Cercherò di parlare del film di Daniel Ragussis, parte del catalogo Netflix da febbraio, ma temo che il discorso verterà su un altro Daniel. Un Radcliffe rapato, chiamato ancora una volta a scrollarsi Harry Potter di dosso, riesce nell’impresa con una recitazione da veterano.

Nazisti in America che complottano militarmente. Ci ha provato di recente Kevin Smith con l’inspiegabile passo indietro Yoga Hosers, dopo che il buon Tusk (primo della trilogia True North) mi aveva fatto pensare alla possibilità di un cinema grottesco di qualità, dove l’horror viene domato, distillato col contagocce e accettato da ogni figurante come nel mitridatismo (l’immunità ai veleni raggiunta in piccole dosi non letali).

 

 

Radcliffe, da infiltrato in una rete di neonazisti deve assumerne i deliri un pò alla volta, assicurandosi un antidoto alle relazioni umane: la fiducia.

Anche Nate Foster (Radcliffe), da infiltrato dell’FBI in una rete di neonazisti, per entrare nella parte deve assumerne i deliri un pò alla volta, studiarne i testi e farli suoi a menadito, assicurandosi un noto antidoto nelle/alle relazioni umane: la fiducia.

E se in Yoga Hosers i neonazisti erano salsiccette in uniforme con tanto di elmetto a punta tritacarne (funzionale), in Imperium si tratta di una ciurma mal assortita, dove diversi livelli di malessere ignorante determinano la differenza tra attaccabrighe e terrorista, di certo riproduzioni ma anche interpretazioni di una stessa svastica, talvolta indossata, appesa, altre tatuata, o ancora in fiamme per celebrare un matrimonio notturno.

Lo stesso negazionismo, sfiorato appena, ribadisce la volontà neonazistica di passare per impeto culturale e svago massmediatico, nell’ambito di un progetto a prossimo termine in cui il Nordamerica diverrebbe un’arca ariana andando ad ospitare solo la cosiddetta razza degna. Sia chiaro:

il più affabile e dalla tempra più morbida di questa marmaglia, quello con cui Radcliffe trova maggior agio e spazio di manovra nella sua cover action, non va oltre la squallida eugenetica del DiCaprio di Django.

 

Per quanto Angela Zampino (Toni Collette), la mentore di Nate, lo inviti a umanizzare ciò che lo circonda per risultare meglio credibile, l’agente non ha che da adattarsi alle situazioni, usare con parsimonia le nozioni apprese e alzare la voce se non proprio sbraitare quando è necessario giustificare la propria posizione messa in dubbio dagli eventi.

Emblematico come le vie d’uscita scovate quando è alle strette corrispondano a formule antisemitiche efficacemente compiute.

Emblematico come le vie d’uscita scovate quando è alle strette corrispondano a formule antisemitiche e intolleranti efficacemente compiute e stratificate.

In aggiunta, una scelta di sceneggiatura non strettamente necessaria seppur coraggiosa, è il fantasma di una possibile conversione che aleggia durante la visione; una guarigione dall’ideologia insomma, e un ritorno dei mostri che ha plasmato allo status precedente di creature duttili: come i figli del nazista affabile, già istruiti in tenera età a una xenofobia molto più esplicita del folclore internazionale intorno al boogeyman.

 

L’agente è pronto a distogliersi dalla missione primaria, mettendola quasi a repentaglio, pur di acciuffare quel fantasma, sovrapporlo a un giovane aspirante fanatico e tentarne il salvataggio,

che sia dal sangue, dalla supremodiozia bianca o dal sole nero che si contorce in un filo spinato e distorce una delle etimo essenziali della svastika originaria induista: ben-essere (Wikipedia).

Alla Collette spetta il compito di avviare l’improbabile Nate (il tipico impiegato beffeggiato dai colleghi) all’impresa della carriera, di lanciarlo nel nido di serpi come carne da macello (alla Silente), di credere ciecamente in lui (alla Silente), di spronarlo all’azione mediante una versione placebo della maledizione senza perdono firmata J. K. Rowling (Imperium), di raccoglierne i progressi in un parcheggio a notte inoltrata come vogliono i classici polizieschi, e infine di pronunciare la frase più interessante e controversa che vi spoilero senza troppo indugio:

Quando si viene al dunque, c’è solo un ingrediente essenziale per il fascismo: il vittimismo.