Annunciato a suo tempo con l’intenzione di una release per il 2021 The Lord of the Rings: Gollum ha dovuto subire, come tanti altri titoli arrivati in questo ultimo periodo, una serie di rinvii che lo hanno condotto su console e PC nel 2023, due anni più tardi del previsto. Con una IP talmente ambiziosa e con un materiale originale di una tale portata le aspettative erano molto alte, soprattutto in un frangente nel quale siamo reduci da un’altra grande opera di adattamento come Rings of Power, intenzionata, anche in quel caso, a raccontarci un segmento narrativo non molto noto ai più. Stavolta l’impegno è più gravoso e, purtroppo, dal risultato molto più disarmante perché Daedalic Entertainment non ha saputo avvicinarsi all’obiettivo nemmeno per un po’.

“Contea Baggins”

The Lord of the Rings Gollum viene presentata da Daedalic come un’avventura immersiva: un modo per sottolineare come l’esperienza videoludica verrà ridotta per lo più all’osso, così da elidere dall’equazione produttiva qualsiasi componente di gameplay in grado di esaltarci nella gestione dell’hobbit. Discendente della famiglia degli sturoi, gli hobbit più tozzi e con mani e piedi più grandi di quelle che siamo stati abituati a vedere grazie a Frodo, Sam, Bilbo e gli altri abitanti della Contea, Gollum ha una storia molto intensa da raccontare, un percorso che non sempre è stato messo sotto i riflettori: eppure se i Nazgul partirono per superar Gran Burrone e per inseguire l’anello finito nelle mani di Bilbo fu proprio perché l’oramai disperato Smeagol, dopo numerose torture, decise di urlare il nome della Contea Baggins ai suoi aguzzini. Cosa accadde, però, in quegli anni a Barad-dûr dopo l’incontro con l’eroe de Lo Hobbit e prima di poter incontrare Gandalf, al quale rivelò cosa aveva appena fatto? Questo vuole raccontarci il lavoro di Daedalic, andando a sviscerare un segmento narrativo della Terza Era che non abbiamo avuto mai modo di approfondire, per scoprire il lunghissimo viaggio che Gollum decise di compiere scappando dagli elfi e varcando gli invalicabili cancelli di Mordor, con l’unico intento di rispondere al richiamo del suo unico grande amore: il suo tesoro.

La potenza narrativa di Gollum, per come ce l’aveva sempre raccontato Tolkien, riaffiora in più occasioni, facendo in modo che quell’hobbit risulti essere il grande sopravvissuto della vicenda dell’Anello, fino all’inevitabile fine del suo viaggio. Quell’odissea che lo avvicina alla salvezza, che in qualche modo sfiora nel momento in cui vengono inviate le aquile a recuperare i tre eroi che hanno gettato nelle fiamme del Monte Fato l’Anello. Una, purtroppo, torna senza il proprio ospite, con le altre due pronte a dare ricovero a Sam e Frodo: la terza, sì, era proprio per Gollum. Che dopo aver accompagnato il discendente della famiglia Baggins fino al luogo predestinato alla fine del male di Mordor si era fatto ingannare, un’ultima volta, dal suo tesoro, dal suo desiderio. Un personaggio dalla grande profondità letteraria, i cui riferimenti si sprecano: da Grendel di Beowulf fino al Caino cristiano, col quale condivide l’uccisione di un parente e la cacciata dalla famiglia. E perché non anche Fafnir, il drago corrotto dall’avidità che si trasforma in mostro. Per Gollum c’è talmente tanto materiale letterario che potremmo scrivere enciclopedie, basandosi su quelle che sono state le informazioni forniteci da Tolkien.

Dinanzi a una tale potenza espressiva è sorprendente notare come Daedalic non sia riuscita a mettere in piedi un’avventura immersiva in grado di esaltarci per ciò che accadde a Gollum. I riferimenti sono tutti figli dei romanzi, così da spingerci ad avere un Gandalf meno rassicurante e dai tratti somatici meno affabili di quelli che furono di Ian McKellen, ma l’obiettivo è fare quello che toccò a Christian Cantamessa con Celebrimbor: coprire un buco narrativo lasciato dai libri concedendosi qualche licenza che potesse romanzare le vicende quanto bastasse. In queste 15 ore di gioco circa, però, quasi mai si percepisce l’epica di ciò che ci è stato raccontato, di ciò che dovrebbe arrivare al nostro cuore e finiamo per ritrovarci dinanzi a un’esperienza incomprensibile, a tratti disarmante, tra l’altro realizzata con un assetto tecnico non adeguato ai giorni d’oggi.

Un gioco stealth senza lo stealth

Tra gli aspetti che è importante sottolineare, così da poter spezzare una lancia a favore di una produzione altresì da bocciare nella sua interezza, c’è la dicotomia che Daedalic ha voluto ricreare nella testa di Gollum. L’hobbit è succube della personalità dirompente che ha preso il controllo del corpo e della testa di Smeagol, ma quest’ultimo lotta, fa di tutto per poter essere ancora protagonista della sua vita, nonché della nostra avventura. Durante ogni singolo dialogo, con chiunque vi ritroverete a parlare, dovrete rispondere scegliendo se usare i versi di Gollum o abbozzare un concetto timoroso del prossimo generato dalla mente di Smeagol. In egual misura vi saranno proposte delle azioni, in determinati momenti della storia, che dovrete svolgere con l’uno o con l’altro, così da doverne subire le conseguenze. In diverse occasioni potrete anche finire in una sorta di minigame che apre a una vera e propria disfida tra i due, in cui l’uno dovrà convincere l’altro della scelta compiuta. Una meccanica che affascina per come si è deciso di replicare, in termini videoludici, la bipolarità di Gollum, sottolineando la grande complessità del personaggio stesso. Inoltre, ciascuna scelta vi condurrà a dei risvolti che muteranno alcune scene di intermezzo, oltre a quelli che sono gli eventi di lì a pochi minuti: non aspettatevi un multibranching, né finali alternativi, perché la direzione sarà quella, in maniera univoca.

È importante sottolineare, in questo aspetto, che a dare la voce a Gollum non c’è Andy Serkis, che lo aveva reso celebre con la sua interpretazione durante la trilogia firmata da Peter Jackson. Daedalic, però, ha fatto in modo che il nuovo doppiatore potesse imitarlo in tutti i modi possibili, andando a creare una versione da Serkis senza Serkis: il risultato è gradevole, potrebbe quasi essere confuso con l’originale da parte di un orecchio poco accorto, ma nel doppiaggio è sempre un’attività poco consona l’imitazione, che va a giustiziare l’interpretazione del personaggio. Un fan service forse eccessivo, nel tentativo di poter salvare qualcosina di un personaggio che anche nel modo in cui appare e si comporta sembra non eccessivamente a fuoco. Questo perché in fin troppe occasioni Smeagol appare troppo smidollato, anche più di quanto lo era nella versione originale e di come è apparso nella ben nota trilogia. Stessa cosa dicasi per Gollum, che forse non ha ancora sviluppato la cattiveria adeguata per essere l’avido e cupo essere soggiogato dall’Anello, ma al quale manca la giusta verve aggressiva.

Continuando sulla scia delle note dolenti arriviamo a quello che avrebbe dovuto essere il gameplay, nonostante – come detto poc’anzi – Daedalic abbia provato a difendersi dicendo che siamo dinanzi a un’avventura immersiva, pertanto non necessariamente in grado di richiamare l’attenzione con delle componenti videoludiche elaborate. The Lord of the Rings: Gollum finisce per essere così un platform realizzato male, con una componente stealth che si appoggia su quelle che sono delle capacità della IA degli avversari praticamente nulla. Il nostro sturoi può nascondersi nell’erba alta in maniera dozzinale, senza preoccuparsi di fare rumore, prendere di soppiatto alle spalle gli orchi per strozzarli senza che nessuno se ne possa accorgere e risolvere dei puzzle ambientali che richiedono di lanciare pietre o altri oggetti contro elementi che possono distrarre o persino uccidere chi si sta occupando di fare le ronde notturne. Non abbiamo riscontrato nessun piglio inventivo, tantomeno la volontà di diversificare l’offerta ludica, finendo per rendere Gollum banale in ogni suo aspetto.

Due generazioni fa, in una terra lontana…

L’esplorazione, inoltre, è affidata a delle banalissime fasi di arrampicata, che provano a diventare più ostiche a causa di una barra della stamina che, se non si ha un appoggio, inizia a diminuire, ma senza rappresentare un vero e proprio ostacolo al nostro prosieguo. Tra l’altro nelle fasi in cui dovremo sfuggire alla vista dei nostri avversari ci è capitato in più occasioni di fallire nell’intento perché il nostro obiettivo era scappato o era sfuggito alla nostra vista, quando a schermo era ancora possibile vedere quanto fossero raggiungibili: sintomo del fatto che la meccanica elastica collocata tra Gollum e l’obiettivo di turno non funzionasse in maniera adeguata. Insomma, problemi tecnici di questo tipo non fanno altro che andare a inficiare ancora di più l’esperienza complessiva di gioco. Aggiungiamo anche che nel caso in cui doveste essere scoperti vi basterà sfuggire ed evitare di essere presi, affidandovi al fatto che sarete sempre più veloci degli orchi o degli elfi: nascondendovi alla fine della vostra fuga avrete comunque ottenuto il risultato sperato.

Terminiamo la nostra analisi con quella che è l’impietosa analisi tecnica di un titolo che è rimasto ancorato ad almeno due generazioni fa. La nostra prova si è svolta su PlayStation 5, con la fortuna di avere dalla nostra una fluidità che su PC non si è riscontrata, invece. I problemi risiedono, però, in quelle che sono tutte le animazioni proposte, nei dettagli e nel level design di tutto ciò che circonda Gollum. Il nostro protagonista è mostruoso, ma non in senso positivo: i suoi occhi enormi sono inespressivi, oltre a essere accompagnato da una strana capigliatura a caschetto, fino ad avere dei movimenti molto legnosi che non restituiscono nessun tipo di feeling positivo nemmeno durante la corsa. Tutti gli altri personaggi, dagli NPC fino ai comprimari della vicenda, Gandalf compreso, mancano di espressività, di un movimento corale e vengono calati in contesti che dal punto di vista artistico peccano in ogni forma e aspetto. Qualsiasi altra considerazione finirebbe per affossare ancora di più un titolo che purtroppo non ha una linearità nemmeno nella proposta degli ambienti, pregni di disattenzioni e di bug che ne compromettono qualsivoglia ammirazione.

50
Lord of the Rings: Gollum
Recensione di Mario Petillo

The Lord of the Rings: Gollum è un esperimento del tutto fallito. Non c'è nulla da salvare se non forse l'interpretazione del nuovo doppiatore di Gollum, che svilisce, però, la sua professionalità nell'andare a replicare quanto già fatto da Serkis e senza dare una sua interpretazione. Per il resto se siete incuriositi dalle vicende di Gollum potete fantasticare su ciò che accadde durante la sua prigionia, senza dovervi lanciare in un'esperienza così mal costruita e mal proposta, tanto da domandarci come sia possibile avere tra le mani un prodotto del genere nel 2023.

ME GUSTA
  • Il concept ha un fascino nascosto
FAIL
  • Gameplay senza una direzione precisa
  • Tecnicamente indietro di due generazioni
  • Un'avventura incapace di emozionarci