Just Cause 4

3 anni fa

7 minuti

Just Cause 4 è ufficialmente disponibile per PC, PlayStation 4 e Xbox One. Scopri come ci è sembrato con la nostra recensione.

Un soldato, non un reporter, ci ha dato la libertà di stampa, disse Ronald Reagan. Allora come oggi al Pentagono avrebbero fatto carte false pur di arruolare professionisti della guerra come Rico Rodriguez, dinamitardo protagonista della serie Just Cause, uno che provoca più danni della grandine e di mestiere fa l’esportatore di democrazia, impicciandosi degli affari interni delle repubbliche delle banane sparse per il globo per rovesciarne i regimi.

Da solo, petto infuori, testosterone a palla, in jeans, t-shirt bianca, giubbotto di pelle e catenina al collo. Sfruttando paracadute, rampino e tuta alare per volteggiare da una parte all’altra dello schermo e seppellire di piombo interi eserciti di avversari. Olè.

Se avvertite l’esigenza di rinfrancare lo spirito tra una galoppata e una rissa nei saloon a Red Dead Redemption 2, il nuovo episodio della saga sviluppata da Avalanche Studios potrebbe fare al caso vostro e fungere da diversivo per le vacanze di Natale.

 

 

Collocandosi come filosofia di gioco esattamente agli antipodi del capolavoro Rockstar, questo sguaiatissimo open world può intrattenere e nemmeno poco, a patto di essere disposti ad accettarne le regole senza batter ciglio: l’imperativo qui è mettere il cervello a bagnomaria, sparare a chiunque respiri e sfasciare lo sfasciabile.

Sin dall’annuncio del titolo gli spezzoni di video promozionali hanno esibito, non senza una punta di orgoglio, picchi di devastazione impensabili in passato.

Ma nell’economia della serie la rilevanza di Just Cause 4 non va considerata (solo) in base alle cataste di cadaveri e lamiere accartocciate ammassate sul campo al passaggio del protagonista.  Dopo un divertentissimo secondo capitolo e un fiacco terzo episodio la nuova, muscolare, avventura di Rico Rodriguez rappresenta soprattutto un’occasione per gli sviluppatori per farsi perdonare i recenti errori e trascinare il brand fuori dalla melma della mediocrità in cui rischia seriamente di impantanarsi.

La prima cosa che noterete sarà che ci siamo allontanati dallo stile ‘lista della spesa’ dei precedenti due titoli – ha dichiarato alla stampa un esponente di Avalanche.

Il mondo di gioco, che supera di quattro volte i predecessori, ora è molto diverso dai precedenti: siamo tornati in Sud America, ma con un livello di dettaglio e una varietà che non si è mai vista in precedenza nella serie di Just Cause.

Tutto comincia sulla fantomatica isola di Solis, in Sud America, sfruttata dai membri della Mano Nera.

Spiace contraddirlo, ma noi di questo discorso non condividiamo una riga. Cominciamo dalla trama. Tutto comincia sulla fantomatica isola di Solis, in Sud America. Un’organizzazione paramilitare dal nomignolo che rasenta il ridicolo – la Mano Nera – guidata da Oscar Espinoza, tiranno dal pugno di ferro, sfrutta il territorio come se fosse un colossale laboratorio a cielo aperto, dove sperimentare gli effetti di una tecnologia segreta, nome in codice Illapa, in grado di generare cicloni, tuoni, fulmini e ogni altra intemperia della natura.

Con un tagliagole del genere, hai voglia a sederti al tavolo delle trattative: meglio ricorrere alle maniere forti e innescare la rivoluzione armata col favore della popolazione locale. Peccato però che dietro a Illapa risulti coinvolto nientepopodimeno che il padre di Rico, assassinato tempo addietro dal medesimo Espinoza. Che cosa sarà successo?

 

 

Se ritenete che una sceneggiatura del genere sia un insulto per la materia grigia del videogiocatore, sappiate che vi trovate in buona compagnia. D’altronde in questo titolo, come da tradizione, non c’è spazio per dissertazioni sul senso della vita e, con ogni probabilità, dopo le prime due ore di gioco avrete già smesso di prestare attenzione al cumulo di sciocchezze proferite dal cast di personaggi primari e non, per concentrarvi su ciò che di buono la produzione ha da offrire. In pieno stile manifesto futurista di Filippo Tommaso Marinetti, il succo della faccenda potrebbe riassumersi nelle seguenti onomatopee: bum, crash, bang, kapoww.

Le meccaniche di Just Cause 4 si fondano infatti, sull’esplicito proposito di liberare la creatività distruttiva del giocatore, chiamato a radere al suolo, preferibilmente nella maniera più inverosimile, rocambolesca e tamarra possibile, ogni presidio nemico.

Non a caso, la stessa Solis è stata concepita dai programmatori non tanto come un ambiente da scoprire con meticolosa curiosità, quanto come un immane lavandino digitale in cui riversare i più biechi istinti, un gigantesco parco divertimenti da schiantare in lungo e in largo, provando, uno dopo l’altro, i nuovi giocattoli bellici di cui Rico dispone.

Primo tra tutti l’onnipresente rampino, il cui potenziale offensivo viene esaltato dall’introduzione di alcuni gingilli: è possibile, ad esempio, lanciarlo per piazzare palloni aerostatici in grado di sollevare qualsiasi cosa intercorra da una vacca a un autobus.

Con i ganci del rampino inoltre il protagonista può azionare interruttori, scoperchiare pannelli, scardinare porte o, addirittura, collocare un propulsore su cose o esseri viventi, con conseguenze facilmente immaginabili. Inutile dire che i congegni possono essere sia incrociati per sperimentare nuovi e devastanti effetti, sia potenziati avanzando nella campagna o affrontando le – poco ispirate – missioni secondarie.

 

 

 

 

Just Cause 4 pur essendo incentrato sulla libertà di esplorazione, rimane inchiodato alla stessa, rigidissima, struttura di sempre.

A proposito di progressione, l’evidente contraddizione in cui cade Just Cause 4 è di appartenere a un genere di giochi incentrato sulla libertà di esplorazione e, allo stesso tempo, di essere inchiodato alla stessa, rigidissima, struttura di sempre: la manciata di missioni che compone la campagna principale si alterna alla scientifica opera di liberazione delle quattro macro regioni (a loro volta suddivise in svariate zone), legate a un particolare cataclisma meteorologico generato da Illapa e occupate dalle forze della Mano Nera.

Sulle prime, beninteso, ci si diverte e nemmeno poco a seminare il caos nelle basi militari e ad assoggettare al fronte rivoluzionario, una dopo l’altra, le aree da conquistare. Sennonché l’interesse, specie per chi già conosce le dinamiche della serie, scema dopo poco, col risultato che la vera, grande, sfida offerta da questo nuovo Just Cause consiste nel giocarlo per le oltre 20 ore necessarie ad arrivare alla conclusione, senza essere divorati da un fastidioso senso di colpa, quasi una sorta di rimorso per aver sottratto parte del proprio tempo ad altre, più costruttive o appaganti, attività.

Anche da un punto di vista tecnico la produzione alterna luci e ombre. Difficile  restare indifferenti davanti allo spettacolo di colossali edifici che vengono giù come castelli di carte, scomponendosi in mille rottami. Lo stesso discorso vale per la resa delle esplosioni e degli eventi atmosferici, che merita ogni elogio. Il panorama offerto da Solis poi, specie osservandolo dall’alto mentre si svolazza con la tuta alare, sa regalare scorci davvero memorabili e di notevole impatto.

 

 

Tuttavia basta guardare più da vicino per rendersi conto di quanto l’isola sia rappresentata in modo complessivamente sciatto, privo di ricerca del particolare, basato sulla riproduzione ossessiva delle stesse strutture. Il livello di dettaglio grafico poi, specie in paragone ai migliori esponenti del genere, non soddisfa mai pienamente e tende in qualche frangente ad avvicinarsi, pericolosamente, agli standard della precedente generazione.

Il parco animazioni infine è semplicemente inadeguato: se persino il protagonista, tranne quando è in volo (cioè quasi sempre), pare muoversi come un manico di scopa, figuriamoci i comprimari o i nemici, sulla cui intelligenza artificiale, peraltro, preferiamo stendere un velo pietoso. Tirando le somme, consigliamo Just Cause 4 solo a chi non ha mai provato un episodio della serie e ha un gran bisogno di staccare la spina dal tran tran quotidiano.

Questo tipo di giocatore troverà nell’ultima avventura di Rico un formidabile antistress, capace di offrire momenti indubbiamente spettacolari. Tutto ciò che viene richiesto, in fondo, è lo svolgimento di un solo compito, da ripetere all’infinito: spaccare tutto, facendo più chiasso possibile. Finché il divertimento dura, nessuna obiezione. Ma quanto dura?

68
ME GUSTA
  • Un mondo enorme da distruggere impunemente
  • Azione sempre esplosiva
  • A livello visivo si difende
FAIL
  • ...ma certamente non eccelle
  • Trama dimenticabile
  • Struttura troppo ripetitiva
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