Paura st’immagine eh? Allora, cominciamo: elaborazione del lutto familiare, emancipazione dalle proprie radici, la costruzione di una nostra casa e famiglia, la conquista del nostro posto nel mondo. Tutti passaggi che presuppongono un sacrificio per dirsi compiuti e tutte tematiche stra-affrontate dal cinema horror, che della personificazione orrorifica di questi scontri esistenziali ne ha fatto il proprio pane quotidiano fin dall’alba dei tempi, soprattutto perché coinvolgono una minaccia proveniente dal passato o una causa rintracciabile nella radicalizzazione di un concetto culturale, esistenziale o sociale. Cose che sullo schermo si rendono facilmente con la traduzione in mostri, fantasmi e così via.

Nella recensione di The Offering, al cinema dal 23 febbraio 2023 distribuito da Vertice360, il primo lungometraggio (horror e come poteva essere altrimenti visto il suo background) di Oliver Park, ma scritto / ideato da Hank Hoffman e Jonathan Yunger, non vi parliamo infatti una pellicola che ha nella sua originalità i punti di forza, anzi, l’obiettivo alla base è probabilmente proprio pescare dall’immaginario classico del genere e poi rielaborarlo in una chiave funzionale.

Addirittura si parla di folklore relativo alla religione ebraica, che è un bacino da cui tantissimi racconti dell’orrore hanno preso spunto per i propri scheletri e le proprie maschere, alcuni anche vecchissimi. Tanto vecchi, per dire, da essere ispirati e aver ispirato racconti letterari ormai universalmente riconosciuti come punti cardine della cultura occidentale (pensate ai legami tra la leggenda de Il Golem, la serie di film che ne portano il nome e Frankenstein di Mary Shelley).

L’esempio ovviamente non è il mio, ma proviene da una delle risposte che il regista ci ha dato nel corso della nostra intervista con lui.

Per sapere quindi di più sul film, sull’horror e sul folklore ebraico cliccate qui senza indugio:

Elaborazione del lutto familiare, emancipazione dalle proprie radici, la costruzione di una casa e di una famiglia, la conquista del nostro posto nel mondo.

Comunque, tra i punti di forza di The Offering, oltre alla conoscenza approfondita della storia del genere, c’è la fotografia di Lorenzo Senatore, la regia propositiva e la prova del cast, tutto molto in parte, a cominciare dai protagonisti Nick Blood e Emily Wiseman, per finire con i più conosciuti Paul Kaye e Allan Corduner.

Purtroppo i punti deboli sono però di più, perché va bene la conoscenza, ma male la rielaborazione, perché va bene la struttura classica, ma male le trovate a incastro (uno degli altri principi dell’horror, chiamiamolo, “procedurale” è che la soluzione deve avere la forma di un’equazione precisa), perché vanno bene i movimenti di camera e il lavoro sugli ambienti, ma le soluzioni visive e, soprattutto, la resa dei momenti in CGI sono già visti, poco interessanti e un po’ finti.

Il figliol prodigo

Arthur (Blood) e Claire (Wiseman) sono giovani, belli, felicemente sposati, in dolce attesa e abitano in una casa bellissima. Non c’è nulla che non va con le loro vite, eppure, si trovano in una grigissima Brooklyn, sulla soglia di un’impresa di pompe funebri che è anche la vecchia dimora d’infanzia dell’uomo e l’attuale abitazione del di lui papà, Saul (Corduner). Giustamente hanno entrambi delle facce tristissime.

Perché – sarebbe da domandarsi – una coppia così dovrebbe trovarsi in un posto del genere?“. Per di più dopo un intro in cui un vecchio malandato e disperato ha a che fare con rituali non proprio colorati.

La risposta potrebbe essere che Arthur ha trovato il coraggio di riallacciare i rapporti con un padre terribile con cui ha ormai un rapporto che si potrebbe riassumere con il fatto che quest’ultimo non si è neanche presentato al matrimonio. L’uomo non ha infatti mai accettato che il figlio sposasse una donna non appartenete alla religione ebraica (ah si, il padre fa parte di una comunità chassidica).

Risposte che non basterebbero secondo me, infatti l’ometto è adorabile, non può suscitare una tale apprensione, anche se in passato si è messo di traverso.

Allora qual è il vero motivo?

Giustamente hanno entrambi delle facce tristissime.

The Offering

Beh, ma è ovvio allora: una questione di soldi.

Infatti, seguendo il vecchio detto del “non è tutto oro quel che luccica”, la coppia perfetta non è così perfetta, dato che il buon Arthur, per mantenere la sua bellissima casa ha bisogno di convincere il padre a mettere in vendita l’attività di famiglia e dare a lui la maggior parte del ricavato. In tutto ciò ha anche pochissimo tempo per farlo. Ah, naturalmente Claire di questo non sà nulla.

Impresa difficilissima già di per sé, se poi ci sommate che il ragazzo è fuggito a gambe levate da quella vita e, soprattutto, che è da calcolare l’arrivo di un antico spirito malvagio attraverso il cadavere del vecchio malandato di cui sopra, allora diventa sinceramente impossibile.

Insomma, sarà anche un arrogante e un bugiardo, però che sfortunato sto ragazzo! Pensate che addirittura potrebbe essere stato proprio lui a liberare, inavvertitamente, questo demone, il quale, dal canto suo, ama nutrirsi delle anime dei bambini. E chissà di chi è l’unico presente in casa.

Riuscire a metà

Ricalcando il profilo dello stupido maschio alpha che preferisce fare i debiti e spingere la moglie a lasciare il lavoro (solo per arricchire la sua autostima ovviamente), piuttosto che chiederle aiuto o, per lo meno, renderla partecipe del problema, gli autori creano il loro protagonista. Almeno hanno la bontà d’animo di punirlo in ogni modo possibile se messo in relazione agli alti personaggi, pur difettando sia nella costruzione della personalità della sua compagna, ritratta come una figura profonda e solida, ma in realtà piuttosto claudicante e che finisce con il lasciare lo sviluppo del film ad una mera “questione tra uomini”, che in quella del padre, la cui improvvisa rivelazione severa è piuttosto debole.

Nulla di nuovo insomma, anzi, tutto abbastanza sconfortante in termini di inventiva, specialmente se pensiamo invece al messaggio di fondo di The Offering, che invece (prova a) parla (re) di redenzione, di unione familiare e dell’importanza della memoria per poter riuscire ad andare avanti.

L’intreccio in sé e per sé è infatti piuttosto debole, ma è, al contrario, sapiente la costruzione di tutto l’impianto orrorifico, frutto di professionisti che hanno fatto per bene i compiti, sia in termini di conoscenza teorica della tradizione legata al genere sia di messa in scena.

Nulla di nuovo insomma, anzi, tutto abbastanza sconfortante in termini di inventiva, specialmente se pensiamo invece al messaggio di fondo di The Offering, che invece (prova a) parla (re) di redenzione, di unione familiare e dell’importanza della memoria per poter riuscire ad andare avanti.

The Offering

Primo e secondo atto dal punto di vista horror sono semplici ed elementari, ma anche ordinati ed efficaci: l’uso del folklore ebraico, la comunità chiusa, i mille significati cinematografici della casa, l’assedio che arriva da sottoterra, la maternità come premio e la debolezza maschile, la dimensione onirica e via dicendo.

I problemi veri arrivano quando anche l’impianto subisce una battuta di arresto.

The Offering ha il difetto di funzionare meglio nell’attesa, piuttosto che nel prestigio (come direbbe voi sapete chi), che non è un difetto per cui essere lapidati, è, anzi, tutto sommato comune. In questo caso pesa di più perché corrisponde ad una resa visiva scadente dopo delle soluzioni veramente banali e ad un momento in cui deve finalmente far coincidere l’elemento horror con il suo sottotesto drammatico, mancando sia l’uno che l’altro. Un lento cadere da un parapetto alla cui vista già non si strabuzzavano gli occhi, ecco.

The Offering è disponibile nelle sale italiane dal 23 febbraio 2023 Distribuito da Vertice360.

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The Offering
Recensione di Jacopo Fioretti

The Offering è il lungometraggio di debutto Oliver Park. Giustamente un film di genere horror, la specialità del regista. Horror religioso per la precisione, di religione ebraica per essere definitivamente insopportabili. Una scelta non casuale, dato che la tradizione del genere si lega molto ai risvolti spaventosi di quell'immaginario folkoristico. Di fatti gli autori confezionano un impianto efficace e sapiente, soprattutto nella sua parte teorica, affiancandogli un intreccio drammatico banale e già visto, ma tutto sommato sufficiente. La regia di Park tenta di dare qualche guizzo più che un ordine che non c'è mai veramente, nonostante le trovate visive e gli escamotage hanno la premura di far sentire a casa tutti i cultori del genere. La rivelazione delle debolezze della pellicola si incontra andando man mano avanti, verso il progressivo smascheramento di un ipotetico collegamento tra le tematiche della pellicola e la sua traduzione in chiave horror che però non c'è.

ME GUSTA
  • Gli attori sono tutti in parte e al servizio del film.
  • Buona la fotografia e anche la regia di Park, che è anche piuttosto propositiva.
  • Sufficiente anche l'impianto orrorifico, ma soprattutto in termini teorici e soprattutto nei primi due atti.
FAIL
  • La scrittura dei personaggi è piuttosto debole e piatta.
  • La CGI ha una resa piuttosto finta, anche se di questi tempi non è una novità.
  • L'intreccio drammatico / familiare non è congegnato molto bene.
  • Le soluzioni visive e gli escamotage narrativi sono già visti e abbastanza ripetitivi, ma trascinano comunque lo spettatore.
  • Il momento dell'incontro tra l'impianto horror e il sottotesto del film è molto debole.