Il 2023 si prefigura come l’anno degli addii per tanti grandi fenomeni del piccolo schermo. Serie stra-premiate e stra-apprezzate dalla critica e dal pubblico. Il che non è necessariamente un male, anzi, anche nelle relazioni più belle bisogna capire quando è il caso di lasciarsi, a patto però di concludere con un finale degno della storia che si è vissuto.

La prima di queste grandi serie è La Fantastica Signora Maisel, il titolo Prime Video creato dai coniugi Palladino (per la precisione creato da Amy Sherman-Palladino e prodotto dal signor Daniel Palladino), che ha chiuso la sua corsa alla quinta stagione, regalando ai fan un finale all’altezza della forza di un percorso iniziato nel 2017 e che l’ha vista (finora) premiata con 3 Golden Globe, 5 Critics’ Choice Awards e 17 Emmy Award. Se avete di questi feticismi da statuette eccovi accontentati.

Noi vogliamo prenderci invece una riga per sottolineare che questa ultima stagione contiene forse l’episodio migliore dell’intera serie, Cena di gala, e uno dei monologhi migliori del mondo seriale degli ultimi anni (e sappiamo che negli ultimi anni figura tra le serie anche quel capolavoro di Better Call Saul, quindi no, non pensiamo di stare esagerando).

Il 2023 si prefigura come l’anno degli addii per tanti grande fenomeni del piccolo schermo.

L’abbiamo già scritto, quindi niente frase a effetto: il finale della serie è veramente all’altezza delle pressioni e delle aspettative di tutti, forse anche degli autori, che non si sono mai risparmiati autocritiche anche nei momenti di celebrazione massima.

Non era per nulla scontato lo fosse, perché era chiamato a fare tante cose: chiudere gli archi di personaggi, fornire una conclusione definitiva ad una protagonista così complessa e sempre analizzata in quanto donna, madre, figlia, partner e comica e continuare la sua grande ricostruzione storica, che era chiaro finisse ad un certo punto (il cartellone del season finale della stagione precedente) anche per dei motivi di importanza filologica nell’evoluzione del linguaggio stand up.

Il linguaggio stand up, un altro dei leitmotiv di una serie che l’ha usato per raccontare una storia ambientata 70 anni fa, ma attuale perché moderna nelle tematiche, scritta bene come poche altre e incentrata su dei protagonisti indimenticabili interpretati da attori in forma come non mai.

Gli autori hanno fatto tutto questo guardando a dove sono partiti, rischiando nella gestione dei tempi (specialmente in questi ultimi 9 episodi con l’uso di questi maledetti / benedetti, ma sempre rischiosi flash forward) e non dimenticandosi mai che al centro della storia c’è una relazione fatta da due donne, le fantastiche signora Maisel e signorina Myerson.

Se vi interessa trovate qui la recensione della quinta stagione de La Fantastica Signora Maisel:

 

Gli anni ’50 oggi

Uno degli assoluti punti di forza de La Fantastica Signora Maisel è la sua incredibile cura per la ricostruzione storica del periodo in cui si svolge tutta quanta la  vicenda che racconta.

Ci riferiamo alla maniacale cura estetica che si riscontra nel lavoro per i costumi, il trucco, il parrucco e, soprattutto, le scenografie, sempre varie, colorate, squisitamente inquadrate e fotografate e in cui non c’è veramente una virgola fuori posto. Questo però spesso non basta, quello che conta realmente per rendere credibile un’altra epoca è quella di farla vivere ed essa non vive solo di aspetto, quanto di spirito e anima.

La fantastica signora Maisel

Per fare ciò la serie dei Palladino si affida ai linguaggi artistici degli anni ’50 nordamericani, in primis il musical, che si affaccia spesso all’interno dell’arco narrativo (ma mai a caso, ovviamente), ma anche la letteratura americana e, soprattutto, l’evoluzione della stand up comedy, dai locali più malfamati fino al prime time. Questo perché se c’è una cosa che Mrs Maisel ci ha insegnato è che l’essere umano e i suoi derivati vivono dei propri linguaggi e l’arte di raccontare, se non ci sbagliamo, rientra in questa categoria.

Uno degli assoluti punti di forza de La Fantastica Signora Maisel è la sua incredibile cura per la ricostruzione storica del periodo in cui si svolge tutta quanta la  vicenda che racconta.

La serie non solo ripercorre la storia evolutiva di questa branca della comedy relativamente giovane e che sta tornando in auge come uno dei generi più popolari in tutto il mondo (o forse è già tornata), ma la utilizza come una lente per raccontare la storia, sia nel microcosmo della famiglia Maisel / Weissman che, allargando sempre più il raggio, ad una vicenda è che è metafora esistenziale dei tempi moderni.

Il titolo, infatti, affronta delle tematiche fondamentali non solo relative alla potenza dello show, il suo valore catartico, la sua capacità di diventare fenomeno di costume e di farsi canale emancipatorio da cui poter criticare la stessa società di cui è poi è anche inevitabilmente specchio fedele, ma anche del diritto di una donna di essere egoista, di imparare a fregarsene, ad amarsi e ad essere ambiziosa.

Anzi, non di una donna, ma di due donne, che nel loro rapporto trovano la forza di scalare questa montagna spaventosa.

Una piccola comica tragedia ebraica

C’è una nicchia molto importante all’interno della letteratura moderna americana. Quella che parte da Philip Roth e arriva a Don DeLillo passando per Doctorow e altri nomi illustri, che soleva raccontare le proprie storie partendo da un punto di vista sottoculturale. Nel caso che interessa noi, quello ebraico (due su tre da lì vengono), che si è spesso divertito ad adoperare l’ironia come mezzo per narrare le piccole tragedie e le grandi idiosincrasie di queste comunità a loro modo così chiuse, bigotte ed autoriferite, ma comunque incredibilmente adatte per prendersi poco sul serio e ad essere destrutturate.

Midge, pur rimanendo ad esso incredibilmente affezionata, trova il modo di emanciparsi dal sistema famiglia scontrandosi costantemente con tutti, in primis i suoi genitori, magistralmente interpretati da due mostri sacri come Tony Shalhoub e Marin Hinkle, critici più feroci della sua carriera, ancora più del Joel di Michael Zegen, che la ripudia per questo suo talento. Anche se lo sfogo principale di questo spirito rappresentativo lo si trova proprio nella famiglia Maisel, dove Caroline Aaron e Kevin Pollak possono dare il meglio di loro.

La fantastica signora Maisel

Lo studio sulla linguistica, la metrica, il ritmo esatto che scandisce i tempi comici pervade ogni scena di ogni episodio e coreografa tutti i protagonisti dello show, prendendosi una pausa solamente quando essi devono rifiatare, guardarsi e pianificare la prossima strofa, il prossimo verso. Perché la costruzione della loro credibilità in quanto esseri umani è un altro tassello fondamentale della serie.

Il loro è un ping pong continuo, che a volte si esalta nei movimento del corpo, nel modo in cui entrano ed escono dall’inquadratura, in cui battono mani e piedi all’unisono o nella velocità con cui fanno quell’esatta smorfia.

Gli assoli sono riservati a dei personaggi in particolare, che, oltre al già citato Shaloub, sono il magistrale Luke Kirby (un indimenticabile Lenny Bruce) e le due protagoniste (torniamo sempre lì) Rachel Brosnahan e Alex Borstein. Centro di gravità permanente e mostro a due teste, così diverse e così simili, loro, più di tutti gli altri, sembrano quasi cantare in un duetto continuo.

Un posto dove essere ascoltati

Quanti hanno tremato quando hanno visto il rischio che si è presa questa ultima stagione della serie dei Palladino con la decisione di inserire i salti temporali? La gestione di una trovata simile è sempre a rischio esondazione, perché il mostrato ti obbliga, non ti permette di muoverti in libertà. Il dono di poter mostrare il futuro esige il pegno di vincolarti ad esso. Come se il passato non bastasse.

E dunque i Palladino decidono non solo di farci vedere il futuro, ma di raccontare un’altra intera storia nel futuro, eco degli eventi di un presente che si muove secondo le regole e gli intenti che hanno sempre indirizzato la serie: farci ascoltare una donna su un palco.

La scalata al successo e il riconoscimento dal mondo maschile (cioè l’intero mondo occidentale) erano elementi necessari, ma non il traguardo finale.  Midge e Susie pensano di stare combattendo per questo, ma tutto quello che vogliono, in realtà, è essere ascoltate.

Ne sono schiave, ossessionate, come se l’unico modo per riuscire a vedersi è quello che prevede che tutti gli altri possano farlo. Che poi è ciò che all’inizio della serie e ha legate, le ha fatte sentire capite, l’ha mostrate l’una all’altra.

Rachel Brosnahan

Il dono di poter mostrare il futuro esige il pegno di vincolarti ad esso. Come se il passato non bastasse.

Quattro minuti, il nome di un ultimo episodio dalla regia precisa e dalla gestione tensiva attentissima, riporta al centro della scena e quindi della serie e quindi dello sguardo del pubblico, quell’unico, singolo, momento, di nuovo e ora, che tutto è cambiato.

E allora il resto diventa buio. La galleria dei volti, delle scarpe, delle borse e dei vestiti, gli ambienti del Gaslight, dei casinò di Las Vegas e lo studio del Gordon Ford Show. Sentirsi ascoltati, sentirsi capiti per ascoltarsi, capirsi per amarsi. E fregarsene. Ah certo, le nostre due ragazze possono capirsi e ascoltarsi anche quando cominciano a punzecchiarsi (non sempre eh, ma la maggior parte delle volte si). Uno dei duetti sopracitati. In effetti La Fantastica Signora Maisel poteva concludersi anche così.

La Fantastica Signora Maisel è interamente disponibile su Amazon Prime Video.