzioni cognitive e sull’umore.

Secondo una revisione sistematica degli articoli pubblicati sull’argomento, sui topi sono stati ottenuti risultati interessanti, mentre la ricerca sugli esseri umani è ancora un territorio in gran parte inesplorato

Esiste un’azienda fondata 5 anni fa che si chiama Holobiome e che ha creato una delle più grandi collezioni al mondo di microbi intestinali umani. Il team ha in programma di capitalizzare la crescente evidenza di studi epidemiologici e sugli animali che collegano i batteri intestinali a diverse condizioni mentali come l’autismo, l’ansia e il morbo di Alzheimer.

Il CEO dell’azienda, Phil Strandwitz, non può ancora dire esattamente quale forma assumeranno i nuovi trattamenti, ma i disturbi oggetto di indagini includono depressione e insonnia, nonché costipazione e dolore viscerale come quello tipico della sindrome dell’intestino irritabile, condizioni che possono avere componenti neurologiche e intestinali.

Ma quanto tempo ci vorrà prima di avere qualcosa di concreto da provare sugli esseri umani?

I ricercatori di Holobiome prevedono che potrebbe essere tra circa un anno.

Lo psicobioma è interessante perché molti psicofarmaci non funzionano per tutti i pazienti e causano effetti indesiderati.

Perché lo psicobioma affascini così è semplice: lo sviluppo di farmaci per i disturbi neuropsichiatrici è in ritardo da decenni e molti farmaci esistenti non funzionano per tutti i pazienti e causano effetti collaterali indesiderati.

Un numero crescente di ricercatori vede un’alternativa promettente nei trattamenti a base di microbi, o “psicobiotici, un termine coniato dal neofarmacologo John Cryan e dallo psichiatra Ted Dinan, entrambi all’University College di Cork.

Questo è un campo innovativo, interessante e con un enorme potenziale

afferma Natalia Palacios, epidemiologa dell’Università del Massachusetts, Lowell, che sta esaminando le connessioni tra i microbi intestinali e il morbo di Parkinson.

Alcuni ricercatori preferiscono un approccio meno frettoloso incentrato sulla comprensione della biologia sottostante. Ma Holobiome e alcune altre aziende sono ansiose di entrare nel mercato che vale molti miliardi di dollari e che è già sorto per altre terapie microbiche, che mirano a trattare condizioni tra cui allergie da disturbi intestinali e obesità.

Da quando è stato scoperto che i microorganismi che vivono dentro di noi sono almeno in rapporto 1:1 con le nostre cellule – o addirittura potrebbero superare in numero le cellule del nostro stesso corpo – è stata capovolta la visione di noi stessi.

Il microbiota intestinale pesa 2 kg, quindi più del cervello

Il microbiota intestinale, come è noto, pesa circa 2 chilogrammi, più del cervello umano che ha un peso medio di 1,4 chilogrammi e può avere (quasi) la stessa influenza sul nostro corpo.

Migliaia di specie di microbi (non solo batteri ma anche virus, funghi e archaea) risiedono nell’intestino. E con oltre 20 milioni di geni superano i nostri “miseri” 20.000 geni. I batteri intestinali possono produrre e utilizzare sostanze nutritive e altre molecole in modi in cui il corpo umano non può e questo rappresenta una fonte davvero allettante per nuove terapie.

Il cervello è la nuova frontiera, ma lo è facendo un passo indietro e andando a riscoprirne la connessione con l’intestino di “vecchia” concezione.

Gli antichi greci, per esempio, credevano che i disturbi mentali sorgessero quando il tratto digestivo produceva troppa bile nera. Molto prima che venissero scoperti i microbi, alcuni filosofi e medici sostenevano che il cervello e l’intestino fossero partner nel modellare il comportamento umano.

Quello che probabilmente accade è che il nostro cervello e il nostro intestino sono in costante comunicazione

afferma Cryan, che negli ultimi dieci anni ha contribuito a guidare gli sforzi per decodificare tali comunicazioni.

Dall’epidemiologia arrivano scoperte interessanti circa la connessione tra intestino e disturbi cerebrali.

Ad esempio, molte persone con sindrome dell’intestino irritabile sono anche depresse, le persone nello spettro autistico tendono ad avere problemi digestivi e le persone con Parkinson sono inclini a costipazione.

I ricercatori hanno anche notato un aumento della depressione nelle persone che assumono antibiotici, ma non farmaci antivirali o antifungini che lasciano intatti i batteri intestinali.

L’anno scorso, Jeroen Raes, un microbiologo dell’Università Cattolica di Lovanio, e colleghi hanno analizzato le cartelle cliniche di due gruppi – uno belga e uno olandese – di oltre 1000 persone che partecipavano a sondaggi sui loro tipi di batteri intestinali. Le persone con depressione avevano deficit delle stesse due specie batteriche. I risultati di questa ricerca sono stati riportati nell’aprile 2019 su Nature Microbiology.

Sono tanti i modi in cui i microorganismi intestinali potrebbero influenzare il cervello.

Alcuni possono secernere molecole messaggere che viaggiano attraverso il sangue al cervello. Altri batteri possono stimolare il nervo vago, che va dalla base del cervello agli organi dell’addome. Le molecole batteriche potrebbero trasmettere segnali al vago attraverso cellule di “neuropodi” scoperte di recente che si trovano nel rivestimento dell’intestino, rilevando il suo ambiente biochimico, compresi i composti microbici. Ogni cellula ha un lungo “piede” che si estende verso l’esterno per formare una connessione simile a sinapsi con le cellule nervose vicine, comprese quelle del vago.

Potrebbero anche esistere collegamenti indiretti. Sempre più i ricercatori vedono l’infiammazione come un fattore chiave in disturbi come la depressione e l’autismo. I batteri intestinali sono la chiave per il corretto sviluppo e mantenimento del sistema immunitario e gli studi dimostrano che avere un mix errato di microbi può far “deragliare” tale processo e promuovere l’infiammazione. Inoltre i prodotti microbici possono influenzare le cosiddette cellule enteroendocrine, che risiedono nel rivestimento dell’intestino e rilasciano ormoni e altri peptidi. Alcune di queste cellule aiutano a regolare la digestione e controllano la produzione di insulina, ma rilasciano anche il neurotrasmettitore serotonina, che fuoriesce dall’intestino e viaggia in tutto il corpo.

La serotonina, volgarmente anche chiamata “ormone del buonumore”, è un’ammina derivata dal triptofano, presente nelle piastrine, nel plasma e nel sistema nervoso centrale, dotata di azione stimolante sulla muscolatura liscia e di azione antiemorragica; è anche mediatore chimico dell’infiammazione e della trasmissione degli impulsi nervosi.

Insomma una strada lunga, ma davvero promettente e che dimostra che “ragionare con la pancia” è più corretto di quello che potrebbe sembrare.

 

 

 

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