Cercando di dimenticare Crimson Peak

5 anni fa

8 minuti

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Gli anni 2000 sono stati per il cinema internazionale un enorme scrigno dei desideri per i nostalgici di qualsiasi genere letterario e cinematografico. Abbiamo avuto remake, reboot e rivisitazioni di praticamente qualsiasi argomento, soprattutto per quanto riguarda l’emozione legata al dolce ricordo degli anni ’80 e ’90.

Il cinema horror, farcito e supportato da produzioni più ingorde, atte (quasi) a sdoganare il particolare tema del sangue e della morte, è spesso in primo piano e ha ispirato intenzioni da blockbuster, dove una volta si muovevano pochi, pochissimi registi.

La rivisitazione di un tema classico è tuttavia un’arma a doppio taglio; molte teste son rotolate nell’intento, poichè rinnovare il classico è materia per pochi eletti e il megafail è sempre dietro l’angolo. Soprattutto quando non hai idea di quello che vuoi comunicare.

Crimson Peak raccoglie tutti gli errori da non commettere in un film di fantasmi.

 

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Spoiler Alert!
Uno dei filoni horror più classici è la storia di fantasmi.

Uno dei filoni horror più classici, sia per la letteratura che per il cinema, è la storia di fantasmi. Ne abbiamo sicuramente avuto un abbondante assaggio nelle recenti serie tv, nonchè in tutti quei perdibilissimi film alla James Wan. Il classico viene rivisitato in tutti i settori dell’intrattenimento, ma anche della moda, del teatro, dell’arte di generale. Perchè effettivamente il tema sedimentato parte già con una marcia in più, con il suo background, con la sua nicchia fissa di pubblico e con un’abbondante dose, per l’appunto di nostalgia.

Guillermo del Toro e Matthew Robbins ne sanno qualcosa. La loro chiara intenzione era quella di mettere in atto una rielaborazione del filone gotico in chiave horror. Il mistero, la casa stregata, i fantasmi, i personaggi vittoriani fascinosi e pieni di mistero: il pacchetto è completo. Una sceneggiatura scritta a quattro mani già nel 2006, ma accantonata per permettere a del Toro di dedicarsi a Hellboy II e alla trilogia de Lo Hobbit. In ogni caso un film voluto, sentito e, malgrado questo, completamente vuoto.

Ma andiamo per gradi.

La sinossi del film è molto semplice: la dolce borghesuccia si innamora del misterioso baronetto d’altre terre, e quando vanno a vivere assieme succede un casino e la gente muorono.

 

 

Tempistiche sbagliate

I tre atti del film sono abbastanza chiari, ma già qui sorge il primo pesantissimo problema strutturale.

La prima parte, la presentazione dei personaggi e il fattore che scatena il resto della trama, durano un’infinità.

Seguiamo la vita della dolce Edith, le sue noiosissime intenzioni letterarie, la sua passione indotta per le storie di fantasmi, la vita frivola che non le appartiene e finalmente l’incontro col baronetto che ci conduce, volenti o nolenti in un tira e molla di balli a corte e carinerie vittoriane, contesse che si portano la mano alle perle, sorelle ingelosite e genitori che non approvano l’ammmore dei due.

 

Crimson Peak

 

Che è un po’ come prendere a schiaffi un libro di Jane Austen. La lunga introduzione non ci aiuta dunque a focalizzare il tema centrale della storia: si parla di fantasmi? È una storia d’amore? È una storia di donne sceme? È un racconto horror? È un contenitore di intenzioni, un mash-up alla Tarantino, stile chi più ne ha più ne metta?

Dopo quasi un’ora di film, a parte il timido sussurro di qualche mistero dietro l’angolo, la brodaglia gocciolata sullo schermo ha l’effetto di un soporifero riadattamento di Beautiful in chiave gotica. E già ti sei giocato mezzo target, così, senza pensarci due volte. Il primo jump scare dovrebbe in qualche modo dare il la, far capire al pubblico cosa aspettarsi dalla trama.

E invece solo confusione di temi, troppe idee, o forse troppo poche, gettate in mezzo alla sceneggiatura.

 

 

Case a caso

Perchè se poi ci vogliamo rifare al cinema delle case, nemmeno qui troviamo terreno fertile. La gigantesca, spaventosa e straordinaria villa compare ormai a metà film:

Ah già, e comunque c’era anche una casa fichissima per la quale abbiamo speso millemila soldi, quasi me la stavo dimenticando. Eccola.

 

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La protagonista non è di certo la villa.

Quindi no, la protagonista non è di certo la villa, non è un The Haunting, lasciamo perdere pure questo input, questo classico. Ma va bene così, vediamo dove vuole andare a parare dopo averci frantumato la pazienza per metà del film e presentandoci senza alcuna grazia l’imponente scenografia principale. C’è da dire che la visione è celestiale, ma questo lo sapevamo già, gli scenografi, il direttore della fotografia e i costumisti di Guillermo hanno sempre avuto una marcia in più.

Le sue visioni sono estremamente appaganti, furiose nei dettagli, dai colori vivi e vibranti, ricche di contrasti e magia. E questo tuttavia non esime la crew dal doversi comunque impegnare a livello di sceneggiatura e verosimiglianza. Il comportamento dei personaggi è folle, la presentazione della villa è folle.

Edith diventa improvvisamente un’oca rimbambita una volta arrivata a Crimson Peak

Edith, dopo aver snobbato le pucciosità dell’amore perchè lei è troppo una donna impegnata e intellettuale, diventa improvvisamente un’oca rimbambita una volta arrivata a Crimson Peak, un casino felice per essersi accasata con un signorino profondamente ambiguo che vive in un posto dimenticato da dio, in mezzo alla fanga rossa e con un buco grosso come l’ego di George Lucas sul soffitto.

Non sembra provare dubbi o rimpianti sull’essersi sposata un poraccio che “colleziona muffa e spore” e che vive con la sorella gnocca/creepy che venera la madre nazista. La casa si palesa subito per quella che è, stregata. O meglio, pregna di droghe pesanti.

 

 

Colpo di scema

Edith saltella qui e lì come la peggiore delle sceme, accompagnandoci con lei, molto frettosolamente, nella scoperta delle stanze della villa.

Finalmente a singhiozzi cominciamo a percepire e vedere palesemente entità oscure e misteriose, mentre la fanciulla non sembra filarsele quasi per niente, impegnata invece nella più stupida caccia al tesoro della storia.

 

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Raccoglie indizi, gira per la casa in assoluta libertà, scopre tutti i misteri della famiglia in quindici secondi, finchè finalmente riusciamo ad arrivare all’incredibile terzo atto, la risoluzione di questa lunga agonia senza struttura qual è Crimson Peak. A questo punto lo spettatore pende tutto da una parte, chiedendosi per quale mirabolante motivo gli sceneggiatori abbiano dato ampio respiro al primo atto piuttosto che al secondo.

E qui si palesa la totale confusione di intenzioni di del Toro. Già nel film viene esplicitata la giustificazione paraculo: “non è un film di fantasmi, è una storia con anche dei fantasmi”; la protagonista lo sottolinea più volte, e a me dà tanto l’impressione del ritocchino al Photoshop in post-produzione.

Anche perchè, nella pratica, nello svolgimento delle azioni, i fantasmi sono assolutamente superflui, come lo è anche il libro che ha scritto Edith, che invece sembra meritarsi tutto quel preambolo inconcludente. Le creature oscure sono un contorno, è davvero una storia con dei fantasmi, ma sarebbe come dire che Star Wars è una storia con anche dei pantaloni.

Il problema non è solo di sceneggiatura e di verosimiglianza, ma proprio di creatività a livello di narrazione.

L’iter dei personaggi, rifacendosi quindi al racconto classico, è completamente sbagliato. Nessuno fa la fine che dovrebbe fare, il terzo atto si impone sui personaggi snaturandoli e distorcendo la risoluzione del plot; il finale ha un sapore stantio, malfatto, perchè la rivisitazione del genere horror-vintage (ma anche solo la buona scrittura) impongono dogmi che non puoi cambiare così radicalmente, addolcendo la pillola, spappolando la struttura narrativa.

È quindi normale che, dopo tutta sta fiera della confusione, anche gli attori ne escano malissimo. Sicuramente si sono impegnati, ma non li ricorderemo di certo per Crimson Peak. Partendo dal baronetto, Tom Hiddleston, fisicamente sempre in forma e sempre un bel vedere, eppure qui un po’ cane pure lui. Una seconda scelta pare, dopo Benedict Cumberbatch. 

crimson-peak-posterMia Wasikowska, intrappolata nella parte della vittoriana-inside / giovane gnocca generica da salvare, che ricordo con disprezzo per colpa di Alice; ma pure la psicotica Lucille, Jessica Chastain, chiamata affettuosamente turbocagna™ per i suoi trascorsi cinematografici di basso spessore (in Zero Dark Thirty è oscena, ma è anche colpa di quel film dimenticato da dio). Insomma, una parola buona per tutti.

Non ultimo Guillermo del Toro, che ormai ho cancellato dalla lista dei registi da tenere sott’occhio, diventato subito “regista a cui è successo qualcosa di scemo ad un certo punto della sua carriera professionale”. Già Pacific Rim mi aveva lasciato un puzzolente WTF in bocca, per lo stesso motivo, tra l’altro. Ovvero una scrittura storpia e inverosimile, con giustificazioni oscene per mostri e robottoni che il pubblico non avrebbe mai richiesto. Codici a barre, alieni clonati e incinti, lo smog che fa gola, l’ideona di creare dei muri altissimi o, per l’appunto, usare dei robottoni giganti e costosi per avere metà dell’effetto che avresti producendo più armamenti. Davvero, non ci serviva, volevamo solo vedere i pew pew.

C’è da dire che con un budget di 55 milioni di dollari e un fatturato che per ora è di 62 milioni lordi, almeno è già andato in pari. Lo salva l’atmosfera, lo salva la scenografia, lo salva la storia d’amore. Chi invece ama le trame costruite bene, vorrebbe i soldi indietro. Tipo me.

A volte la semplicità è la soluzione migliore, creare una trama pulita, senza troppi barocchismi, per poi lasciarsi andare ai dialoghi, alla recitazione, a tutte quelle deliziose allegorie visive di cui è capace.

Avere un tema chiaro, da presentare al pubblico, qualcosa che intrattenga senza appesantire, una storia di fantasmi in grado di spaventare e renderti curioso, goloso, appagato. E invece no, e invece Crimson Peak.

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