La fotografia del viaggio nel tempo

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3 anni fa

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Il cinema si è servito di diversi artifici per mostrare i viaggi nel tempo e i paradossi temporali, ma con la fotografia si è creato un rapporto particolare.

Vi è un rapporto particolare e assai profondo tra fotografia e cinema.

Vi è un rapporto particolare e assai profondo tra fotografia e cinema. Il cinema è motion pictures, immagini in movimento che come tali creano l’ illusione, con il fluire dei frame senza soluzione di continuo, dello scorrere di un tempo che lo spettatore percepisce come presente; come sostiene Tarkovskij il cinema è un mosaico fatto con il tempo e con il montaggio se ne costruisce la trama temporale.

La fotografia d’altro canto rappresenta un singolo attimo, un singolo fotogramma all’interno del quale convergono, come sostiene Wenders, tanto il presente che il passato e persino il futuro.

Per Wenders una istantanea è una capsula del tempo che racconta la storia taciuta di una persona immortalata, o un paesaggio capace di narrare le vite di chi davanti a quei luoghi si è fermato.

Come rappresentare pertanto un paradosso temporale in una pellicola cinematografica? In alcuni casi si è ricorso proprio alla fotografia, a quella istantanea che di fronte al procedere del film interrompe il movimento nello spazio e nel tempo e li contiene in un unico fotogramma.

 

 

 

Il cinema e i paradossi temporali descritti attraverso la fotografia

Partiamo da uno degli esempi più evidenti ovverosia la saga di Ritorno al futuro. Nel primo capitolo la fotografia che Martin conserva nel portafogli raffigura lui con la sorella e il fratello che indossa una maglietta con sopra stampato “classe 1984”, mentre siamo tornati al 55. La foto diviene una forma di countdown visivo, con lo sparire dei soggetti impressi su di essa in base alle azioni di Martin nel passato; azioni che producono il formarsi di una possibile linea temporale alternativa. Nei due sequel  abbondano altri esempi analoghi: dalle foto sul giornale del 2015, a quelle nel West del 1885.

 

 

In Terminator di James Cameron è attraverso la polaroid data nel futuro da John Connor a Kyle Reese che egli si innamora di Sarah Connor, offrendosi pertanto volontario per andare a proteggerla nel passato. L’amore per quella donna vista solo in foto porterà al concepimento di John Connor. Il padre sarà più giovane del figlio e il figlio gli darà quella fotografia perché, se Reese non avrà incontrato Sarah, lui non potrà mai esistere: “roba da mal di testa”.

 

Ne L’esercito delle dodici scimmie Gilliam affronta il viaggio nel tempo lasciando che lo spettatore sia libero di interpretarlo come reale o come un delirio del protagonista interpretato da Bruce Willis, ma vi è una fotografia scattata in una trincea durante la prima guerra mondiale che dirime sulla veridicità della affermazioni di Cole e il suo fortuito coinvolgimento negli eventi futuri per aver agito ogni volta che tornava indietro.

 

In Aliens, sempre di Cameron, Ellen Ripley tiene fra le mani una foto di sua figlia, invecchiata e poi defunta mentre lei era nell’ipersonno. La madre è paradossalmente più giovane di sua figlia ed è sopravvissuta a lei.  Vani sono i tentativi di scrutare quei lineamenti segnati dalla vecchia e ricercare le linee di un profilo familiare.

 

 

In Shining la scena in cui siamo propensi a pensare ad una serie di allucinazioni di jack Torrence si conclude su una fotografia nella quale vediamo il protagonista ripreso in uno scatto datato 4 luglio 1921.

 

 

 

Il paradosso temporale in una serie di scatti

Un cortometraggio di Chris Marker del 1962, La jetée, tutto incentrato sui viaggi temporali e fonte di ispirazione per L’esercito delle Dodici Scimmie, è completamente realizzato da fotografie riprese analizzando i singoli particolari e riconducendoli all’armonia dell’insieme dello scatto.

In questa pellicola i due concetti e le due forme dell’immagine (statica e in movimento) non sono più separati, ma convivono nella stessa inquadratura.

 

 

È come se il cinema non riuscisse ad imprimere su pellicola la distorsione dello scorrere di un tempo lineare e quindi ricorra alla fotografia che diventa il simbolo del paradosso, il punto su cui le linee temporali possono viaggiare in parallelo, incrociarsi fra loro e sovrapporsi.

La fotografia concentra in una istantanea senza spessore il comprimersi dello spazio e del tempo.

 

 

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