Distopici, sporchi e cattivi: i migliori film post-Blade Runner

4 anni fa

11 minuti

Blade Runner non è stata la prima opera a immaginare un futuro distopico o mettere in scena androidi e dilemmi esistenziali. Ma, come Elvis che non ha inventato il rock ma lo ha portato dall’alto dei cieli in mezzo ai popoli, il film di Ridley Scott è stato il Messia della fantascienza sporca, problematica, retrofuturistica.

Si potrebbe dire che quasi ogni film di fantascienza uscito dopo il 1982 risenta dell’influenza di Blade Runner, ed essere smentiti sarebbe difficile.

Questo film ha portato nel mainstream tematiche come il dilemma sull’identità, il cambiamento climatico, il miscuglio di razze, le corporazioni che comandano il mondo, gli androidi umani troppo umani…

Tutto questo con uno stile “40 anni nel futuro, ma con il cuore 40 anni nel passato”

Chiunque abbia scritto o diretto un’opera sci-fi dopo il capolavoro di Ridley Scott ha sicuramente visto e digerito, e in qualche modo rielaborato, questa gemma del cinema contemporaneo.

 

blade runner

 

Adesso che arriva nelle sale Blade Runner 2049 diretto dal solido regista canadese Denis Villeneuve (Arrival) il momento è buono per ripercorrere un po’ la storia di un sottogenere della fantascienza che non ha smesso di ispirare artisti in tutto il mondo, in attesa dell’uscita del nuovo capitolo ufficiale.

 

 

Tralasciando (quasi) tutte le opere direttamente tratte dalle opere di Philip K. Dick, autore del romanzo che ha ispirato Blade Runner (anche se profondamente differente) come Minority Report, Impostor, I Guardiani del Destino, A Scanner Darkly, ci addentriamo nelle viscere delle opere che ne sono state influenzate, ne hanno sposato la visione e in parte i temi.

Dall’alto dell’attico della Tyrrell Corporation, dunque, andiamo a guardare in basso e scorgere quali film, arrivati dopo la pellicola di Scott, hanno tenuto alta la bandiera della fantascienza adulta, con tematiche e realizzazione probabilmente impensabili prima di questa pietra miliare.

 

 

 

 

Brazil

(Terry Gilliam, 1985)

Quando ero ragazzino per me Jonathan Pryce era praticamente il fratello sfigato di Harrison Ford.

Nel futuro distopico orchestrato dal Monty Python Gilliam (“Da qualche parte nel ventesimo secolo”) tutto è soffocato dalla burocrazia; ma anche il suo futuro è esattamente un salto nel passato – estetico soprattutto.

Non mancano degrado, classismo, architettura soffocante e tecnologia che dis-umanizza.

 

Sam Lowry è la controparte kafkiana di Rick Deckard: non può sottrarsi ai superiori e deve eseguire gli ordini, ma sogna l’evasione e cova un sentimento di rivoluzione.

 

 

Meraviglioso, cinico, esilarante, tetro: Brazil è un film di fantascienza che fugge ogni etichetta, coinvolge fino alle lacrime – dal riso e dal pianto – e segna un punto di non ritorno per la narrativa distopica e l’infinito rimando citazionista tra opere di varia natura.

 

 

 

Robocop

(Paul Verhoevhen, 1987)

Un futuro che potrebbe essere un perenne dopodomani e una Detroit ridotta peggio di uno dei vicoli della Los Angeles di Blade Runner.

La forma di vita artificiale qui non è un replicante costruito interamente in laboratorio, ma un essere nel quale la carne si fonde con l’acciaio e con i circuiti.

 

© Orion Pictures

 

Il buon poliziotto Alex Murphy è molto diverso dal cinico Deckard: è un sognatore in un mondo di disillusi, non vede l’impossibilità della lotta con il crimine dilagante, spalleggiato delle autorità conniventi.

Ne pagherà il prezzo, vittima innocente e designata, fatto letteralmente a pezzi da una gang di criminali.

Anche Murphy, ora resuscitato in Robocop, affronterà i demoni di un’identità divisa, un passato rimosso e un futuro da scrivere, magari più umano e meno macchina, come i replicanti.

 

 

Quel “Murphy” che pronuncia quasi col sorriso alla fine sembra l’unico raggio di sole in un film nero, violento, sadico, senza speranza.

Un film incredibile, che rivisto oggi disturba ancora, e forse di più, dell’epoca della sua uscita. Probabilmente irripetibile per sempre.

 

 

Akira

(Katsuhiro Otomo, 1988)

Blade Runner usciva nelle sale giapponesi il 3 luglio del 1982, e a dicembre dello stesso anno un giovane mangaka di nome Katsuhiro Otomo dava alle stampe il primo episodio di un’opera chiamata Akira.

Coincidenze?

Chissà, sta di fatto che l’estetica e l’atmosfera di Blade Runner si respirano a più riprese a Neo-Tokyo, più metropoli martoriata da bombe e teppismo che melting pot eternamente buio e piovoso.

 

 

Ma le somiglianze tra la società fortemente divisa e connotata, controllata da diverse forme di dipendenza, ci sono tutte.

L’universo di Akira era probabilmente già ben delineato nella mente di Otomo, Blade Runner ha forse confermato la bontà e la potenza di certe scelte estetiche.

Akira è forse meno spiccatamente “sci-fi” e più concentrato sulle reazioni umane di fronte a sconvolgimenti di varia natura, sia relazionali che genetici.

 

Quasi un capolavoro speculare all’opera di Scott, e non è un caso neppure che nasca prima come opera di carta e poi arrivi in animazione sul grande schermo, come con Dick.

 

 

I veri “figli della bomba”, figurata o reale che sia, sono loro, come fratelli.

 

 

Atto di Forza

(Paul Verhoevhen, 1990)

Avrei voluto lasciare fuori tutte le altre trasposizioni delle opere letterarie di Dick, ma faccio un’eccezione.

La Marte che mette in scena il regista olandese (ancora lui!) è una colonia allo sfascio, dove si sono ricreate le peggiori nefandezze terresti a livello di degrado urbano e di crimine. I mutanti sono solo dei poveracci sottoposti alla tirannia (anche qui) di una corporation miliardaria.

 

© TriStar Pictures

 

Ci vorrà il confuso operaio Doug Quaid (in realtà Carl Hauser) per ristabilire un migliore ordine delle cose, in uno dei film più genuinamente godibili del genere sci-fi d’azione.

La lotta del singolo contro una multinazionale senza scrupoli, l’identità in dubbio e la tecnologia come strumento di controllo/oppressione sono tra i principali temi di un’opera meno scontata di quel che sembra.

 

 

 

Ghost in The Shell

(Mamoru Oshii, 1995)

Anche qui, un manga che diventa film d’animazione e si trasforma nella quintessenza di un genere… il cyberpunk esistenzial-filosofico, oserei dire.

Un’opera talmente peculiare da non rassomigliare a nessun’altra e non essere mai più eguagliata (men che meno dal film live-action), ma che presenta molti punti di contatto con Blade Runner, soprattutto il contesto urbano e nell’impiego di tecnologie che sostituiscono/potenziano l’umano.

 

 

La protagonista Motoko Kusanagi non è altro che un simulacro, un cyborg che non ha più niente di umano se non uno “spirito” che poi è al centro di tutta l’opera.

Il limite della coscienza e le domande profonde dell’essere umano viene scandagliato in modi interessanti e inediti fino ad allora, senza rinunciare ad un senso dello spettacolo del regista giapponese che si traduce in almeno due sequenze da antologia entrate nell’immaginario dei cinefili.

 

 

 

Strange Days

(Kathryn Bigelow, 1995)

Che dire su questo film? È uno dei miei preferiti di sempre, quindi potrei risultare un po’ di parte, ma la sua importanza capitale nella fantascienza è quasi al pari di Blade Runner, anche se spesso viene ingiustamente dimenticato.

Anche qui siamo di fronte a un futuro che è molto “presente”, se non addirittura passato, e che regala al film nuovi significati che vanno oltre le intenzioni dei suoi creatori (il capodanno del 1999 mica mente!)

 

 

Kathryn dirige con mano ferma e grandissimo senso del ritmo, mentre la scrittura dell’allora marito James Cameron è come sempre inconfondibile: divisa tra spettacolo puro e critica sociale scagliata come un mattone dallo schermo verso gli spettatori.

L’incendiario rapper Jericho One è come un moderno replicante, un elemento di disturbo capitato in mezzo alla devastazione urbana e a un violento stato di polizia; una voce che grida nel deserto e reclama qualcosa che il mondo non vuole ammettere (o dare).

Nel frattempo la gente si sballa con lo squid, più che una droga, un vero e proprio sistema masturbatorio di (auto)compiacimento dei sensi e annegamento nei nostri/altrui stessi ricordi, col rischio di farsi fondere il cervello.

 

 

Alla fine la componente poliziesca e action è la meno riuscita – con un finale lieto appiccicato con lo sputo che pare più uno sberleffo ai “classici” che qualcosa di realmente voluto.

Come nella prima versione di Blade Runner, dopotutto.

 

 

Nirvana

(Gabriele Salvatores, 1997)

Basterebbe “l’agglomerato del Nord” ricostruito interamente negli stabilimenti abbandonati della Alfa Romeo di Milano (quartiere Portello quando era davvero post-atomico) a far scattare gli applausi per il coraggio di Salvatores.

Invece c’è pure una storia condotta in modo interessante che vede un programmatore di successo ma stanco della propria vita diventare il paladino di un “programma” che ha preso coscienza di sé.

 

Il personaggio di un videogioco è qui il nostro replicante: una volta compreso di essere artificiale, prega il suo creatore di avere pietà di lui.

Non vuole vita, invoca quantomeno una morte (definitiva, non reiterata dal gameplay) con dignità: il raggiungimento del Nirvana, appunto.

Esperimento unico e mai più ripetuto, l’unico vero grande film di fantascienza mai prodotto in Italia.

Che sia un bene o meno non lo so, sta di fatto che solo Salvatores ci ha provato e ne è uscito tutto sommato vivo e in buone condizioni.

Rivedendolo oggi sembra un taglia e incolla di Blade Runner e di decine di altri riferimenti estitico/narrativi del cyberpunk mondiale, ma non gliene va fatta una colpa.

 

 

Riesce a rielaborare tutto senza risultare pleonastico e a suo modo diverte e fa riflettere.

 

 

 

Dark City

(Alex Proyas, 1998)

La cosa più pazzesca è che colui che ha diretto questo piccolo gioiello oscuro e misconosciuto sia la stessa persona che qualche anno fa ha firmato Gods of Egypt.

Dark City è un film piccolo e disturbante, noir a cavallo tra l’espressionismo, la fantascienza e l’horror.

 

Una pellicola imprevedibile, ipnotica, anche un po’ sovraccarica, ma capace di deliziare i palati malati di atmosfere potenti.

 

L’identità, la memoria, la città con i suoi pericoli e i suoi aspetti disumani, l’estetica retrò che si sgretola, un mistero da scoprire.

Forse non è il più “bladerunneriano” tra i film citati (se non in alcune scenografie), ma sicuramente l’unico che si è avvicinato a creare un immaginario originale e forte quanto il film di Scott.

Purtroppo il finale confusionario e un po’ scontato e soprattutto il flop all’uscita – anche per la difficoltà di trovare un pubblico di riferimento assoluto – gli hanno spezzato le gambe.

 

 

Soldier

(Paul W.S. Anderson, 1998)

“Che diavolo di film è Soldier?” dirà qualcuno.

Ebbene, è l’unico tra i titoli di questo articolo non soltanto ad essere stato scritto dalla penna dello sceneggiatore di Blade Runner, David Webb Peoples, ma ad essere effettivamente un’opera ambientata nello stesso universo narrativo, circa 20 anni dopo.

 

 

Il problema è che è una cagata di livello molto superiore a quelle divertenti a cui ci ha abituato il regista di Resident Evil e Death Race.

Per carità, si lascia vedere, ma da una pellicola dove si capisce cosa siano i leggendari Bastioni di Orione e le Porte di Tannäuser magari chiederesti una qualità almeno di poco sotto al suo fratello maggiore.

Invece siamo in una discarica. Letteralmente.

Dove si vede pure il relitto di uno spinner (l’auto volante che guida Deckard, per intenderci).

 

 

Sempliciotto, schematico, con effetti speciali di serie B, la profondità di un Kinder cereali.

Da vedere solo per curiosità: ci sono modi peggiori per sprecare tempo, ma anche un milione di migliori.

Ciò detto, per placare la nostra fame di grande fantascienza di derivazione “baderunneriana” non resta che… il nuovo Blade Runner 2049.

Appuntamento in sala dal 5 ottobre, e non spargete troppe lacrime di emozione nella pioggia!

 

 

 

 

Siete umani o replicanti?

Dal 29 settembre al 1° ottobre 2017, alla Fiera di Milano Rho, si svolgerà la Milan Games Week e Movieplayer.it sarà presente alla fiera milanese dedicata ai videogiochi con iniziative e appuntamenti dedicati ai fan.

Tra le attività in programma ci sarà ad esempio la possibilità, in occasione dell’arrivo nei cinema di Blade Runner 2049 nelle sale il 5 ottobre, di scoprire se la vostra natura è quella di esseri umani o di replicanti. Per farlo servirà solo presentarsi al padiglione 08, stand C60D con la seguente immagine riportante il codice a barre.

 

 

Una volta completato il test, gli “umani” potranno portarsi a casa un esclusivo origami in metallo, mentre i “replicanti” il poster del film.

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