Le figure retoriche sono degli artifici atti a creare particolari effetti all’interno delle frasi in cui sono utilizzati.

Le figure retoriche donano enfasi e sentimento alle frasi.

Quante volte le abbiamo studiate? Moltissime, almeno dalla seconda media in poi, ma spesso a memoria, senza renderci veramente conto di quanto possano arricchire un testo.

Le figure retoriche donano enfasi e sentimento alle frasi e nessun letterato, poeta o scrittore può prescindere dall’utilizzarle.

In questo articolo vi propongo una selezione delle figure di ripetizione. Cominciamo!

 

 

L’Allitterazione

Figura conosciuta ai più, consiste nel ripetere lo stesso suono (una lettera o una sillaba) all’ interno di parole vicine.

Tagliar la testa al toro
Di me medesimo meco mi vergogno

(Petrarca, Canzoniere, I)

Voilà! Alla vista un umile veterano del vaudeville, chiamato a fare le veci sia della vittima che del violento dalle vicissitudini del fato.
Questo viso non è vacuo vessillo di vanità ma semplice vestigio della vox-populi, ora vuota ora vana. Tuttavia questa visita alla vessazione passata acquista vigore ed è votata alla vittoria sui vampiri virulenti che aprono al vizio, garanti della violazione vessatrice e vorace della volontà!
L’unico verdetto è vendicarsi, vendetta! E diventa un voto non mai vano poiché il suo valore e la sua veridicità vendicheranno un giorno coloro che sono vigili e virtuosi.
In verità questa vicissuas-verbale vira verso il verboso, quindi permettimi di aggiungere che è un grande onore per me conoscerti e che puoi chiamarmi V!

(V Per Vendetta)
 

 

L’Onomatopea

Trascrizione di suoni non verbali quali rumori o versi.

Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…

(Palazzeschi, La Fontana Malata)

 

 

 

L’Omoteleuto

Ripetizione del suono finale, anche se non identico, di parole vicine. Le rime di una poesia sono degli omoteleuti.

Un giorno d’ estate, tra genti pestate come patate su auto non private, vedo un ebete, le gole devastate, le nari dilatate, i denti alla Colgate, e un cappello da abate con le corde intrecciate.

(Queneau, Esercizi di Stile)

 

 

 

La Duplicazione

Doppia ripetizione di una parola o di un gruppo di parole senza alcuna interruzione lessicale, metrica o sintattica.

Pian piano, via via, fuggi fuggi, a poco a poco

Non son colui, non son colui che credi

(Dante, Inferno, XIX v62)

 

 

 

L’Epanalessi

Ripresa a distanza di una o più parole dopo l’ introduzione di un elemento, spesso un inciso, che ne rafforza il significato.

Voleva trargli fuori le budella dalla pancia, voleva trargli.

(Giovanni Verga, Cavalleria rusticana)

 

ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

(Dante, Inferno, IV, vv 65-66)

 

 

 

L’Anafora

Ripetizione di una parola o un gruppo di parole all’inizio di frasi o versi consecutivi, anche a distanza.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi vita ci spense

(Dante, Inferno, V vv 100-107)

 

Laudato sì mio signore per frate Vento… Laudato sì mio signore per Sora nostra matre…

(S. Francesco, Cantico delle Creature)

 

 

 

L’Epifora

Ripetizione di una parola o un gruppo di parole alla fine di frasi o versi consecutivi a contatto o a distanza.

Più sordo e più fioco
s’allenta e si spegne.
Solo una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.

(D’ Annunzio, La Pioggia nel Pineto)

 

 

 

La Simploche

Anafora ed epifora combinate.

Ecco apparir Gierusalm si vede,
ecco additar Gierusalem si scorge

(Tasso, La Gerusalemme Liberata, III vv. 23-24)

 

 

 

L’Anadiplosi

Ripresa all’ inizio di un verso della stessa parola o gruppo di parole con cui si è terminato il verso precedente.

Passal’ estate con la sua felicità
felicità di vaste arie, di nubi

(Valeri, Sotto l’ Albero)

 

 

 

La Concatenazione

Catena di anadiplosi differenti.

Noi siamo usciti forse del maggior corpo
al ciel ch’ è pura luce
luce intellettual, piena d’ amore
amor
di vero ben, pien di letizia;
letizia
che trascende ogni dolzore

(Dante, Paradiso, XXX vv. 38-42)

 

 

 

Per quanto complicate possano risultare, le figure retoriche permettono allo scrittore di esprimere dei concetti in modo elegante e sorprendente.

Esse rendono le frasi speciali, le arricchiscono, e ci condannano a leggerle all’infinito per assaporare la loro bellezza e la loro grazia, grazia che ci fa elevare verso un mondo incorporeo in cui tutto è più intenso, anche se impercettibile per i nostri sensi.

Forse mi sono lasciata trasportare un po’ troppo, ma chi, come me, ama la letteratura mi capirà.

Mi piacerebbe continuare questo viaggio alla scoperta delle figure retoriche, visto che c’è ancora molto da scrivere. Fatemi sapere se vi andrebbe di leggere altri articoli simili. Consigli e critiche (no, quelle no) sono ben accetti.

Nel mentre, vi lascio del materiale su cui approfondire:

Che Calliope sia con voi!