Recensione Gone Girl #LegaNerd
di
Darnell
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Si può cominciare una recensione anticipando già nell’introduzione il giudizio globale sull’opera? Se, come credo, non sussistano controindicazioni, possiamo ascrivere Gone girl a quella categoria di pellicole denominata “filmoni”. Altrimenti…beh, ormai l’ho detto!

Cosa fa di un film un filmone? In generale, il fatto che due o tre cosette funzionino egregiamente, tipicamente prove degli attori, regia e sceneggiatura. Nel caso di Gone girl? Andiamo a scoprirlo.

Prima di tutto un piccolo disclaimer: intime convinzioni morali mi vietano di riferirmi al film col sottotitolo italiano scelto dai soliti geni.

Fortunatamente è stato preservato il titolo originale, altrimenti avremmo assistito ad uno scempio probabilmente secondo solo a “Se mi lasci ti cancello” e “Scappo dalla città: la vita, l’amore e le vacche”.

Una sceneggiatura
(quasi) di ferro

Guardate l’orologio appena prima che cominci lo spettacolo, non crederete a voi stessi quando, ai titoli di coda, realizzerete che sono passati ben 149 minuti.

Difficilmente un film di questa durata riesce a tenere alto l’interesse per così tanto tempo, ma la scrittura di questa decima fatica di David Fincher è talmente ben congegnata che davvero alla fine si rimane stupiti (anche) per questo aspetto.

Il ritmo della storia, tipicamente coi tempi del thriller hitchcockiano, è incalzante, il film è ben scritto dalla stessa Gillian Flynn, autrice del romanzo da cui è tratto, abilissima anche nel rimescolare le carte per evitare un déjà-vu a quanti avessero già letto il libro.

La suspense è continua, soprattutto nel secondo atto, e sono pochi i momenti in cui ci si risveglia dalla sospensione dell’incredulità. Si tratta in effetti di piccoli difettucci che, magari ad una seconda analisi stridono un poco, ma parliamo davvero di piccolezze.

Inoltre, i personaggi sono ben caratterizzati e credibili anche fra le seconde linee: arduo chiedere di più ad una sceneggiatura.

Una straordinaria Rosamund Pike.

A proposito di personaggi, sono sì scritti bene, ma sono interpretati meglio! Nonostante l’ammirazione che nutro per The Town e Argo, il Ben Affleck attore non mi ha convinto mai del tutto, ma bisogna ammettere che qui fa la sua porca figura, interpretando un personaggio complesso e sfaccettato che riesce nel difficile compito di reggere il confronto con la regina della pellicola: Rosamund Pike.

 

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Il ruolo, forse il più intrigante in un thriller da molti anni a questa parte, richiedeva un’interpretazione straordinaria e la Pike si è calata nei panni di Amy Elliot-Dunn alla perfezione.

Sempre a suo agio in ogni frangente, capace di cambiare registro più volte nel corso della storia, ha consegnato alla storia del cinema un personaggio fantastico, risoluto come pochi, lasciando francamente senza parole per la capacità di cucirsi il personaggio sulla pelle.

Anche il cast di supporto è nettamente sopra le righe, dall’esordiente sul grande schermo Carrie Coon alla brava Kim Dickens nella parte del detective Boney, fino al primo ruolo di un certo spessore per il bravo Neil Patrick Harris.

Una menzione speciale va al commento musicale, ad opera della premiata ditta Trent Reznor – Atticus Ross. Non spoilero nulla, ma alcune scene vi rimarranno impresse a fuoco nel cervello anche per la capacità dei due di sottolineare in maniera magistrale i vari turning point della storia.

La regia…
che ve lo dico a fare?

Fincher porta sullo schermo una riflessione sulla vita di coppia che più noir non si può, se pur meno sottile e raffinata, certamente molto più spinta di quella che Kubrick elaborò con Eyes wide shut, il che è tutto dire.

Oltretutto, anche le reazioni sociali, dal Missouri alla nazione, all’intricata vicenda che si snoda sul rapporto tra i due protagonisti, sono descritte con una lucidità e meticolosità fuori dal comune.

 

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Dal punto di vista meramente formale, se proprio si vuole fare un raffronto coi maestri del genere, non può che venire in mente Hitchcock. Da tempo non si vedeva un thriller di tale raffinatezza, mai scontato, con un comparto tecnico tanto curato.

Fincher si diverte a giocare con l’acceleratore, i numerosi cambi di ritmo tengono lo spettatore sempre sulla corda e anche il finale, non necessariamente risolutivo, contribuisce a rendere questo film un vero capolavoro.

 

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Se non l’avete già fatto, siete ancora in tempo a gustarvi questa perla nelle sale, per cominciare nel migliore dei modi il vostro 2015 cinematografico.

 

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venerdì 9 gennaio 2015 - 15:44
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