The Green Inferno, l’olocausto dei mass media

6 anni fa

7 minuti

TGI

Eli Roth torna al cinema nei panni di regista dopo Hostel: Parte II (e una serie di lavori, ad esempio Clown, The Last Exorcism e la tv serie targata Netflix Hemlock Grove, che lo hanno visto impegnato sia come sceneggiatore che come produttore) con una pellicola che celebra uno dei generi horror per eccellenza degli anni settanta/ottanta. Sto parlando di The Green Inferno.

The Green Inferno oltre a riprendere il genere “Cannibal”, lo reinventa dandogli una sfumatura piuttosto seriosa nella tematica principale che affronta.

Se si è visto anche solo uno dei celebri lavori di Roth, da Cabin Fever a Hostel, si sa già cosa aspettarsi dai successivi novanta minuti. Eppure, sebbene lo splatter sia uno dei protagonisti indiscussi di The Green Inferno, rivolgendosi quindi ad un pubblico amante dello stile, Eli Roth preferisce mantenere una vena insolitamente soft a favore di un “messaggio” politico-sociale in chiave ironica.

 

The Green Inferno, USA 2013, 103 min.
Regia: Eli Roth
Sceneggiatura: Eli Roth, Guillermo Amoedo
Con: Lorenza Izzo, Ariel Levy, Kirby Bliss Blanton, Sky Ferreira, Magda Apanowicz, Eli Roth.
Prodotto: Worldview Entertainment, Dragonfly Entertainment, Sobras.com Producciones
Distribuito: Koch Media, Midnight Factory
Nelle sale italiane dal 24 Settembre

The-Green-Inferno-by-Dan-Mumford

Illustrazione di Dan Mumford

 

The Green Inferno è la storia di un gruppo di giovani attivisti americani che parte alla volta di una spedizione a nome della “salvezza” di una parte della Foresta Amazzonica, vittima dei grandi capitalisti. La spedizione viene capeggiata da Alejandro (Ariel Levy), carismatico e affabulatore leader attivista, il quale convince il suo gruppo di prodi, e sciocchi, seguaci non solo di partire alla volta del Cile ma anche ad affrontare i “capi cantiere” armati fino ai denti, incatenandosi agli alberi per filmare col cellulare e poter bloccare le ruspe. Tutto ciò andrà in diretta mondiale sui social, per poter scatenare una vera e propria reazione sociale su larga scala. A vantaggio delle “nobili” motivazioni di Alejandro, in realtà mosse da un subdolo guadagno a carico di un secondo gruppo di capitalisti che ha mire espansionistiche in quella zona, è la bella e innocente Justine (Lorenza Izzo), figlia di un alto funzionario delle Nazioni Unite, che verrà usata come vera “arma” per fermare le ruspe. Ciò che in realtà Alejandro, Justine e gli altri “ben intenzionati” non sanno, è che gli unici ad aver bisogno di vera salvezza saranno proprio loro.

 

The green Inferno

Nessuna buona azione resterà impunita.

 

Ricordate il celebre Cannibal Holocaust di uno dei più noti registi del genera cannibal negli anni 80, ovvero Ruggero Deodato? Bene, immaginate allora l’immensa foresta pluviale, insetti carnivori e tarantole, un villaggio estraneo presentato come un vero e proprio teatro degli orrori, corpi sventrati, corpi impalati, teste mozzate e vari resti umani. L’idea generale è esattamente questa, e qui Eli Roth mantiene esattamente lo stesso clima, eppure il punto di vista dei carnefici è l’opposto.

 

Mi sto chiedendo chi siano i veri cannibali

“Mi sto chiedendo chi siano i veri cannibali”, recita l’ultima battuta del professor Harold Monroe (Robert Kerman) subito dopo la visione del mostruoso filmato e del massacro partito ad opera dei reporter inviati proprio per salvare quel villaggio, chiudendo la pellicola di Deodato che mostra una società “cannibale” e schiava di un immaginario potere superiore e brama d’apparire, muovendo in questo modo una spietata critica nei confronti del mondo dei mass media. Eli Roth, invece, con The Green Inferno rende immediatamente carnefice il villaggio cannibale, ma non per redimere le azioni dei personaggi e, quindi, in generale della società; la tribù è la giusta punizione nei confronti di una società capitalista e ipocrita, orientata solo verso i propri fini a tal punto da essere disposta a sacrificare il prossimo.

 

Cannibal Holocaust, 1979 di Ruggero Deodato

La vendetta è un piatto che va servito al sangue.

Se il detto recita che ognuno di noi è la somma delle scelte che fa, Eli Roth lo applica appieno in questo film; e infatti tutti i personaggi, chi più e chi meno, fino alla fine riceveranno la giusta punizione a seconda delle proprie azioni compiute.

 

La critica e analisi sociale appena accennata nel brutale, e super censurato e discusso, Cannibal Holocaust, viene intensamente approfondita da Roth, partendo proprio da un avvenimento mediale di grande fama mondiale come Kony 2012. Infatti, in corso già di stesura della sceneggiatura, il filmato virale promosso da Invisible Children per spronare gli attivisti locali a sostenere il guerrigliero africano Joseph Kony, lascia affascinata quella mente perversa di Roth, che inizia già a studiare un modo per adattare il concetto di quel tipo di fenomeno al suo The Green Inferno. Ciò che poi colpirà realmente il regista sono gli avvenimenti successivi alla diffusione del video, ovvero le conseguenze dei problemi della campagna a discapito del fondatore Jason Russell, “vittima” di un violentissimo crollo nervoso di dominio mondiale.

 

Eli Roth durante le riprese con la tribù.

 

Voler aiutare altre persone così lontane da noi, nasce da un buon proposito, ma alla fine si trasforma nel desiderio di sentirsi a posto con la propria coscienza.

Ed è esattamente ciò che più smuove questi giovani protestanti, come sia un po’ soliti abituati a vedere, a rendersi attivi, o per meglio dire protagonisti, di una grande rivoluzione a fin di bene. Doveroso è dire, comunque, che le stesse buone intenzioni di Roth, le quali rendono possibile fare dell’horror parlando di tematiche anche abbastanza impegnative e molto attuali, diventano il suo stesso tallone d’Achille.

 

Se The Green Inferno convince nelle motivazioni, un po’ meno lo fa per quanto riguarda tono e ritmo.

Se The Green Inferno convince nelle motivazioni, un po’ meno lo fa per quanto riguarda tono e ritmo.
Se pensiamo di trovare un Eli Roth alla Hostel, ci sbagliamo di grosso. La stessa intenzione di omaggiare un maestro come Deodato, riassunta in moltissime citazioni anche riguardanti film diversi del genere cannibal nonché lo stesso nome che avrebbe avuto un ipotetico sequel di Cannibal Holocaust, ovvero The Green Inferno, viene un po’ messa in ombra e di certo non eguaglia i livelli di orrore e scene davvero brutali di quel film. Un Roth particolarmente soft e anche un po’ fumettoso nella scelta e risoluzione di alcuni avvenimenti. Se la sceneggiatura è perfetta nelle sue varie semine e raccolte, al tempo spesso pecca nelle parti più centrali e di suspense maggiore. Inoltre eccessivamente dilatata è la prima parte del film, interamente girata a New York, e che ritarda di oltre la mezz’ora il vero incidente scatenante. Le intuizioni ci sono davvero tutte e sappiamo bene quanto Roth possa far accapponare la pelle, eppure si disperdono strada facendo, risolvendosi in situazioni un po’ troppo fantasiose ai limiti del trash.

 

The Green Inferno

 

The Green Inferno si apre ad un pubblico maggiore. Come detto prima, è si un film rivolto agli amanti del genere, ma che si fa tranquillamente guardare anche da chi ha voglia di sperimentare senza esagerare. Sicuramente non parliamo neanche di un lavoro diretto a tutti, per chi è sensibile alla sola vista del sangue o chi ha una stomaco particolarmente debole, è meglio evitare questo tipo di visione; Roth non manca di stuzzicare il suo pubblico affezionato con qualche sadica e violenta tortura, senza censurare nulla, ma si riduce tutto a molto poco, dando l’impressione di una totale mancanza di intenzione verso il terrorizzare veramente, sostituendola più con una voglia di divertire e divertirsi. Non sorprende, infatti, se questa pellicola è stata in sordina per ben due anni, trovando una distribuzione solo adesso. Probabilmente il pubblico che più apprezzerà The Green Inferno, sarà proprio il “nuovo” pubblico per Eli Roth, e non tanto gli affezionati che si aspettano tortura e sventramenti dall’inizio alla fine.

 

 

The Green Inferno è un bel fumettone in salsa trash che non manca di far storcere un po’ il naso dal disgusto e, al tempo stesso, un po’ per la delusione; più che altro fomentata dall’aspettativa di un vero bagno di sangue che questo tipo di filone, nonché lo stile di Roth stesso, si trascina inevitabilmente dietro di sé. Sicuramente saranno contenti i gestori dei vari multisala che non dovranno raccogliere vomito tra un sedile e un corpo svenuto, un po’ meno i fan più accaniti e assetati di sangue.

 

The Green Inferno vi aspetta dal 24 Settembre in tutte le sale italiane.

 

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