Schiavitù e Economia nel Terzo Millennio (Parte II) #LegaNerd

Eccoci qui con la (attesa) seconda parte del post (la prima parte è qui). Tratteremo la situazione della Mauritania, del Pakistan e dell’India, nonchè le conclusioni.

 

Mauritania.

La Mauritania è l’ultimo stato in cui sopravvive ancora la schiavitù classica. Qui abbiamo ancora un rapporto tra schiavo e padrone che dura di solito tutta la vita, margini di profitto molto bassi, disponibilità scarsa di nuovi schiavi, alto costo iniziale (più di 1000$ le rare volte in cui vengono venduti) e importanza delle differenze etniche.
La Mauritania è un paese povero con una popolazione di circa 3 mil di persone.
Geograficamente è un deserto con una sola ferrovia e 2 strade asfaltate (costruite dai francesi), politicamente è comandato da un’elite militare (dittatura più o meno evidente a seconda dei golpe).

La Mauritania può contare solo su 3 risorse: il ferro (che continua a deprezzarsi e a valere sempre meno), il pesce (che a causa di una serie di liberalizzazioni volte a “far cassa” è stato depredato dalle flotte dei paesi occidentali senza di fatto apportare migliorie al tenore di vita) e gli schiavi.

La schiavitù è stata abolita in Mauritania diverse volte, l’ultima nel 1980, eppure continua a essere presente in ogni aspetto della vita della popolazione.
In questo caso la base è la differenza etnica della popolazione: circa il 30% è costituita da mori (arabi bianchi) che detengono tutto il potere, quindi c’è un 30% circa di arabi-neri (afromauri) e un 40% di Haratin ossia di negri propriamente detti che si dividono in schiavi e ex schiavi (con poche eccezioni).
I mori al potere sono in una situazione complessa, sono numericamente in minoranza e continuano a diminuire a causa dei bassi tassi di nascita mentre le altre etnie crescono, eppure controllano tutto il paese, sono i più ricchi e, con poche eccezioni, sono proprietari di schiavi.
Di conseguenza è molto improbabile che applichino leggi volte a combattere il fenomeno (o anche solo ad applicare quelle esistenti), o modificare lo status quo (ad esempio accettando le richieste degli afromauri).

In Mauritania schiavi si nasce non lo si diventa.
La religione islamica, molto osservata nel paese, impone di trattare bene i propri schiavi generando di fatto una situazione molto simile all’America schiavista.
Non è raro per il padrone prendersi cura del proprio schiavo quando diventa vecchio e non più produttivo.
Dall’altro canto l’estrema povertà, la prospettiva di diventare senzatetto o morire di fame e l’ignoranza diffusa, fa si che gli schiavi non cerchino di fuggire da questa condizione ma in parte la accettino.
A questo si aggiunge (raramente) la violenza fisica, un sistema legislativo che da sempre ragione al padrone e un sistema sociale basato sulle famiglie al potere che chiude ogni possibilità di cambiamento per lo schiavo.

Gli schiavi vengono usati per qualsiasi lavoro, spesso nell’agricoltura o nell’ediliza, per portare acqua, nel commercio e in molti altri campi che non sarebbero economicamente sostenibili senza il lavoro gratuito, senza l’economia del paese collasserebbe.

Pakistan e India

Per motivi di spazio tratterò insieme questi due paesi.
Benchè abbiano punti in comune (la schiavitù è per la quasi totalità schiavitù da debito in entrambe) ci sono anche notevoli differenza che andremo ad analizzare.

Nel sub-continente indiano lavorano oggi il maggior numero di schiavi del mondo, circa 20.000.000.

Il sistema come accennato è la schiavitù da debito: una famiglia si indebita per i motivi più diversi (carestia, morte del capofamiglia, matrimonio o funerale, cure mediche) e offre in garanzia il suo lavoro per ripagare il debito.

Su questa base si instaurano una serie di comportamenti diversi, bisogna considerare che stiamo parlando di una terra vastissima con usi e costumi diversissimi a seconda delle zone.

In Pakistan la maggior parte di queste persone si occupa della produzione di mattoni, lavorano in essiccatoi artigianali (veri capolavori di ingegneria primitiva) producendo i laterizi che lastricano le strade, compongo i muri e le case di tutto il paese.
In Pakistan la schiavitù si avvicina molto al modello moderno: una grande disponibilità di schiavi (provenienti oltre che dalle fasce povere anche dall’Afghanistan devastato dalla guerra), un basso prezzo di acquisto (il debito iniziale è basso, sovente meno di 50$), un rapporto di durata ridotta (i mattoni si producono in 2 periodi annuali di 4-5 mesi cadauno), ma assistiamo anche di scarsi guadagni e di una certa importanza dei gruppi sociali (sono schiavi i cristiani e i musulmani “nuovi” ossia le tribù convertitie per ultime).
Inoltre in Pakistan è spesso difficile capire dove finisce il lavoratore e dove inizia lo schiavo perchè il sistema del debito, comunemente accettato, funziona anche regolarmente fintanto che il padrone è onesto.

In India il principio è più o meno simile, data l’estensione del terriorio il trattamento degli schiavi e le stesse variabili economiche possono cambiare notevolmente (il debito iniziale per rendere schiavo qualcuno passa da 6$ fino a 400$) gli schiavi qui ricoprono qualsiasi posizione: agricoltura, edilizia, manifattura, industria e persino la richiesta di elemosina.
Così come in Pakistan alcuni padroni sono onesti e tengono conto del debito man mano che viene ripagato, altri costringono in schiavitù intere famiglie per diverse generazioni.

Le differenze tra i due paesi riguardano la coercizione e l’applicazione della legislazione vigente.

In Pakistan la violenza è molto diffusa: le guerre in Afghanistan hanno riempito il paese di armi, le diverse confessioni, famiglie dominanti e persino partiti politici hanno i loro bracci armati, lo Stato non ha quindi il monopolio della forza, la polizia è solo uno dei tanti gruppi armati.
Questa situazione (in aggiunta alla corruzione endemica) permette ai padroni di rivalersi in molti modi sui propri schiavi, di costringerli a lavorare, di ingannarli e sopratutto di tenerli presso la sua fornace impedendone fisicamente di allontanarsene.
Inoltre la legislazione ammette 2 strutture giuridiche parallele, un sistema giuridico laico e uno religioso, e sono entrambe validi, nei rari casi in cui lo stato possa/voglia cercare di punire i colpevoli un tribunale può tranquillamente ribaltare la sentenza di un altro.

In India la violenza è meno presente inoltre il paese sta sperimentando una forte volonta di combattere il fenomeno.
Il governo sta abbattendo progressivamente la corruzione e varando progetti per la liberazione e la riabilitazione degli schiavi, ha scuole che formano esperti abolizionisti che poi battono il paese alla ricerca di schiavi da liberare, hanno sistemi di controlli, marchi di qualità che assicurano il non utilizzo di manodopera schiava (fatti osservare da volontari motivati spesso di associazioni abolizioniste occidentali).
La stessa struttura economica del Paese vede nuove forze economiche farsi avanti e portare a un declino di tale pratica: le nuove generazioni istruite spingono in campo agricolo e industriale verso la meccanizzazione e la produzione massiva. Coloro che possiedono schiavi (spesso ricchi possidenti terrieri) non possono far fronte alla caduta dei ricavi delle loro attività: uno schiavo non costa niente, ma produce come un uomo, un lavoratore stipendiato con trattori e mietitrebbie è molto più conveniente dal punto di vista produttivo.

L’India da questo punto di vista è un ottimo esempio di come si possa mettere un freno alla schiavitù anche se il lavoro da fare è ancora ovviamente moltissimo.

Conclusioni

Ora che abbiamo visto come funziona la nuova schiavitù e come è possibile (e anche relativamente semplice) possedere schiavi nell’economia moderna ci si potrebbe chiedere: ma perchè viene ancora permesso? Non c’è modo di imperdirlo?

Le risposte sono 2, la prima è “si”, anzi sarebbe anche abbastanza semplice.
La schiavitù è una componente economica del mercato, i sistemi che regolano i mercati mondiali (WTO, FMI e Banca Mondiale) hanno una potenza di fuoco tale da far accettare e rispettare qualunque legislazione a qualunque paese (basti pensare ai controlli e alle leggi anti-contraffazione imposte a un colosso come la Cina).
La Mauritania è in grado di produrre solo il 30% del cibo necessario a sfamarsi, il resto lo importa, una sanzione sui beni in ingresso costringerebbe il Paese a accettare e far rispettare qualunque richiesta.
La Thailandia è un paese che basa la sua crescita sull’esportazione, una tassazione sui beni in uscita getterebbe la sua economia in ginocchio in un paio di settimane e la distruggerebbe in qualche mese, il suo governo farebbe qualsiasi cosa per evitare una situazione simile.

Però la schiavitù non è un problema dell’economia.
Il libero mercato impone di acquistare dove costa poco, dove il costo del lavoro è basso, se il costo del lavoro è nullo ancora meglio, la competitività ne gioverà.
Il WTO può costringere la Cina a rispettare i brevetti perchè altrimenti danneggerebbe l’economia, ma non ha interesse a costringere il Brasile a vietare la schiavitù, l’economia non viene danneggiata da un costo del lavoro nullo.

Quindi veniamo alla seconda risposta.
La schiavitù è un problema morale, la nostra civiltà (intendo quella liberalista occidentale) è quella che ha raggiunto il punto più alto per quanto concerne i diritti delle persone, e sono i suoi valori l’unica motivazione per far finire la schiavitù nel mondo.

I problemi sono molteplici, ad esempio, quanto si deve spingere in là la responsabilità di sfruttare il lavoro di uno schiavo?
Il carbone prodotto in Brasile serve a produrre acciaio, utilizzato in Messico per fare componenti, assemblati poi negli Stati Uniti e venduti in Canada, fin dove si è colpevoli di sfruttamento in questa catena?
Su questo le associazioni antischiaviste hanno molto da imparare da quelle ecologiste che negli anni hanno sviluppato e addestrato personale capace di seguire le tracce di crimini spesso fumosi attraverso i diversi gradi di responsabilità, di accumulare prove e di incriminare infine i colpevoli reali: ha senso buttare in galera il Gato e sovvenzionare il grande produttore di carbone cui non importa come quel carbone venga prodotto?

L’altro problema è che l’abolizione è un processo.
Essere schiavi è come essere in carcere o in manicomio, si segue una routine e si viene sfamati, se gli schiavi fossero liberati da un giorno all’altro, semplicemente non saprebbero cosa fare.
L’India sperimenta da anni una versione moderna dei “40 acri e un mulo” (la richiesta negata fatta dagli schiavi negri liberati in America) concedendo agli ex-schiavi alcuni animali e appezzamenti di terra da lavorare, o un prestito per iniziare una nuova attività a loro scelta e specialisti che li seguano e li consiglino.
Ma per fare questo ci vogliono fondi e personale specializzato e supporto continuo. La Thailandia ha, ironicamente, un’ottima legislazione anti-schiavista, che prevede ad esempio che ogni prostituta liberata venga mandata in appositi centri di recupero e consultori preposti allo scopo… purtroppo questi luoghi esistono solo sulla carta, e la stessa legislazione non viene fatta rispettare dal governo.
In occidente i servizi sociali hanno a disposizione schiere di psicologi, ospedali, case famiglia e una forza pubblica non corrotta e non connivente con il quale aiutare ragazzini disagiati, in Thailandia le poche associazioni (volontarie) devono recuperare ragazze spesso sieropositive che hanno attraversato anni di abusi e violenza continua, e reinserirle nella società senza aver a disposizione nulla di tutto ciò, è un impresa semplicemente impossibile.

Inoltre essere attivisti è pericoloso, puoi finire ammazzato (Brasile, Thailandia, Pakistan) o incarcerato (Mauritania, Thailandia) dalla stessa polizia che dovrebbe proteggere gli schiavi.

Ma il vero problema della nuova schiavitù è che è invisibile.
Per tutti, la schiavitù è finita 150 anni fa eppure tutti noi, in qualche modo, beneficiamo del lavoro degli schiavi attraverso oggetti prodotti da loro o ricavando profitti da investimenti fatti in aree dove si sfrutta il loro lavoro.
Le associazioni antischiaviste sono agguerrite ma piccole, Amnesty International o Greenpeace hanno milioni di iscritti e fondi sufficenti ha sbattere in faccia all’opinione pubblica il lavoro minorile, la tortura o l’inquinamento, farlo per settimane fino a ottenere risultati, la ASI (Anti Slavery International una delle più importanti associazioni antischiaviste) conta qualche migliaio di sostenitori, non è in grado di fare una tale campagna.

La risposta dunque è che la schiavitù finirà nel momento stesso in cui non sarà più economicamente sostenibile. Nell’800 le navi da guerra inglesi bloccarono il traffico di schiavi dall’Africa al Sud America, non potevano intercettare tutti gli schiavi ma facevano si che i pochi che passavano finissero per non coprire le spese, ponendo di fatto fine alla tratta.

Oggi il sistema deve essere identico, in India, ad esempio, gli attivisti hanno creato il marchio Rugmark che indica che un dato tappeto è stato fatto senza lavoro di schiavi, il marchio è volontario e per ottenerlo bisogna sostenere i controlli di ONG anche straniere, il secondo passo è stato convincere i paesi occidentali ad accettari solo i tappeti con tale marchio: produrre tappeti usando schiavi ha perso il vantaggio competitivo nel momento stesso in cui il prodotto è diventato invendibile azzerando di fatto la schiavitù in tale settore.

La schiavitù, oggi come oggi, è in aumento. Possiamo far si che la nostra epoca venga ricordata come quella con il maggior numero di schiavi della storia: non sarebbe un gran vanto ma significherebbe, se non altro, che da qui in poi la situazione è migliorata.
Per fare questo è necessaria consapevolezza in primo luogo, sapere che il problema esiste ma che esiste anche la soluzione, una soluzione economica a un problema etico.

We are Anonymous, we are Legion è un bel motto, non possiamo essere tutti hacker ma siamo tutti consumatori, siamo la forza più potente dell’economia mondiale, gli eserciti con cui si sfidano le multinazionali, l’artiglieria pesante del neoliberismo, le nostre scelte economiche modificheranno le scelte politiche e sociali degli Stati, non ultimo, la decisione o meno di accettare la schiavitù.

Spero l’articolo vi sia piaciuto, vi lascio in approfondimento 4 consigli di Bales su cosa si può fare contro la schiavitù moderna.

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Fonti:
Bales – I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale.
Anti Slavery International
Appunti universitari di Economia del Lavoro.

Nicholas | Nè

Nicholas | Nè

Sono qui solo per trollare. E a volte per scrivere di economia, storia o cazzate (spesso tutto assieme).
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lunedì 6 febbraio 2012 - 16:14
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