La Casa di Carta: il crimine su Netflix parla spagnolo

3 anni fa

8 minuti

la casa di carta

Da come mi è comparso ripetutamente in homepage e tra i prodotti consigliati, avevo pensato fosse una produzione “Originale Netflix”: invece la serie spagnola La Casa di Carta (La Casa de Papel in originale) è un prodotto di altissimo livello qualitativo prodotto da una delle maggiori emittenti private iberiche.

Americana nello spirito, ma spagnola nel piglio narrativo e “sentimentale” dei suoi personaggi, La Casa di Carta è molto più che un prodotto di largo consumo.

Non è perfetta, non è originalissima, ma si difende molto bene nel panorama serial-stream e intrattiene con piglio deciso.

Cercherò di presentarla e recensirla senza spoiler, per permettere a chi fosse curioso di capire se sia  il caso di vederla.

 

La trama di “La Casa di Carta” è quanto di più semplice esista: otto rapinatori, guidati da una mente criminale che ha studiato un piano minuzioso e “infallibile”, attaccano la Zecca di Stato a Madrid e si barricano dentro con diverse decine di ostaggi.

Da lì inizia una partita a scacchi con la polizia, con colpi di scena a ripetizione.

 

 

 

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La Casa delle Citazioni

C’è molta cultura pop degli ultimi trent’anni dentro La Casa di Carta

C’è molta cultura pop degli ultimi trent’anni dentro La Casa di Carta; non si contano i riferimenti diretti che i personaggi fanno ai film di Tarantino e gli omaggi degli sceneggiatori ai film di rapina più o meno famosi della storia del cinema.

Dalle maschere di Dalì ai nomi fittizi che sono quelli di città del mondo, dai poliziotti problematici e in guerra con i superiori alle storie d’amore improvvise e inaspettate, dalle intuizioni geniali ai ribaltamenti di prospettiva: tutto richiama strutture che gli amanti del genere crime e thriller conoscono e apprezzano.

Tutto sommato, a fine visione, ammetto che il rischio deja vu è aggirato e che il frullato risulta più organico e originale di quanto mi aspettassi all’inizio.

 

Tutta la serie ruota attorno al racconto della rapina, al piano “perfetto” che col passare dello ore si sgretola e alle operazioni delle forze dell’ordine per tentare di sbattere al fresco i criminali senza far uccidere gli ostaggi.

Ogni tanto vedremo, in flashback, momenti illuminanti della preparazione del colpo e delle vite dei nostri protagonisti (i criminali) o ci addentreremo nella sfera privata dei tutori dell’ordine, molto più incasinati del dovuto.

Nota curiosa: non vi svelerò di più, ma c’è anche un po’ di Italia in quella che sembra essere una parte fondamentale del racconto e del “passato” dei personaggi. Qualcosa che si lega a una canzone piuttosto famosa

A voi il piacere di scoprirlo.

 

 

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Divide et Stream(a)

Come detto, la serie non è una “Originale Netflix”, ma ha tutta la cura e la qualità che un prodotto Netflix dimostra, sia sul versante tecnico che in quello artistico.

Un ottimo cast, con volti per noi praticamente sconosciuti ma perfetti, una scrittura efficace anche se un po’ di maniera (ci torniamo tra poco) e un ritmo senza sosta si uniscono a un comparto tecnico solido, dalle luci alle scenografie.

La serie è in realtà un mini-serie, trasmessa in Spagna dal canale Antena 3 alla fine del 2017, che conta 15 episodi totali della durata di 75 minuti circa ciascuno.

Netflix, acquistandone i diritti, ha deciso di rendere gli episodi “più Netflix” e bingewatchabili, tagliandoli praticamente a metà e dunque raddoppiando la durata della serie.

L’inghippo sta nella pensata “sagace” della grande N, che ha deciso di rendere disponibile una “prima stagione” composta da 13 episodi che coprono quindi all’incirca la prima metà dell’opera. Per il resto dovremo aspettare.

La seconda stagione non ha ancora una data di uscita, ci tocca attendere…

 

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È bello essere cattivo

Ovviamente il focus dell’opera è tutto sui rapinatori: li conosciamo sommariamente all’inizio e poi, pian piano, entriamo nelle loro vite e vediamo come agiscono (secondo i piani?) e soprattutto come reagiscono (di fronte agli imprevisti).

Proprio il primo episodio ci fa credere che la protagonista assoluta sia Tokio, interpretata da Ursula Corbero, mentre anche lei si rivelerà un “cavallo di troia” per portarci a conoscere gli altri protagonisti e di volta in volta sbirciare un po’ nelle loro vite.

 

 

Certo, c’è chi è protagonista assoluto (il Professore, il vero cervello dell’operazione), ce ne sono alcuni appena abbozzati ma riusciti (il gigante “buono” Helsinki), alcuni inesistenti (Oslo – tra l’altro nella vita l’attore è un pugile professionista), ma tutti prima o poi faranno la loro parte e si accattiveranno la nostra simpatia.

Il più riuscito, a mio modesto avviso, è colui che risulta più sgradevole: secondo la regola aurea che più grandi sono le contraddizioni accompagnate da “etica” e carisma, più riuscito è il personaggio, a spiccare è senza dubbio Berlino, interpretato da uno splendido Pedro Alonso.

 

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Elegantone cinico e saccente, dalla parlantina vellutata e al vetriolo, viene designato come capo dell’operazione sul campo dal Professore e dimostrerà in più occasioni la sua indole di sadico dittatore, risultando l’antipatico che viene contrastato, anche con la forza, dal resto del gruppo di rapinatori.

Ma è solo la punta dell’iceberg, e le circostanze di riveleranno un criminale dal fascino quasi irresistibile nonostante le malefatte e l’inclinazione alla violenza (di ogni genere).

 

 

 

Policia in stato confusionale

La nota dolente arriva quando si parla del trattamento riservato a quelli che in teoria dovrebbero essere i “buoni” della situazione.

La Polizia nazionale e i Servizi Segreti, benché siano ovviamente i co-protagonisti della serie, diventano gli insopportabili comprimari vittime dei classici cliché.

Sebbene la principale antagonista dei nostri rapinatori, l’ispettore Raquel Murillo, sia ben tratteggiata, vi anticipo che nove volte su dieci vi troverete ad alzare gli occhi al cielo chiedendovi come diavolo sia riuscita a fare carriera.

Per non parlare poi dell’intermittente e petulante Colonnello che le sta sempre addosso facendo il portavoce del Governo…

 

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I nostri “eroi”…

 

La vita personale della bella e tosta Rachel (attrice comunque molto affasciante: Itziar Ituño), sebbene motivata, pesa come un macigno nell’economia del racconto e spesso lo appesantisce; così come i prolungati battibecchi con il collega (friendzonato) Angel Rubio.

Non aspettatevi dunque una indagine ad alto tasso di adrenalina e “impersonale”, come altri prodotti a cui Netflix ci ha abituato (penso alle atmosfere di Manhunt o di Mindhunter); qui siamo esattamente su lidi opposti, molto più “telenovelisti”, se vogliamo.

Non fastidiosi, magari per noi italiani anche più congeniali, ma mi sembrava un dettaglio da evidenziare.

La cura con cui viene rappresentata l’operazione di Polizia in bilico tra negoziazione e intervento, ad esser buoni, è scarsa.

Non ho approfondito se gli autori si siano avvalsi di consulenti in merito, ma il risultato è quanto di più lontano da Law & Order si possa pensare.

Qui sta anche la parte divertente; non so quante volte mi sono ritrovato a gridare contro lo schermo

Ma siete deficienti! Ma come si fa!

la casa di cartacome ai bei vecchi tempi in cui me la prendevo con Zenigata quando cacciava Lupin; o i primi tempi in cui mi sballavo di thriller di ogni tipo in VHS.

Insomma, tenete conto che la scrittura della parte “crime” non è per nulla impeccabile ed è del tutto piegata alle esigente emotivo/sentimentali dei personaggi.

Detto questo, se si è disposti a passarci sopra e sopportare un po’ di superficialità e di già visto, non è un difetto che pesa troppo sul giudizio finale e sulla godibilità dello spettacolo. Anzi, può rappresentare una fonte di spasso.

 

 

Ostaggi del binge-watching

Se i rapinatori sono i veri protagonisti e la polizia è l’antagonista “buono” per eccellenza, c’è un altro vertice del triangolo drammatico: gli ostaggi.

Questi infatti, come da tradizione, rappresentano la vera e propria mina vagante del racconto e sono la cosa più interessante da osservare.

 

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Ogni persona reagisce diversamente alla cattività e alle costrizioni fisiche e psicologiche, e ne vedremo delle belle.

Anche qui avremo dei caratteri che assumeranno importanza, anche a fini narrativi, come l’insopportabile ma umanissimo Arturo (il direttore della Zecca), Monica (la sua segretaria e amante) e una delle studentesse in gita all’interno della struttura.

Però anche personaggi “meno tridimensionali” saranno capaci di strapparci un sorriso o una smorfia di angoscia. In questo gli autori sono stati particolarmente attenti e brillanti.

 

 

Conclusioni

la casa di cartaInsomma, a chi consigliare La Casa di Carta?

Se siete appassionati di tutti i film di rapina, di romanzi thriller di varia natura e levatura, se adorate i racconti ricchi di colpi di scena e cercate personaggi che nel loro piccolo vi faranno innamorare, arrabbiare, sbuffare e palpitare, siete probabilmente nel posto giusto.

Al netto di qualche ingenuità e lungaggine di troppo, la serie vanta un ritmo esemplare e una varietà di trovate davvero gustose per essere un prodotto ambientato in praticamente tre location.

Il consiglio è di vedere almeno i primi tre episodi per capire se la formula vi prende all’amo: a quel punto vi troverete già chiusi all’interno della Zecca spagnola o avrete già trovato una via di fuga.

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