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Un afoso pomeriggio d’estate, Giovan Maria Crescimbeni, militesente, rimirava quel che restava di un tiepido gelato dal vago color fango mentre si liquefaceva con indolenza nella sua coppa.

Scipione Maffei, padrone dell’osteria il cui nome era stato eroso dal lavoro di ruggine e di innumerevoli solleoni, osservava, da dentro, una mosca che ronzava nel locale e Giovan Maria che rimirava il suo gelato seduto su una traballante sedia nel cortile del bar. Più in là, la strada feriva ferocemente gli occhi col suo polveroso biancore.

La radio del locale gracchiava rocamente tra sé e sé, dimenticata in un angolo. Un breve, soffocante alito di vento sollevò una nuvola di sottile polvere astiosa, che posò la sua futile rabbia poco più in là, oppressa dalla calura.

Giovan Maria Crescimbeni cominciò, con aria meditativa, a cercare di togliere la polvere dalla sua coppa, ma si fermò quasi subito, perchè questa si confondeva col marrone del gelato. Pensò di chiederne un altro, ma poi decise che quella, tutto sommato, era una gran giornata di merda, e per rompere la monotonia del momento, gettò una moneta sul tavolino e se ne andò.

Un passero si posò sull’aia, provò a zampettare con fare imbarazzato un paio di volte, poi volò via. Scipione Maffei decise che a tutto c’era un limite, e che quello di quel pomeriggio era arrivato. Stanco della calura, dell’afa e della rancorosa polvere bianca, estinse il rantolio della radio, chiuse la cigolante saracinesca e si diresse con cadenza monotona verso casa.

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