Giocare per lavoro: professione game designer

3 anni fa

7 minuti

Tiri un dado, muovi la tua pedina e finisci in prigione. Oppure sposti i tuoi piccoli carri armati colorati per conquistare la celeberrima Kamchatka. Alzi la mano chi, almeno una volta, non ha giocato a Risiko o a Monopoly. Praticamente tutti, vero? Monopoly e Risiko sono solo i più noti (e ormai in gran parte superati, sebbene ancora seguitissimi) esempi di gioco da tavolo moderno. Un hobby che appassiona e fa incontrare milioni di persone ogni giorno.

I giochi da tavolo sono anche dei prodotti, che generano un’industria, in rapidissima crescita in tutto il mondo, Italia compresa.

Ma i giochi da tavolo sono anche dei prodotti, che generano un’industria, in rapidissima crescita in tutto il mondo, Italia compresa. Per il nostro paese, il valore complessivo di quest’industria è stata stimata in 100 milioni di euro per il 2017, con centinaia di nuovi giochi prodotti ogni anno.

Niente male per un paese che, in quanto a “cultura del gioco da tavolo”, è ancora indietro rispetto ad altri paesi europei, in primis Germania e Francia. Ma basta farsi un giro al Lucca Comics and Games o al Play di Modena, le due fiere nazionali con maggiore concentrazione di giochi da tavolo, per capire quanto il settore sia vitale e in forte ascesa.

Gioco sì, quindi, ma anche business e creazione di posti di lavoro. Per questo ho sentito tre persone che fanno un mestiere decisamente particolare, sono creatori di giochi, o game designer.

Si tratta di tre tra gli autori italiani di maggior successo: Emiliano Sciarra (gioco più famoso: Bang!), Paolo Mori (Augustus) e Simone Luciani (Tzolk’in e Sulle Tracce di Marco Polo).

Ecco le loro risposte sul mestiere di creare giochi da tavolo.

 

Come e perché hai deciso di diventare un inventore di giochi da tavolo?

Emiliano: I giochi, in tutte le loro forme, mi hanno sempre appassionato. Fin dall’adolescenza mi divertivo a creare o abbozzare giochi, sia elettronici che cartacei: il mio primo lavoro pagato è stato proprio per un videogioco quando avevo 16 anni.

Dopo essermi dedicato anche ai giochi di ruolo, alle miniature tridimensionali, all’enigmistica e alle carte collezionabili, sono tornato ai giochi da tavolo alla fine degli anni ’90.

 

Paolo: Giocando, e accorgendomi che dietro ogni gioco c’era una persona che lo aveva pensato e sviluppato. Ma in realtà non ho deciso di diventare inventore di giochi, quanto di provare a inventare qualche gioco.

Quando poi mi sono accorto che le mie idee (non tutte, naturalmente!) erano apprezzate, ho cominciato a prenderci gusto e a dare continuità a questa passione, e a cercare di coltivarla in maniera più professionale.

 

Simone: Tutti inventiamo giochi da bambini, ma in alcune persone questa passione rimane anche in età adulta. Farlo diventare un lavoro è un percorso lungo e difficile, fatto di prove ed errori. Per me la svolta è stata la pubblicazione del mio primo gioco, Frutti di Mare, nel 2009.

 

Creare giochi è un lavoro a tutti gli effetti, oppure bisogna fare altro nella vita per arrivare a fine mese?

Emiliano: È ancora un privilegio per pochi: in Italia chi vive di questo mestiere, come me, si può contare sulle dita di una mano.

Nonostante il boom che stiamo vivendo, infatti, il mercato non è ancora così grande da permettere a molti di vivere solo delle royalty per le copie vendute, rinunciando ad altre entrate.

 

Paolo: Dipende. Al momento io faccio anche altro, ma il sogno di poter diventare autore ‘a tempo pieno’ è oggi meno lontana (e decisamente più possibile) di quanto poteva esserlo solo tre anni fa.

Nella stragrande maggioranza dei casi ‘inventare giochi’ rimane una passione che può al massimo contribuire ad arrotondare uno stipendio.

Ma se si è veramente bravi (e anche piuttosto fortunati), è possibile trasformare il game design in una professione, magari in collaborazione con una o più case editrici.

 

Simone: Sì, può essere un impiego a tempo pieno. Io mi dedico esclusivamente al game design ora, ma per 15 anni ho fatto un altro lavoro, l’educatore. Rimane un mestiere di nicchia, ma oggi è una possibilità concreta, se hai le qualità giuste. Non avrei detto la stessa cosa solo 5 anni fa.

 

Quali sono le abilità indispensabili per fare questo mestiere?

Emiliano: Uno: essere creativi, pensare con la propria testa, non riproporre cose già viste oppure farlo ma solo in maniera molto originale. Due: essere pazienti e onesti con se stessi e non innamorarsi delle proprie creature quando si manifestano difetti evidenti.

Tre: avere la capacità di intuire come funziona la realtà in termini di causa-effetto, e di sintetizzare tutto nel minor numero di regole possibili.

 

Paolo: Tanti autori risponderebbero subito che è necessario conoscere statistica e matematica per far funzionare i giochi. Questo è certamente vero, ma io credo che l’abilità più utile sia il saper entrare in una sorta di empatia con i giocatori, in modo da capire – prima ancora di provare un gioco o di scriverne il regolamento – quali sono le emozioni che può suscitare.

Questo non significa che il game design sia semplicemente arte: sicuramente col tempo e con l’esperienza si sviluppano competenze che aiutano a riconoscere problemi e applicare soluzioni, credo come in ogni altro campo del sapere.

 

Simone: È difficile dare una risposta che sia sempre valida, dipende dai giochi su cui stai lavorando. In generale, comunque, bisogna essere sempre creativi, trovare strade nuove per dare emozioni.

Poi ci vuole una buona capacità di analisi, rudimenti di grafica e una certa manualità: spessissimo il primo prototipo di un gioco è fatto in casa e bisogna avere le abilità base per poterlo creare.

 

Cosa consiglieresti a chi volesse provare a creare il suo primo gioco?

Emiliano: Di provare allo sfinimento il suo gioco, con tutti quelli che conosce: e quando sono finiti parenti e amici, cercare persone che non si conoscono e far provare il gioco anche a loro per ricevere giudizi onesti e spassionati.

Poi, studiare i giochi in commercio dal punto di vista dell’autore più che dei giocatori, per capire anche cosa propone e cosa cerca il mercato oggi. E infine, confrontarsi con altri autori e soprattutto con gli editori, con i quali si ha la vera crescita professionale: senza aver paura che qualcuno “copi” il gioco, cosa che per fortuna nell’intero mondo occidentale è praticamente sconosciuta.

 

Paolo: Di non avere paura a farlo, così come di non avere paura nemmeno a gettarlo o a riporlo nel cassetto , quando – con ogni probabilità – scoprirà che non funziona. A parte questo, i consigli sono i soliti: giocare più che si può a tanti giochi differenti e far provare i propri giochi anche fuori dalla propria cerchia di amici.

In questo senso mi sento di consigliare gli appuntamenti di IdeaG (un acronimo che sta per Incontro degli autori di giochi), in giro per l’Italia, dove si potranno incontrare altri autori, oltre a giocatori e editori che daranno pareri qualificati. Se si preferisce un confronto ‘virtuale’, il punto di partenza rimane il forum (o la pagina facebook) di IDG – Inventori di Giochi, un sito che ho creato per chi condivide questa passione nel ‘lontano’ 2005.

 

Simone: Prima di tutto devi amare i giochi da tavolo e giocare il più possibile. E’ un mestiere creativo che ti impone di capire sempre cosa c’è in giro, quali sono le tendenze del momento.

Devi confrontarti di continuo con gli altri autori e con la comunità dei giocatori. Giocare a un gioco da tavolo significa parlare con gli altri di persona, guardarsi negli occhi e posare il cellulare durante la partita.

 

 

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