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L’IA può restituire alle Prime Nazioni la loro memoria culturale

Due studiosi di civiltà australiane antiche raccontano quanto gli aborigeni siano in grado di appropriarsi della tecnologia di ultima generazione per riportare alla luce il loro passato.

L’IA può restituire alle Prime Nazioni la loro memoria culturale

Elizabeth Vaughan e Francis Woolagoodja sono due ricercatori che studiano le potenzialità dell’intelligenza artificiale per conoscere popolazioni antichissime, le Prime Nazioni. Affermano con una lunga analisi che si è in grado di poter comprendere idioma e tradizione orale di aborigeni e isolani dello Stretto di Torres.

Non una mera conoscenza fine a sé stessa ma anche un’appropriazione culturale. Se la digitalizzazione e il progresso rapidissimo portano a comportamenti, slang e mode comuni. In questo caso e, in mano ad esperti, diventa strumento per riscoprire e anche restituire un passato dimenticato.

Perché le culture aborigene a un certo punto hanno perso la loro cultura, il loro idioma, le loro narrazioni? Perché come tutte le società umane, spiegano i due studiosi, non sono statiche ma cambiano e si adeguano. Sono costrette a evolversi anche rinunciando a qualcosa di loro. In comune, anche con tanti nostri borghi antichi europei o italiani, hanno però il senso della ricerca. E, la possibilità di poter ridare luce o vita, ad esempio, all’artigianato locale, a stili di vestiario o alimentari.

taccuino di Howard Coate che registra la passeggiata con Sam Woolagoodja a Doubtful Bay

taccuino di Howard Coate che registra la passeggiata con Sam Woolagoodja a Doubtful Bay

Il recupero della lingua e tradizione orale dei Wororra tra intelligenza artificiale, anziane delle tribù importanti e registi che collaborano con parenti giovani degli aborigeni

Elizabeth Vaughan e Francis Woolagoodja hanno lavorato con i proprietari tradizionali del Kimberley, Australia Occidentale. I due studiosi hanno dimostrato che le culture indigene possono adattarsi e comprendere l’utilità dell’intelligenza artificiale generativa. Liz, diminutivo di Elizabeth, ha lavorato con i Wororra, raccogliendo informazioni su una defunta importante.

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Janet Oobagooma, che ha insegnato le parole Wororra alle giovani di famiglia o amiche. Era una fonte di cultura della comunità Dambimangari ed era molto esigente. Il wororra è una lingua orale e non scritta, deve essere pronunciata bene per rendere chiaro il messaggio. Oobagooma bacchettava così i giovani: “Se devi parlare, dillo bene“. L’IA è utile per raccogliere suoni e tradurli in scrittura. Per rendere comprensibile e riproducibile quello che assimila e i dati in raccolte informative su leggi sociali, pratiche culturali, parentele anche di millenni.

Ci sono parenti odierni degli aborigeni che hanno collaborato con antropologi, registi e linguisti. Hanno raccontato le loro memorie ma anche consegnato tracce scritte, grafiche e artistiche che avevano. Sono stati girati film importanti sulla storia e le popolazioni antiche dell’Australia. Un uomo di nome Sam è diventato protagonista di un filmato del regista Michael Edols mentre dipingeva l’arte rupestre di Wandjina a Raft Point. Sono tutte testimonianze del passato. Tutte ottenute con strumenti tecnologici tradizionali, oggi affiancate da un’intelligenza artificiale generativa molto potente nella capacità di restituire e ordinare il passato.

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