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Ho sbagliato di nuovo! Venerdì, moglie in palestra, amici impegnati e poche alternative al Festrival di Sanremo in TV. Si va al cinema!!!
Cosa propone il multisala?
Mhhh, Mission Impossible è troppo esagerato, poi c’è una cagata di commedia con Adam Sandler, Hugo Cabret no dai! E poi c’è questo In Time…do un’occhiata al pieghevole del multisala, la trama fa molto cyberpunk anni 70, durata non è eccessiva, si dai!

Alla regia trovo una vecchia conoscenza, il neozelandese Andrew Niccol che molti anni fa mi aveva incuriosito col suo Gattaca. Come questa pellicola anche In Time ipotizza un futuro non troppo lontano con problemi legati alla popolazione. In questa nuova supposizione gli esseri umani nascono già geneticamente modificati in modo che, all’età di 25 anni, inizi un conto alla rovescia della loro vita. Nessun essere umano accusa segni di vecchiaia perchè l’aspetto (e la salute) si ferma al 25mo anno d’età, ma questo non significa essere immortali. Il tempo di ognuno, mostrato palesemente sul polso tramite dei led sottocutanei, viene usato anche come moneta di scambio. I lavoratori vengono pagati in ore che però spendono per qualsiasi cosa, dall’autobus al cibo, o semplicemente per farsi una birra al bar.

Will Salas (Justin Timberlake) è un operario che vive con la madre (la sempre splendida Olivia Wilde) a Dayton, a sud di Los Angeles. I due fanno fatica a tirare la fine del mese. La povertà lo costringe a vivere nei sobborghi malfamanti della città sognado un giorno di poter portare la madre a vivere nell’esclusiva zona del Greenwich. Una sera in un bar incontra un riccone con al polso oltre un secolo di vita e, salvatolo da dei rapinatori, riceve in dono tutti i suoi anni.

Will purtroppo non riesce a fare in tempo a condividere la sua ricchezza con sua madre che, pagato il mutuo, rimane senza tempo e muore tra le braccia del figlio.
Il ragazzo decide così di vendicarsi del sistema quindi si dirige verso i quartieri alti per cercare di capire come mai esistono persone piene di secoli mentre una gran parte della popolazione vive segregata nel ghetto dove, giorno dopo giorno, la vita diventa più cara. Fingendosi un uomo d’affari il protagonista riesce ad incontrare il ricco Philippe Weis (Vincent Kartheiser) e a conoscere la sua bellissima figlia Sylvia (Amanda Seyfried). Ben presto però l’imbroglio di Will viene scoperto e, trovandosi braccato dagli agenti del tempo, capeggiati da Raymond Leon (Cillian Murphy), prende in ostaggio Sylvia e s’improvvisa ladro del tempo nel tentativo di ristabilire l’ordine nella società.

Questa è in sintesi la trama di In Time, pellicola che sin dalla prima ripresa sembra essere molto ben confezionata ma che, dopo pochi minuti da sfoggio del più grande difetto di sempre, la scontatezza. Dalla sceneggiatura trapela un continuo susseguirsi di cliché e luoghi comuni rubati all’ovvietà e nemmeno la storia d’amore tra Will e Sylvia, novelli Bonny & Clide al servizio dei poveri, riesce a tirare su il tono generale.

Dopo il sequestro di Sylvia assistiamo alla ribellione che la ragazza avvia contro la società messa in piedi dalla classe di cui lei stessa faceva parte fino a pochi giorni prima. Purtroppo però questa transizione è raccontata in maniera repentina e attraverso un passaggio poco credibile, che, a dirla tutta, pare proprio appiccicato con lo sputo.

Parlando del cast Timberlake cerca di fare al meglio il suo dovere mentre la bellissima Amanda Seyfried è più una sagoma di cartone che un vero e proprio personaggio. In più di una ripresa si stima più che altro la sua incredibile capacità di correre e saltare sopra i vertiginosi tacchi che indossa per tutto il film, ma come già precisato non riesce a dare molto di più alla trama.

Non parliamo poi di Olivia Wilde, attrice bellissima e che personalmente ritengo molto capace, ma relegata a scene di pochi minuti (in cui comunque riesce a regalare attimi di drammaticità ben costruiti).

Lo stesso Cillian Murphy è un’occasione buttata al vento. L’ottimo attore, già noto per 28 giorni dopo e per aver interpretato lo spaventapasseri in Batman Begin, non sembra essere stato inserito in un ruolo sufficientemente sviluppato e finisce, come tutti gli altri, con l’essere un’apparizione di contorno all’interno di una scontatissima trama.

Peccato davvero perchè da un punto di vista scenografico il film regala ottime location in cui si nota davvero l’attenzione per certi particolari. Niccol sottolinea molto bene la differenza tra la grigia Dayton, dove tutti indossano logori abiti da lavoro, e la sfavillante Greenwich. Non mancano certe sviste, come quella dei “combattimenti” con cui ci si sfida per rubarsi il tempo che ricordano moltissimo le lotte a “zamp’de ferro” delle sfide di Attila. Per il resto il comparto visivo appare sempre ben curato e assolutamente opportuno rispetto alle immagini che ci vengono mostrate.

In Time attinge dai classici: la coppia Timberlake Seyfrid in più di un’occasione ricorda Robin Hood e Lady Marian, ma il seppur ben realizzato contesto in cui sono stati inseriti non permette di svecchiare una trama che suona troppo di scontato.

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