Recensione Ghost in the Wires di Kevin Mitnick
di
Matt17
4

Ghost in the Wires My Adventures As the Worlds Most Wanted Hacker

Kevin Mitnick, il Condor. Un personaggio quanto mai affascinante, uno di quei villain così ben caratterizzati che ti ritrovi a tifare per lui. Ma chi è Kevin Mitnick?

Mamma wikipedia ci risponde che

è un programmatore, phreaker, cracker, hacker e ingegnere sociale statunitense

Tra le altre cose è conosciuto per aver ideato la tecnica IP spoofing e per essere stato un pioniere della cosiddetta ingegneria sociale.

Purtroppo non è stato tradotto in italiano, ma lo consiglio a tutti quelli che vogliano leggere prima di tutto un libro coinvolgente e non pesante sulla sicurezza informatica.

E quello di cui vorrei parlarvi oggi è il suo ultimo libro, Ghost in the Wires (2011).

Purtroppo non è stato tradotto in italiano ma lo consiglio a tutti quelli che vogliano leggere prima di tutto un libro coinvolgente e non pesante sulla sicurezza informatica.

Il libro è essenzialmente una biografia, la totalità dei fatti narrati è avvenuta realmente ma sembra tanto di leggere un romanzo, una sorta di Palahniuk versione geek.

00017Non aspettatevi approfondimenti tecnici o righe di codice ma bensì un’avventura alla portata di tutti, uno scorcio di vita di uno smanettone informatico ricercato per anni dall’ FBI.

In questo libro Kevin mette a nudo se stesso, addentrandosi nei suoi rapporti sociali: ci parla dei suoi amici, da quelli che l’hanno sempre coperto a quelli che l’hanno tradito, ci parla di sua madre e della sua ex-moglie, mettendo a nudo quanto fragile fosse psicologicamente a causa della sua condizione di ricercato e facendoci capire quanto dipendesse da loro.

Il suo rapporto con l’hacking è spiegato in maniera molto intima e personale, come mostrato dal seguente passo

Hacking was my entertainment. You could almost say it was a way of escaping to an alternate reality – like playing a video game. But to play my of choice, you had to stay alert at all times.

One lapse in attention or sloppy mistake, and the Feds could show up at your door.

Not the simulated G-men, not the black wizards of Dungeons and Dragons, but the real, honest-to-God, lock-you-up-and-throw-away-the-key Feds.

 

Intrigante fu anche il rapporto di sfida che ebbe con il famoso ricercatore Shimomura, che culminò con l’arresto dello stesso Mitnick e la successiva incarcerazione.

La profonda stima e il rispetto che provava per il giapponese fanno capire quanto le azioni del Condor fossero guidate da una personale sete di conoscenza più che da una ricerca di fonti di guadagno.

Concludo lasciandovi una traduzione (arrangiata e senza pretese) fatta da me del prologo, sperando di ingolosirvi a sufficienza.

 

Entrare fisicamente negli edifici di un’azienda bersaglio. Una cosa che personalmente non mi è mai piaciuta, troppo rischiosa. Solo il parlarne mi fa venire i brividi.Eppure eccomi qua, appostato nel buio parcheggio di una compagnia miliardaria in una tiepida sera primaverile, aspettando la mia occasione.
Una settimana fa feci una visita in pieno giorno all’interno, con la scusa di lasciare curriculum per una posizione aperta. La vera ragione della mia gita era dare un’occhiata da vicino ai badge di identità dei dipendenti: fototessera in alto a sinistra, cognome e nome subito sotto scritti in maiuscolo. Il nome della compagnia era in fondo, scritto in rosso e anch’esso in lettere maiuscole.Andai in un internet caffè per dare un occhiata al sito dell’azienda e scaricarmi l’immagine del logo.Arrivato a casa ci misi circa 20 minuti con Photoshop per stampare una badge verosimile con i miei dati e la mia foto, che misi dentro un porta tessere di plastica trasparente simile a quello che molti impiegati utilizzavano. Ne stampai uno anche per un mio amico che avrebbe potuto darmi aiuto in caso di bisogno.

Non c’era nemmeno bisogno che risultasse poi così autentico, il novantacinque per cento delle volte i badge venivano degnati di un’occhiata veloce. L’importante è che ogni scritta fosse al suo posto e con i rapporti di dimensione verosimili. Questo a meno che non si incontri una guardia particolarmente legata al suo lavoro, e in quel caso sono guai.

Sono i rischi che si corrono vivendo una vita come la mia.

Torniamo al parcheggio in cui stavo fuori dal raggio visivo delle persone, guardando le scie di fumo lasciate dalle sigarette dei ragazzi in pausa. Ed ecco finalmente un gruppo di 5-6 impiegati che si dirigono mogi verso l’edificio.

L’entrata posteriore è dotata di uno di quei lettori magnetici in cui bisogna passare il badge per aprirla.

Mi mischiai con le persone di rientro e, una volta arrivato alla porta, il ragazzo davanti me la tenne aperta dopo aver notato il badge appeso sulla mia camicia: ero dentro.

 

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martedì 5 novembre 2013 - 14:47
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