Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Verità sacrosanta che riguarda tutti gli ambiti, dalla musica alla letteratura, dalla politica al cinema. Le donne, muse di grandi uomini, sono da sempre state una componente fondamentale in qualsiasi ideale in senso rappresentativo di un’opera, sia che essa sia pittorica, musicale o cinematografica. Cosa sarebbe un regista senza la sua musa?

Una delle leggende mitologiche vuole che Zeus, Dio dell’Olimpo, si unì per nove notti di seguito a Mnemosine, figlia di Urano e di Gaia, la quale diede alla luce, nove mesi dopo, nove figlie.

Calliope, Erato, Clio, Euterpe, Melpomene, Polimnia, Talia, Tersicore e Urania, ovvero le Muse, protettrici e massima espressione dell’arte, in primis la musica, considerata all’epoca la forma d’arte più eccelsa. Solo successivamente venne  loro attribuita la protezione e rappresentazione di ogni forma di pensiero che gli uomini esprimevano.

Esse erano protette da Apollo in persona, il quale ne dirigeva anche i canti, e chiunque avesse tanto fegato di sfidarle era destinato a una sorte nefasta.

 

Muse

 

Le Muse, essendo delle divinità, erano talmente pure e perfette da superare il concetto di corpo, diventando unicamente massima espressione di femminilità.

Quante volte ci è capitato di vedere un’attrice e pensare che se la femminilità, nella sua essenza più pura e vera, avesse un volto, una rappresentazione, sarebbe sicuramente raffigurata in quella data attrice?

Io credo che la massima espressione di sensualità femminile sia Eva Green.

Per esempio, io credo che la massima espressione di sensualità femminile sia Eva Green (#turbofiga), sia per il suo aspetto etereo e al tempo stesso selvaggio, ma anche per le sue incredibili doti d’attrice (e insomma, diciamolo pure che ha forme generose nel posto giusto).

 

Muse

 

Ogni regista ha un proprio codice estetico, il quale nasce fin dalla creazione del proprio film, vero e proprio figlio, che poi coinvolge qualsiasi sua parte, sia tecnica che artistica. L’attore feticcio, o musa, è in questo caso l’elemento più importante del film, perché rappresentazione carnale di quell’ideale estetico che si intende portare avanti con tale storia.

L’intimista Noah Baumbach torna al cinema con Mistress America.

L’intimista Noah Baumbach torna al cinema con Mistress America, commedia frizzante e intelligente, incentrata sul cambiamento delle giovani donne d’oggi, che un po’ ricalca le note del brillante Frances Ha (2012) e riscatta il prevedibile e ultimo lavoro Giovani si diventa (While We’re Young, 2014).

 

 

Ancora una volta, a illuminare una pellicola di Baumbach con il suo sorriso smagliante e il suo sguardo da cerbiatto c’è Greta Gerwing, meravigliosa attrice, sceneggiatrice e regista statunitense, nonché compagna del regista.

La Gerwing ci aveva già incantato, e a quanto pare anche Baumbach, nel particolare e sensibile Frances Ha, film di formazione sulla spiantata Frances, perennemente in bilico tra sogno e realtà.

Una fotografia in bianco e nero di New York che in Mistress America assume i caratteri più decisi della frenetica vita nella grande metropoli.

 

Mistress America parte da Tracy (Lola Kirke) giovane matricola al college che si trova a fare i conti con le prime delusioni, sia in ambito accademico che in ambito sentimentale. Sotto suggerimento della madre, Tracy entra in contatto con la sorellastra Brooke (GretaGerwing), trentenne dinamica, perennemente divisa tra amici, musica e il sogno di aprire un ristorante. Tracy troverà in Brooke la forza, l’ispirazione e il coraggio che fino a quel momento gli era mancato.

 

Muse

 

Noah Baumbach sceglie nuovamente la Gerwing per raccontare un mondo, stavolta non più quello di incertezze, maturazione e speranze della tenera Frances Halladay, ma quello dell’affinità femminile, della sicurezza e del coraggio di affrontare tutte le imprevedibili strade che la vita ci mette di fronte.

Baumbach vuole dare il senso dello scorrere del tempo.

Soprattutto con il personaggio di Brooke, Baumbach vuole dare il senso dello scorrere del tempo ma senza mai arrendersi alla sua irreversibile andata avanti, ma vivere comunque attimo per attimo con lo stesso desiderio, ambizione e voglia di successo.

Mistress America è una commedia scatenata, esattamente come lo è la sua protagonista, non è un caso che Baumbach abbia scelto proprio Greta Gerwing, del resto, come si diceva prima, ogni film, figlio del proprio creatore, ha una propria mission da mandare avanti, spesso rappresentata proprio da un personaggio.

In questo caso la Gerwing si conferma comunque simbolo di naturalezza e spontaneità, aggettivi che hanno in comune sia la raffinata Brooke di Mistress America che l’instabile Frances di Frances Ha.

Una musa è da sempre icona, non solo per il regista, anche per il suo stile, che va dal make up all’attitudine, fino a diventare un vero e proprio modello di ispirazione, oltre che un’ideale di raffigurazione per un determinato tipo di stile, firma del regista.

 

Muse

 

Esattamente come i novelli Baumbach-Gerwing, la storia del cinema è ricca di coppie artistiche, soprattutto professionali, divenute iconiche nell’immaginario collettivo.

Ogni regista ha il proprio ideale, il proprio stile e lo rappresenta in una data donna o, meglio, in un dato modello di femminilità; infondo, come disse François Truffaut:

Il cinema è l’arte di far fare delle belle cose a delle belle donne.

E se lo ha detto un cineasta che non solo ammise di essersi innamorato di tutti i suoi personaggi femminili, ma che nel 1977 fece un film chiamato L’uomo che amava le donne – chiaramente autobiografico – possiamo anche fidarci.

Ma facciamo quattro salti nella storia del cinema e tra quelli che sono stati i registi più  importanti.

Alfred Hitchcock adorava le donne bionde, longilinee e sofisticate.

Il grande maestro della suspense Alfred Hitchcock adorava le donne bionde, longilinee e sofisticate. Non a caso una delle attrici celebri del maestro era proprio una principessa, ovvero l’eterea Grace Kelly.

Grace Kelly, elegante in ogni sua movenza e dallo sguardo un po’ furbetto, interpretò tre film per Hitchcock: Il delitto perfetto (Dial M For Murder, 1954), La finestra sul cortine (Rear Window, 1954) e Caccia al ladro (To Catch a Thief, 1955).

 

Muse

 

Altro “amore” di Hitchcock, il quale sapeva abilmente plasmare ogni attore al suo volere a favore dell’idea con la quale era nato quel personaggio e quel film, fu la svedese Ingrid Bergman, successivamente musa e moglie di uno dei rappresentati più di spicco del neorealismo italiano, Roberto Rossellini.

La regale Bergman recitò per Hitchcock nei film Io ti salverò (Spellbound, 1945), Notorious – L’amante perduta (1946) e Il peccato di lady Considine (Under Capricorn, 1949).

Diretta da Rossellini, dalla quale ebbe anche una figlia, la celebre e – ai bei tempi andati – la bellissima Isabella Rossellini, recitò in Stromboli (1950), Europa ’51 (1952), Viaggio in Italia (1953), Siamo Donne (1954), La paura (1954) e Giovanna D’arco al rogo (1954).

 

Muse

 

Restando ancora un po’ nel nostro bel Paese, non possiamo fare a meno di citare Federico Fellini. Il regista romano de La Dolce Vita, scelse per sette delle sue pellicole la bravissima Giulietta Masina. La Masina ha recitato in alcune delle pellicole più significative di Fellini come il più neorealista La Strada (1954) e Le Notti di Cabiria (1957), valso all’attrice un Prix d’interprétation féminine al Festival di Cannes.

Nel cinema, quando si parla di regista e musa, indubbiamente è impossibile fare a meno di pensare a Woody Allen e il suo grande amore per le donne.

Potremmo definire Allen, e il suo rapporto con le donne,  quasi come la versione americana di Truffaut.

Per Woody Allen di muse ce ne sono state parecchie, spesso cambiate in relazione alla propria vita personale o al suo percorso artistico. Indubbiamente tra le prescelte più belle e brave un posto d’onore lo occupa Diane Keaton, ex moglie del regista e protagonista di alcune delle pellicole simbolo come Io e Annie (1977) o Manhattan (1979).

 

Muse

 

La musa/attrice per Allen rappresenta il suo rapporto difficoltoso con il gentil sesso.

La musa/attrice per Allen rappresenta il suo rapporto difficoltoso con il gentil sesso. Infatti, in gran parte dei suoi film, i suoi personaggi hanno sempre problemi di crisi e identità nel relazionarsi con le loro rispettive controparti femminili. Potremmo quasi dire che la miglior terapia di coppia che Allen abbia fatto con la Keaton è stato proprio il cinema.

Non dimentichiamo però l’elegante e sofistica Mia Farrow, anch’essa moglie del regista tra il 1980 e il 1992. Ben tredici sono i film girati dall’attrice con il regista marito, tra cui ricordiamo La rosa purpurea del Cairo (1985), meraviglioso capolavoro di metacinema, e Hannah e le sue sorelle (1986).

Tra le più giovani muse di Allen troviamo la sensuale Scarlett Johansson, protagonista di tre delle opere che compongono il periodo europeo del regista, quali Match Point (2005), Scoop (2006), Vicky Cristina Barcelona (2008), e la rossa sbarazzina Emma Stone, protagonista delle ultime due fatiche del regista, Magic in the Moonlight (2014) e Irrational Man (2015).

 

Muse

 

La coppia Quentin Tarantino Uma Thurman è tra le relazioni professionali del cinema più chiacchierate, sebbene non particolarmente lunga. I rumors di qualche anno fa, affermavano addirittura che tra i due potesse esserci del tenero, ma purtroppo nessuna di queste voci ha ancora avuto un lieto fine.

Tarantino ha sicuramente dato una spinta molto importante a Uma Thurman.

Tarantino ha sicuramente dato una spinta molto importante a questa talentuosa, nonché meravigliosa, attrice, facendola diventare un’icona del suo cinema e del cinema pulp proprio con Pulp Fiction (1994), dedicandole poi la saga di Kill Bill (2003-2004).

 

Muse

 

Attualmente entrambi sono single, chissà se prima o poi il nostro caro Tarantino non decida nuovamente di scrivere un ruolo per la brava Uma e farci tornare a sognare, esattamente come fece l’intramontabile bob nero di Mia Wallace.

E continuando sulla scia di lavoro e vita privata, direi che è proprio il caso di citare una delle coppie più famose e freak della scena cinematografica: Tim Burton ed Helena Bonham-Carter.

La relazione lavorativa, e anche quella intima, tra Carter e Burton inizia nel 2001.

La relazione lavorativa, e anche quella intima, tra Carter e Burton inizia nel 2001 con uno dei non più fortunatissimi film del regista visionario, Il Pianeta delle Scimmie. Fortunatamente, solo due anni dopo, il regista mette a segno una delle sue opere più profonde e simboliche, dove vede nuovamente la Carter far parte del cast, Big Fish.

Da questo momento in poi il rapporto lavorativo tra i due si fa sempre più consolidato, in particolar modo con Charlie e la Fabbrica di cioccolato (2005). Burton – Carter – Depp sembra essere un marchio di fabbrica, anche se, purtroppo, non sempre di qualità.

 

Muse

 

Dark Shadow (2012) è l’ultimo film in cui Helena Bonham-Carter compare, a ridosso della fine della loro stessa relazione. La pellicola, però, sembra aver dato inizio a un nuovo sodalizio professionale e molto accattivante, cioè quello con la conturbante Eva Green, la quale sarà protagonista dell’ultimo film La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, in un’uscita questo settembre.

Isabella Rossellini e David Lynch sono stati un’altra coppia di amanti e lavoratori. Un rapporto consumato tra le tinte noir e futuristiche di uno dei geni più apprezzati della scena artistica contemporanea.

Chi non ama la figura snella, avvolta nel blu, dalla pelle pallida e le labbra rosse, della Rossellini mentre incanta tutti in musica nel film Velluto Blu (1986)? Ritengo che resistere sia davvero impossibile.

 

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L’attrice, come già detto prima, è la figlia di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Nel 1990 ritorna in un film dell’ex compagno, questa volta in tinte nettamente meno dark e più fantastiche, Cuore Selvaggio.

Sulla scia dei registi visionari, citazione dovuta è quella per Lars Von Trier e l’attrice francese-inglese Charlotte Gainsbourg.

Sulla scia dei registi visionari, citazione dovuta è quella per Lars Von Trier e l’attrice francese-inglese Charlotte Gainsbourg, protagonista del tanto chiacchierato, censurato, osannato e detestato Nymphomaniac (2013).

Pare che la folgorazione per il regista danese sia avvenuta nel 2009 con un’altra pellicola non propriamente facile da digerire, Antichrist.

Von Trier è rimasto talmente tanto compiaciuto dal lavoro dell’attrice, che non ha potuto fare a meno di chiamarla nel suo seguente film, Melancholia (2011) e, successivamente, nel già citato Nymphomaniac.

 

Muse

 

Momentaneamente il regista è a lavoro su un nuovo lungometraggio previsto per il 2017, ma ancora non si sa se la Gainsbourg farà parte del progetto o meno.

Questi sono solo alcuni degli esempi che possiamo trovare nel vasto mondo del cinema, ma sicuramente tra i più rappresentativi.

A modo loro, tutte queste donne, sono state incredibile fonte di ispirazione. Non solo muse e iconiche rappresentazione di bellezza e simbolismo per il loro “maestro”, ma anche per lo spettatore, in quale non può fare a meno, con determinati titoli, di associare un film in base alla sua protagonista.

E vedremo un po’ come in Mistress America, in uscita il 14 Aprile, Noah Baumbach avrà trattato la sua bella musa Greta.