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Il Duomo di Siena e Ermete Trimegisto

7 anni fa

5 minuti

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Il duomo di Siena è un chiaro esempio di come le simbologie pagane siano state incorporate nel cristianesimo.

Questo magnifico monumento rinascimentale presenta uno dei pavimenti intarsiati più belli che si possono trovare nel territorio nazionale, ma ad un occhio attento risulta anche uno dei più strani.

Infatti all’interno della chiesa ci si aspetterebbe di trovare raffigurazioni delle sacre scritture, invece nel Duomo troviamo raffigurati personaggi mitici che con il cristianesimo non sembrano avere nulla a che fare, quali le sibille e Ermete Trimegisto.

In questo caso però non ci troviamo difronte a chissà quale complotto esoterico (Adam Kadmon era già pronto per uno speciale in 3 puntate), bensì si tratta di un errore in buona fede fatto dagli intellettuali rinascimentale.

Nel mondo greco il dio egizio Thot venne identificato con Ermete a cui fu in seguito aggiunto l’epiteto Tre volte Magnifico in quanto come cita Cicerone nel “de natura Deorum” fu Lui che “Dette agli egizi Leggi e Lettere”.

Tra il primo ed il terzo secolo sotto il nome di Ermete Trimegisto si sviluppò una vastissima letteratura in greco su temi di Astrologia, Cosmologia e Scienze occulte.

Da tutte queste opere di autori diversi e di epoche diverse nacque il Corpus Hermeticum. Al suo interno si ritrovano concetti di filosofia platonica, stoica elementi di religione egizia e influssi ebraici tutto intriso di potente misticismo.

Sia Lattanzio nel II secolo che Sant’Agostino nel III Secolo erano convinti della reale esistenza di Ermete.

Per Lattanzio Ermete Trimegisto è stato uno dei più importanti veggenti pagani al pari delle sibille.

Sant’agostino invece attaccò l’antico mago e la sua magia ricordando che tali pratiche servivano ad infondere i daemones (intermediari tra gli dei e gli uomini) nelle statue dei templi animandole e trasformandole a loro volta in divinità.

Intorno al 1460 un monaco bizantino portò a Cosimo de’ Medici un manoscritto greco del “Corpus Hermeticum”. Per ordine di Cosimo tale opera venne tradotta in italiano da Marsilio Ficino il quale arriva a dedurre che Platone abbia derivato la sua filosofia da Ermete attraverso gli scritti di Pitagora.

Per il “mago” rinascimentale gli scritti del Corpus conteneva una misteriosa e antichissima sapienza magica egizia e questo è dovuto ad un semplice errore cronologico (A quei tempi #Bonsakitten purtroppo non sbufalava)

 

Giovanni paciarelli, schema del pavimento del duomo di siena, 1884

Giovanni paciarelli, schema del pavimento del duomo di siena, 1884

 

Diamo adesso un’occhiata alle tarsie marmoree più celebri del duomo.

Appena si entra nella chiesa ci troviamo di fronte ad una rappresentazione di Ermete che con una mano consegna a due figure che rappresentano Oriente (l’uomo col turbante) e occidente (l’uomo con la testa velata) un libro che riporta la scritta “dedicatevi alle lettere e alle leggi, o Egizii” con l’atra mano regge la scritta tratta dall’”Aclepio” (libro facente parte del Corpus Hermeticum)

 

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Il signore e creatore di tutte le cose, che abbiamo a buon diritto chiamato Dio, dopo che ebbe creato il secondo Dio visibile e sensibile, solo e unico, questi gli apparve bello e ricolmo di ogni bene allora Egli lo santificò e lo amò in tutto come Suo Figlio.

La scelta di porre la figura di Ermete nell’atto di insegnare all’ingresso della chiesa, segnalava come al mitico mago si dovesse riconoscere la paternità della Filosofia Platonica e di rimando del Neoplatonismo cristiano.

Più avanti nella navata centrale ritroviamo la Tarsia del 1505 intitolata il “Monte della Saggezza” una scena molto articola in cui è rappresentato un percorso a spirale compiuto da un gruppo di dieci uomini per raggiungere la vetta di un monte dove li attendono una donna e due figure.

 

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La donna al centro tiene un libro in una mano e una palma nell’altro. Nell’iconografia cristiana la palma è l’emblema dell’immortalità raggiunta con il sacrificio ed è molto spesso attribuita ai martiri.

La presenza di Socrate nel medesimo secondo alcuni esperti potrebbe raffigurare un’esortazione al suicidio, frutto di una scelta filosofica, come ultima componente di una ricerca volta all’immortalità in linea con i principi gnostici alla base della filosofica catara.

Il libro spesso nelle figurazioni medievali era posto nelle mani di Dio a simboleggiare la sua Rivelazione, il suo Logos.

images-1La scena sta quindi a simboleggiare le asperità che l’uomo deve superare per raggiungere l’immortalità e la pace divina, una coppia concettuale di squisita marca gnostica.

Lungo le navate laterali sono raffigurate le dieci Sibille qui raffigurate ognuna con accanto un libro (cartiglio) con un riferimento all’avvento del salvatore trasformando in tal modo le veggenti pagane in profetesse cristiane ante litteram.

In più l’associazione libro/fanciulla nell’iconografia gnostica rappresenta la gnosi o illuminazione divina.

Questo sta ancora una volta a dimostrare come nel corso della sua storia il cristianesimo abbia attinto dalle religioni passate immagini e simboli.

 

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